La fronte del sole s'innalza da sotto il materasso montuoso delle montagne, le sue lunghe ciocche dorate si sprigionano in cielo come le fondamenta della quercia, e le nuvole, come le finestre di camera mia, vengono trafitte dalle lame di luce.
Terra e cielo sono entrambi svegli, gli uccelli hanno già preso il volo sulle ali del vento, le vie del villaggio sono vive di persone, il profumo caldo e sfizioso della colazione divampa per i corridoi del castello, e i galli selvatici che scorrazzano per le pianure, cantano a squarciagola annunciando un nuovo giorno.
A volte, come ora, mi sveglio con il desiderio di prendere le ali dell'alba e spiccare il volo per l'orizzonte, senza lasciarmi indietro nulla, nessuna piuma e nessuna orma. Ma tutto ciò che posso fare è restare a fissare con avvilimento e invidia, i lepidotteri svolazzare liberi e sovrani di sé stessi nell'aria, tuttavia, solo il pensiero di poter possedere la loro stessa virtù mi accontenta.
I miei servi sono già nella stanza occupati a prendersi cura del mio aspetto come ogni mattina che non sono in vena di farlo da solo. Tra di loro c'è anche Hansel, il mio Hansel. Superfluo confessare dove sono rivolti gli occhi miei, veglio su di lui seguendo ogni sua movenza man mano che opera la sua arte da servo:
lucida le punte delle mie scarpe passandole con un panno bianco, e una volta pulita, si alza e sistema con una piccola spazzola i miei capelli. Il suo viso è proprio dinanzi il mio e per un attimo i nostri sguardi s'incontrano perdendosi nel colore di uno e dell'altro. Bramo di potergli dare il buongiorno e dichiarargli tutto il mio amore come fanno gl'innamorati il mattino, ma se dovessi lasciarmi scappare qualche smanceria di fronte agli altri, coveranno subito dei sospetti e tra una diceria e l'altra la voce giungerà alle orecchie delle mura.
Mi limito a guardarlo accennando un sorriso, e lui in modo molto tacito e celato, ricambia il gesto continuando il suo mestiere.
Una volta pronto, la servitù abbandona la stanza e io seguendo l'aroma della colazione, mi reco nella sala.
I miei genitori accorti del mio arrivo mi salutano «Come hai dormito?»
Domanda mia madre, e io accomodandomi a tavola le rispondo, venendo però in seguito interrotto da un lungo e largo sbadiglio.
«Ho dormito bene» riformulo.
Uno dei servi si avvicina alla mia destra con in mano la brocca per versarmi il latte nella coppa, nel mentre alla mia sinistra, mi viene servito l'uovo nel suo calice d'argento.
«Odio l'uovo sodo» borbotto prendendo il cucchiaio posato sul tovagliolo, e comincio a colpire con leggeri colpetti il guscio dell'uovo, nel frattempo, con la coda dell'occhio, scorgo mio padre con l'aria di chi è prossimo a formulare un discorso, così rivolgo già la mia attenzione su di lui e attendo che apra bocca.
Egli, pulite le labbra con il fazzoletto bianco, schiarisce la voce chiamando anche l'attenzione di mia madre.
«Questa mattina mi è giunta una lettera da re Leonardo» dice, e con la stessa velocità di un capello che brucia, tutta l'attenzione che avevo riposto su di lui muore una volta udito le ultime due parole. Sbuffo attorniando gli occhi e riprendo a colpire il guscio. Nel frattempo invece, mia madre si mostra molto interessata al discorso di mio padre e chiede riguardo la lettera.
«Come gesto di gratitudine farà scolpire una statua in onore del principe azzurro, inoltre, ha dichiarato di non vedere l'ora di poterti vedere di persona per riceverti nel suo palazzo, figliolo»
Fingere e sforzare la mia faccia ad assumere un volto sorridente è come cercare di mettere la morsa a un cavallo selvaggio, così, pur di non far notare il broncio ai miei genitori, chino lo sguardo e lo dedico a ogni singolo elemento della stanza.
Ma il re, colto dal mio silenzio e disinteresse riguardo faccenda, decide d'interpellarmi mandando a monte il mio piano di non mostrare il cipiglio cucito in faccia.
«Non dici nulla, principe?» aggiunge mia madre cercando il mio sguardo, ma anche portando gli occhi a compiere movenze strategiche per evitare qualsiasi occhiata, il mio volto, nemico mio in queste situazioni, rivela già tutto di me.
«Eledhwen?»
Il mio silenzio anziché agevolarmi causa scompiglio, la mia quiete e la mia indifferenza li sta mettendo in dubbio, e tutto ciò che fanno è scambiarsi occhiate perplesse.
Magari questa è la mia occasione di dire a mio padre cosa ne penso veramente riguardo il matrimonio, non so come egli reagirà, so solo che tutti i fiumi sfoceranno nello stesso mare. Potrebbe scoppiare in lacrime e rinnegarmi, accusandomi di essere un figlio ribelle e ingrato. Potrebbe infuriarsi e maledirmi, oppure potrebbe anche reagire con calma e freddezza, lasciando la parola ai suoi tenebri occhi rossi. Tuttavia, preferisco essere percosso sul palmo dieci volte, piuttosto che affrontare il suo sdegno e rabbia.
Alzo lo sguardo a mio padre e con l'intenzione di mantenere il tono di voce rettilineo e calmo, cerco di esprimere i miei pensieri.
Ma come apro la bocca per poter pronunciare la prima lettera del discorso, mio padre spezza il silenzio da me creato, dicendo con un tono netto e risoluto.
«Sono già al corrente del fatto che tu non sia favorevole al matrimonio, principe Eledhwen»
Deglutisco un fiotto di saliva all'udir delle sue parole. Dubbioso mi chiedo come sia giunto a tale conclusione, che sia stata sua moglie? O il suo stesso ragionamento?
«Ma non tutto ciò che ci viene servito a tavola può piacerci...» prosegue «La vita è un banchetto pieno di pietanze, alcune di loro non le conosciamo e altre ci disgustano»
Abbasso lo sguardo all'uovo nel calice di fronte a me e lo paragono a un elemento della mia vita, il tuorlo all'interno dell'albume mi disgusta assai, ma che dovrei fare? Rifiutarmi di mangiarlo solo perché il mio palato non lo gradisce?
O strizzare un occhio e compiere questo piccolo sacrificio per il bene non mio ma degli altri?
«Ma bisogna assaggiare, bisogna ingoiare, e ogni principe azzurro prima di te lo ha fatto senza obiettare»
La voce di mio padre si aggrava, facendosi sempre più aggressiva man mano che continua con il discorso.
«Ed è giunto per te il momento di farlo, e la tua posizione non ti permette di rifiutare»
Ma in cuor mio ho già deciso, non lo mangio, mangerò solo l'albume ma toglierò via il tuorlo con il cucchiaino come ho sempre fatto.
«Oh dannata Madre Natura impalata! Perché pretendete di essere preoccupati per la principessa? Il vero scopo del matrimonio non è per motivi ragionevoli!» ribatto trafiggendo con violenza in un improvviso impeto di furia, il cucchiaio nel corpo dell'uovo.
«La lingua, Eledhwen, doma la tua lingua. Non sparger piume che infine non puoi più cogliere, e non oltraggiare la nostra Madre Natura!»
Dice mia madre accompagnando la parabola incompresa con un'occhiata amara.
«Non darmi nome che non mi appartiene, principe Eledhwen, e bada alle tue parole!» aggiunge mio padre.
«Risparmiate il fiato, padre, non ne varrà la piena» mi alzo leggermente dalla sedia e carico pesantemente ogni mia parola con l'intenzione d'intimorirlo e mostrargli la mia fermezza.
«Siete solo un codardo tirato di orgoglio, è una vergogna essere vostro figlio!»
Mia madre sussulta sconcertata dalle mie parole, pure io ne rimango sconvolto, e proprio come ha detto prima: ora è troppo tardi per cogliere le piume. Mio padre si cinge i fianchi di padronanza e si alza dalla sedia. La sua altezza prevale sulle mie dimensioni minori e leso da ciò, mi arrendo chinando il capo. La mia voce sbriciola come la crosta di un tozzo di pane e tutto ciò che cerco di pronunciare esce solo come un imbarazzante balbettio, le mie gambe perdono forza e illeso porto il sedere sulla sedia.
«Adesso, basta»
Il suo tono di voce, così rigoroso e solenne, fa sembrare la mia voce una facezia, l'intera sala precipita in un profondo silenzio tombale colmato solo dall'affanno della sua collera e il mio tremulo respiro.
«Io sono il re, e ciò che dico vale sia in cielo che in terra. Non ti avrò sgravato io ma la tua vita mi appartiene proprio come il cognome che porti!»
Sbatte il pugno a tavola e sia io che le posate sobbalziamo, mentre mia madre mi guarda con aria delusa e dispiaciuta, tremo come le ali di un passero nel laccio del cacciatore, come un agnello sul monte che sa di dover essere offerto in olocausto.
«Come la pioggia e la neve
scendono dal cielo e non vi ritornano
senza avere irrigato la terra,
senza averla fecondata e fatta germogliare, affinché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca, non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata!
Le decisioni che prendo e gli ordini che dò non devono riguardarti, e di conseguenza non devi osare a chiederne giustifica. Tutto ciò che devi fare come principe azzurro e come figlio diletto, è ubbidire agli ordini di tuo padre nonché il re!»
Rimango saldo sulla sedia, inerme con il capo chinato alle ginocchia per sviare dagli occhi suoi d'ira, il mio stomaco si appesantisce di parole e dibattiti che sono costretto a tener dentro.
«Principe Eledhwen, il tono che hai appena usato nei confronti di tuo padre è davvero vergognoso, non è così che ti abbiamo educato. Ma tuttavia, Rowan, ascoltiamo il motivo per cui nostro figlio non vuole sposarsi» dice mia madre e solo il suono calmo e sereno della sua voce, nonostante il rimprovero di contorno, mi ristora l'anima, il mio cuore riprende a battere tranquillo, il tremore alle dita cessa e il mio stomaco digerisce le parole che tenevo dentro.
«Non ci sono spiegazioni Olisador, e anche se ce ne fossero non sono di mia importanza. Nostro figlio è solo un viziato che non comprende le proprie responsabilità, ma presto questi capricci finiranno» risponde mio padre sedendosi, la sua risposta provoca in me un fastidioso prurito, non sarà lui ad avere l'ultima parola.
«Un motivo vi è padre...» subito mia madre tenta di placarmi agitando la mano, ma io la ignoro e proseguo a parlare.
«Ma voi siete talmente pompato d'orgoglio che non ve ne importa del mio pensiero. Mi avete preso per il vostro soldato? Per una bambola di pezza? Non mi state trattando affatto come un figlio!»
«Principe Eledhwen, stai per caso dimenticando con chi stai parlando?» domanda mia madre, ma ella è più preoccupata per me che per mio padre. «Sto parlando a vostro marito, vostra eccellenza» le rispondo con tono sprezzante nonostante il suo appoggio, non gradisco che mi rammenti chi ho di fronte, né che interrompa il mio discorso.
«Eledhwen» pronuncia mio padre.
«Se non sparisci da qui, giuro che quello che ti farò non ti piacerà per niente. La tua età non ti rende esentato dai miei castighi»
Il suo ordine, che pare più come una gran minaccia, scatena in me una collera assurda accompagnata dalla tremenda paura del castigo. Causa in me tremore al sol pensiero di essere punito, la mia pelle in passato ha già assaggiato il sapore amaro della verga e non è affatto gradevole se soprattutto impugnata da mio padre.
La paura di quell'arnese mi dà la forza di mettermi in piedi e lanciando un'occhiata a mia madre, sistemo la sedia e senza aspettare un solo attimo di più, abbandono la stanza seguito dagli sguardi di tutti, ma quello che pesa di più, è quello di mio padre.
Mentre mi allontano odo già le gambe della sedia strisciare, il rumore viene poi seguito da una serie di picchetti che deduco essere i tacchi di mia madre. Nonostante ciò pretendo e mantengo il mio orgoglio proseguendo per la via che porta alla mia stanza, fingendo di non averla sentita.
Ma una volta giunto in camera attendo come un bambino il suo arrivo seduto ai piedi del letto.
«Eledhwen, avanti non piangere» dice mettendo piede nella stanza, e sedendosi al mio fianco sul letto, mi getto nel suo abbraccio dove le mie numerose e incessanti lacrime vengono asciugate dal suo corpetto ricamato in pizzo e dal suo petto caldo e soffice. Mi accarezza i capelli con tenerezza e mi bacia la testa dicendo frasi dolci e curative.
«Io detesto quell'uomo, perché lo avete sposato? Voi siete così gentili ma egli è presuntuoso e severo» borbotto asciugandomi via una lacrima.
«Non dire così caro, è pur sempre tuo padre e l'amore che egli ha per te è illimitato» singhiozzo e strofino il braccio sotto il naso, come un bimbo mi lascio cullare dal suo morbido e tenero petto caldo e dalle carezze.
«Sai» dice «Mentre rispondevi a tuo padre, uno dei servi ha abbandonato la sala. Aveva gli occhi di una persona che stava per scoppiare in un fiume di lacrime, è uscito silenziosamente ma con molta fretta»
Posso mettere la mano sul fuoco e dire che quello era senza ombra di dubbio Hansel, il breve conflitto avuto a tavola lo avrà commosso.
«Perché lo ha fatto secondo te?» domanda con tono ambiguo e neutro.
«Non lo so, madre» rispondo alzando le spalle.
«Strano vero? Magari si è
emozionato»
Dal suo tono di voce non percepisco nulla che possa portarmi a pensare che sospetti di qualcosa, posso solo sperare di no.
Mi bacia la fronte e si alza dal letto. «Asciugati le lacrime e il naso» dice avviandosi verso la porta e con la mano appoggiata sulla maniglia, sospira. Il gesto suscita ansia in me, e quando lascia la stanza mi domando a cosa fosse dovuto quell'esitazione. Il mio cuore si lascia trasportare da dubbi e paure, eppure non dovrei, non è sufficiente per farle cogliere qualcosa.
Ciò che lega me e Hansel oltre all'amore, è questo grande segreto. Mi sono promesso due cose sole da me: di proteggere questo segreto come una conchiglia protegge la sua perla sul palato, e di essere fedele al mio amato per tutta la vita.
Questa Calendula potrà anche essere la fanciulla a cui madre natura ha donato tutta la bellezza della terra, ma io rimarrò saldamente fedele e innamorato.
Mi sono anche promesso che lo avrei reso felice e così farò, voglio regalargli tutta la felicità di questo mondo se possibile.
Tuttavia, se lo merita.
Quel povero ragazzo non ha alcun ricordo su quale fosse il suo giocattolo preferito, n'è una sola mattina in cui si è svegliato nell'orario in cui non aveva più sonno. È sempre stato costretto a lavorare per sopravvivere e per mantenersi dal momento che i suoi genitori non fossero in grado di sfamare né lui né i suoi tre fratelli maggiori, i quali non hanno per niente contribuito nell'aiutare la propria famiglia. Infatti, quando questi raggiunsero la maggiore età, come i cuccioli di cerva si allontanarono da casa e non fecero più ritorno.
Fu così che Hansel rimase solo con i suoi genitori e quando il padrone di casa li minacciò di lasciarli per strada, egli si offrì come schiavo per lasciare alla sua famiglia il terreno guadagnato con molta fatica e ricoprire tutti i debiti non pagati da suo padre.
Furono i tempi più duri mi disse, quando me li racconta gli si forma sempre un groppo in gola.
Tuttavia dopo la morte del padrone si trasferì qui ad Elvesreldelle, dove dopo mesi di elemosina e lavoro sporco, riuscì a farsi assumere come servo presso al palazzo. Aveva appena quattordici anni all'epoca ma il suo volto era talmente consumato e sputato della saliva della vita, che dimostrava l'età che ho io adesso. Ciononostante, le sue maniere vili erano pari a quelle di un bambino ancora sotto l'ala del genitore.
Umile e docile come un agnello, non osava guardare negli occhi neppure quelli del suo ceto, e si rivolgeva al plurale a tutti i membri del palazzo compresa la servitù. La sua umiltà e spirito remissivo m'incuriosirono molto e bramavo di sapere la sua storia.
Ma la vera ragione per cui m'innamorai di Hansel, non fu solo per il suo carattere.
M'innamorai di lui perché egli fu il primo ad amare me. Proprio come accade tra una madre e un figlio, così accadde con me e lui.
Eravamo nella biblioteca, l'aria era polverosa e fresca e la stanza era illuminata solo dalla pallida luce della luna. Le polveri s'innalzavano leggiadre dalla superficie della tavola rendendo tutto così fiabesco e magico, c'era amore e polvere in quelle quattro mura e tutto ciò che si poteva udire erano i balbettii farbiticati dalla bocca di Hansel. Le sue guance rosse stonavano con la sua pelle chiara che in quel buio pareva ardere come una fiaccola nella notte, le sue parole masticate dall'imbarazzo accompagnavano il coro delle cicale, gesticolava e il suo corpo era irrigidito come un tronco d'albero piantato al suolo.
Alla fine però, riuscì a farsi coraggio e a far uscire dalla propria bocca poche semplici frasi che dichiararono tutto il suo amore per me, tutto ciò che teneva nel suo cuore lo gettò fuori quella notte.
Mi confessò di come il mio fascino e il mio carattere pervivace e vanaglorioso lo avessero colpito, era attratto da ogni singola parte di me e ogni volta che sentiva pronunciare il mio nome nel suo stomaco si scatenava una tempesta di farfalle.
Inutile dire che in quell'istante mi sentii come l'unico ragazzo al mondo a cui era appena stata fatta una dichiarazione, mi sentii così prezioso e con un nodo alla gola mi gettai su di lui e lo baciai.
Quella fu la prima volta che baciai qualcuno ed ero felice che fosse lui. Fu un bacio lungo e intenso e quando non riuscimmo più a trattenere le nostre mani, decisi di condurlo nella mia camera reale dove ci saremo inebriati d'amore e sollazzati di piacere.
~⚜~
Due colpetti alla porta mi richiamano nella realtà, è sicuramente Hansel, sarà venuto per dirmi qualcosa riguardo la discussione avuta a tavola.
«Apri» rispondo, e lui lentamente entra nella stanza chiudendosi la porta alle spalle. «Chiudila a chiave» ordino, ed egli gira due volte la chiave per poi restare a capo chinato con le spalle alla porta e le mani nascoste dietro la schiena, come se lo avessi convocato per rimproverarlo.
«Mia madre ti ha visto piangere Hansel, ora per causa della tua fragilità ella cova sospetti» dico, ma egli non risponde.
Comincia a emettere piccoli singhiozzi e in ciascuno di questi il suo petto compie leggeri sobbalzi, dopodiché farfuglia con la mano sulla bocca qualcosa di confuso e scoppia di nuovo a piangere, la sua voce si assottiglia e si spezza di tristezza.
«Dobbiamo smetterla, vi sto deviando dal compiere il vostro dovere, e ora come dite vostra madre cova sospetti»
Esclama disperato portando le mani alle guance per asciugarsi le lacrime, passa la manica sotto il naso per pulirsi ma per quanto ci provi le sue lacrime continuano a rigargli il volto ormai arrossato, il suo naso cola come una candela dalla fiamma alta e matura e la sua voce si fa più roca man mano che il pianto s'intensifica.
Trafitto di dolore, mi alzo dal letto e cammino verso di lui per consolarlo e addossarmi parte della sua colpa.
Lacrime di disperazione sgorgano dai suoi occhi gonfi e imporporati, porto una mano al suo volto accompagnando il suo sguardo al mio, così che possa guardare le sue iridi cinerine inabissate in un mare di lacrime, quel mare di acqua amara rende i suoi occhi brillanti come l'aurora.
«Dimmi, dove li trovo degli occhi come i tuoi?»
Domando asciugando con il polpastrello del pollice una delle lacrime appena scivolata sulla guancia, il resto di loro le asciugo con dei baci e il loro gusto è dolce come la mirra e il cedro. Nulla di lui è amaro.
«Hansel amore mio, non piangere»
«Come posso non farlo? Sono assalito di dolore...»
Singhiozza portando il viso sul mio petto, e io addolorato e pensieroso medito sulla sua incertezza accarezzandogli i capelli. Non avendo risposta da dargli decido di voltare pagina e sciogliere il nodo con la mia fantasia.
«Ti ricordi la nostra prima notte insieme?»
«Sì, me la ricordo» singhiozza.
«Ricordo tutto come se fosse ieri, ma ora che c'entra?»
Affondo le dita tra i suoi ondeggianti capelli color albicocca, poi avvicino il mio volto al suo con il proposito di baciarlo, ma egli lo rifiuta e mi porge la guancia destra. Persistono a cercare le sue labbra, e una volta riuscito, conduco le mani attorno il suo viso per impedirgli di allontanarsi da me e spezzare il bacio. Le punte delle nostre lingue cominciano ad accarezzarsi e si esplorano curiose nella bocca di uno e l'altro.
Poi nel mentre di una pausa per recuperare fiato, sfioro la sua bocca con un dito, tocco il bordo delle sue splendide labbra che sembrano petali di rosa, comincio a disegnarle come se uscissero dalla mia mano, come se per la prima volta la sua bocca si aprisse per me. I nostri respiri colmano la stanza, le labbra s'incontrano di nuovo e lottano nel torpore come se le nostre bocche fossero piene di movimenti vivi. Insieme affoghiamo in un assorbirsi dell'alito che sa solo di passione.
Lo abbraccio compiendo alcuni passi indietro fino a toccare con i polpacci il legno del letto e adagio, mi distendo con lui tra le braccia su di esso.
Le mie mani ai suoi fianchi cominciano lentamente ad alzargli la maglia, poi lui fa lo stesso con la mia e una volta che i nostri indumenti sono dispersi per il pavimento, insieme ci addentriamo nel fulcro del letto per unirci e rivivere quel ricordo.
Salgo sopra il suo corpo dove godo della perfetta visione della sua schiena liscia, chiara e tempestata di piccole chiazzette minuscole come lo spillo di un ago, lui le odia ma io ne vado matto. Infatti comincio a seminare con una pioggia di baci tutta la sua schiena fino ad arrivare alle sue fossette lombari, nelle quali ci affondo i pollici, premo i fianchi verso il mio ventre e con una leggera spinta comincio delicatamente a calarmi dentro di lui. Man mano che avanzo sempre più in dentro, dalla sua bocca escono gemiti simili a un lamento, ma un lamento di piacere. Poi con un'altra spinta, resto fermo nelle sue viscere per godere la quiete in cui giace il suo pesante respiro.
Dopodiché esco solo di poco per poi rientrare nuovamente e così via, alternando fra frenesia e calma.
Il cigolio del letto, i battiti dei cuori, gli affanni e i nostri gemiti si assaliscono creando un'aura ardente e abissale.
Le sue dita si avvinghiano al lenzuolo e i denti affondano nel cuscino per reprimere i suoi fragorosi gemiti, affinché li senta solo io e i muri di questa stanza. Qualche volta molla la presa e con voce fievole pronuncia frasi d'esortazione, mi scongiura di dare corpo alle spinte e di continuare il movimento con più prestezza. Io, che ardo dal desiderio di appagarlo al massimo, esaudisco la sua richiesta.
Sigilla i denti tra di loro ma non è abbastanza, il piacere è troppo da domare e di volta in volta si lascia sfuggire un sussulto.
I suoi capelli, i suoi meravigliosi capelli costellati sul cuscino, ondeggiano come onde del mare mossi da una frenetica corrente, la sua schiena resta inarcata e tutto il peso del suo corpo viene sostenuto dai suoi esili polsi. Purtroppo però, a causa del cigolio emesso dal letto e della sua incapacità nel trattenere i gemiti, attenuo il movimento e alleggerisco le spinte.
«Perché andate adagio?» farfuglia voltandosi «Stiamo facendo troppo rumore, amore» rispondo, e lui ansimando si gira e intreccia le dita dietro il mio collo, resta a fissarmi e io incantato dai suoi occhi gli accarezzo il volto e lo bacio in fronte.
Continuo a disseminare baci e lambire il suo corpo di carezze palpando le mie parti preferite tra cui cosce e natiche, poi disegno una scia di baci fino a scendere al petto dove con la punta della lingua circolo la sua aureola chiara come perla rosa in resina, provocandogli così lo stesso fremito di pura goduria che prova la foglia quando viene sfiorata dal vento. Il suo petto s'innalza incamerando l'aria che gli manca e in preda ad un'ebbrezza indomabile, incrocia e stende le gambe, si sforza a far meno rumore possibile ma le sue labbra non riescono a soggiogare il suo affanno alterato dal piacere.
Più suggo dal suo capezzolo più quest'ultimo si accresce facendosi rigido nella mia bocca, il suo corpo fatica a stare immobile, si contorce e si flette come se avesse una fiamma accesa sotto la schiena.
Una parte di me è convinta che così facendo lo posso far arrivare sulla vetta del piacere, ma l'altra parte mi consiglia di fermarmi per evitare di attirare qualche orecchio alla porta.
Ma l'affamato desiderio di vederlo raggiungere l'acme del piacere mi solletica su tutto il corpo, voglio vederlo sudato e ubriaco di piacere, voglio ammirare il suo corpo rinato e appagato.
«Oh Eledhwen, riempitemi fino all'orlo, voglio sentirvi completamente dentro di me, principe mio»
Supplica portando le mani sulla mia testa e io voglioso di appagare i nostri appetiti decido di correre questo rischio e proseguire.
Comincio a muovermi su di lui lemme lemme sotto le grida trattenute del mio nome pronunciato come se temesse di dimenticarlo, come se fosse l'unico nome al mondo, come se fosse la cosa più dolce da dire.
Sentire il mio nome uscire in quel modo dalle sue labbra, sulle stesse labbra che ho baciato e assaggiato, mi fa sentire potente.
«Vi amo molto» dichiara immergendo le dita nei miei capelli «Io di più, Hansel» rispondo tenendogli una mano, così calda e asciutta, non vi è morbidezza in essa per causa del lavoro.
«Ti amo più di qualsiasi altra cosa» dico avvicinandomi al suo viso, annegando completamente nei suoi occhi nebbiosi e chiari.
«Questa sera vediamoci sotto il salice perché, è da un po' che non ci andiamo, e mi manca andarci con te»
«Come desiderate, qualsiasi cosa pur di appagare il mio amato principe azzurro»
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