«Fa ritorno a casa adesso, la tua famiglia sarà di certo in pensiero per te» dice Giacinto scorrendo la mano sulla mia schiena, mi accarezza con tenerezza ma la sua dolcezza non mi smuove dal mio sconforto. Sono troppo afflitto, lambire la mia schiena con carezze non mi curerà e non allontanerà questo dolore da me.
«Io laggiù non ci torno, che mi è rimasto? Non ho terreno su cui stare in piedi, non ho una luce che mi guidi e non ho amore di cui nutrirmi» Rispondo, egli avrà pur assaggiato il mio stesso calice, ma non può comprendere il mio odio verso coloro che dichiarano di essere la mia famiglia.
«Ti è rimasta una famiglia, una famiglia che ti ama tanto. Cosa darei io per riaverne una, rallegrati per ciò che hai perché in molti mancano della tua fortuna» dice lui con una mano al petto, riesco a vedere nei suoi occhi rubri amarezza e vuoto.
Chino lo sguardo alla sua mano appoggiata al cuore, scorgo una lunga cicatrice che nasce dal polso fino al pollice, ella mi conduce in silenzio a curiosare al suo passato.
«Signor Giacinto...» pronuncio rivolgendo gli occhi ai suoi.
«Potrete pur comprendere il mio dolore, ma non l'odio che provo verso di loro» Appoggio la mia mano sulla sua, gelida come lo erano le piante dei miei piedi venendo qui.
«Come fai a odiare la tua stessa famiglia?» chiede titubante, per lui è inconcepibile.
Frustrato dalla sua incomprensione e dalla tristezza che covo, mi alzo dalla poltrona lasciando che la coperta caschi gentilmente sul tappeto.
Il fauno cerca di placarmi come può ma si lascia intimorire dalla mia ira e resta in disparte a guardarmi, computo e senza dire nulla.
Soffio furia dalle narici, verso lacrime dagli occhi e con immenso dolore serro un pugno al cuore che freme lesto e agitato.
Posso sentire sotto la mia pelle il sangue che ribolle, le mie gote s'imporporano e si accaldano.
«Di madre e di padre ne hai solo due, nessuno può ricoprire i loro ruoli. Perciò caro mio, non importa quante contese nascano tra voi, non importano i fraintendimenti e i rimproveri, ciò che conta di più è l'amore che vi lega.
L'amore che tua madre ti dà nessun'altra donna può dartelo, te lo dice uno che di madre non ne ha più.
Gioisci di ciò che hai finché c'è, non permettere che un po' di rabbia ti privi delle cose belle che possiedi»
Dice il fauno seduto sul tappeto.
Le sue parole sono una pioggia calda e quiete, mi raggiungono come quando le gocce toccano il terreno e me ne imbevo come radici di pianta.
Permetto loro che mi sfiorino e che mi tocchino il cuore e la mente, alterando ogni mio pensiero.
Le medito, ci rifletto e le comprendo.
Vengo poi insorto da pensieri ma non ripensamenti, da dubbi ma non rancori. Non ho assolutamente alcuna intenzione di tornare a casa, ma se dovessi farlo sarà solo per assicurarmi che mia madre stia bene. Apprezzo e gradisco la consolazione di Giacinto, ma essa non sarà sufficiente per alleggerire il mio dolore.
In un improvviso impeto di rabbia ho ferito mia madre con un paio di forbici ma ella mi ha subito perdonato, mi ha perdonato quando era ancora a terra con la mano attorno alla forbice, mi ha guardato con compassione e amore dopo che io l'ho ferita.
Io so che mi vuole bene, ma non so come giustificare le sue azioni e le sue parole.
«In un impeto di rabbia ferii gravemente mia madre, tornerò, ma solo per assicurarmi che lei stia bene»
La mia risposta fa sollevare e sorridere Giacinto.
«Ho dei panni nuovi e puliti se vuoi» dice cogliendo a terra la coperta che mi ero levato.
«Però...» continua portando lo sguardo ai suoi zoccoli «Non uso scarpe, di conseguenza non ne ho un paio in casa»
«Va bene, grazie lo stesso»
Lascia la stanza per un momento per prendere i panni promessi e nella sua breve assenza mi concedo un po' di tempo per riflettere e perdermi tra i mobili e le decorazioni della stanza.
I miei occhi ronzano in ogni angolo, ciascun mobile sembra essere fatto a mano da un buon artigiano, altri invece assomigliano a veri e propri tronchi appena abbattuti dal bosco e lavorati a colpi di scure con una benda sugli occhi.
Se non per l'abbraccio di calore che dona la stanza, direi che questa piccola dimora sia abbandonata e dimenticata da stagioni, le finestre sono velate di polvere e non si vede ciò che vi è fuori.
Insorgono scàlpiti dall'altra stanza, il fauno rosso fa ritorno con gl'indumenti.
«Non è la vestaglia di un re, ma è sempre qualcosa»
dice sbattendomi e leggiadri granuli di polvere e peli rossi si scompigliano a ogni duna del panno, volano all'aria per poi giacere con leggerezza a terra. Sventolo la mano e tossico, il colpo di tosse viene poi seguito da uno starnuto.
«Salute»
Mi augura Giacinto porgendomi i vestiti, e io passando il dorso della mano sotto il naso irritato lo ringrazio.
Mi spoglio dai miei abiti per indossare quelli nuovi, se ciò che indossavo non fosse stato così lerce e sozzo di fango, il fauno si sarebbe accorto subito che provengo da un palazzo reale.
Indosso gli abiti che mi ha dato, tra cui un manto con il cappuccio, lo indosso sulle spalle e mentre lego il laccio, mi accorgo di quanto esso malgrado il materiale di cui è fatto sia leggero e senza peso.
In tutta la mia vita non ho mai indossato un mantello che fosse così leggero, beato Giacinto dunque, che gode di questa leggerezza ogni giorno.
«Signor Giacinto, perché tenete in casa delle braghe?»
gli domando sistemando le pieghe su queste, lui si volta per rispondermi ma solo alcune parole pendono dalle sue labbra, il resto della frase si sbriciola al suolo quando i suoi occhi cascano sui miei indumenti. Lo guardo quasi divertito e accenno un sorrisetto, egli poi scuote il capo e riformula la risposta.
«A volte mi chiedo come sarebbe indossarne un paio»
Mi sistemo i capelli e affondando le dita in essi scopro qualche foglia e filo d'erba, poi mi ammiro girando su me stesso.
«Grazie, lo apprezzo molto»
«Figurati, l'importante è che tu faccia ritorno a casa, la rabbia ci fa prendere decisioni di cui alla fine ci pentiamo. Torna dalla tua famiglia perché di quella c'è n'è solo una»
«Lo farò» prometto.
Si avvicina e mi abbraccia fortemente dandomi delle leggere pacche dietro la schiena, ricambio il gesto e mentre restiamo con i petti uniti, vengo rapito dal profumo di ortaggi e cenere intrecciati nelle sue ciocche scarlatte.
Anche Hansel indossava quasi lo stesso profumo, riesco ancora a sentire l'aroma di cenere da camino nei suoi ricci, oh, la dolce puzza di sudore di rosa è tentata da una voglia assurda di annegare le dita in questa massa fulta e riccia.
«Torna a trovarmi, mi piacciono le buone visite» dichiara distaccandosi.
«Farò anche quello, non vi preoccupate»
Cammina verso la porta per poi aprirla e lasciarmi dinanzi la luce dell'esterno, vengo avvolto dal brio del sole e dal calore dei raggi.
L'odore di erba bagnata invade le mie narici e la chiara luce del mattino stuzzica i miei occhi e la mia stanchezza.
«Fai buon viaggio Elanor, e per favore, perdona i tuoi genitori»
dice, dopodiché si appoggia all'uscio della porta, alza lo sguardo al paesaggio ed ergendo il dito dice «Se prosegui dritto, senza mai voltare né a destra né a sinistra, giungerai s'una collina verde. Sopra di questa sarai in grado di vedere tutto»
Guardo la punta del suo dito e seguo la direzione indicata «Va bene, sempre dritto allora»
Compio il primo passo, poi il secondo e lentamente mi allontano dalla sua dimora, ed egli per tutto il tempo sventola la mano, ricambio il saluto avanzando in avanti fino alla chiusura della porta.
«Arrivederci, signor Giacinto!»
saluto adagiando giù la mano, è stato un piacevole incontro di non mi scorderò, sarà un buon ricordo che mi accompagnerà per sempre e il solo pensiero di lui mi farà sorridere.
Cammino sempre dritto, non svolto né a destra né a sinistra, e non passa molto tempo che il terreno comincia a innalzarsi sotto i miei piedi, le ginocchia si elevano e la fatica comincia a farsi sentire man mano che avanzo. Gli alberi pendono e cominciano a diminuire, la mia ombra si distende lungo il terreno e comprendo di essere ai piedi della collina.
Giungo in poco tempo la schiena della rigogliosa altura e una volta sul capo di questa mi guardo attorno, realizzando solo di essere completamente circondato dal verde e dal nulla.
Rivolgo la punta del naso a est, ed eccolo laggiù, il mio regno, la mia casa.
È così vasto, folgorante e fiorente. Elvesreldelle.
Malgrado la bellezza di cui gode, gli occhi miei lo guardano con amarezza, uno strano gusto aspro si ammonta sulla mia lingua e un forte aggravio si accuccia nel mio petto, il mio stomaco si torce e marmaglia come un mare in tempesta.
Sospiro e chiudo gli occhi, mi siedo a terra e penso.
Mia madre è l'unico motivo che mi sta riportando laggiù, ma se non fosse per lei, io non tornerei al palazzo.
Ecco che si alza il vento, mi soffia sul volto, mi schiaffeggia e mi fa aprire gli occhi. Mi alzo, ai miei piedi i fili d'erba si prostrano a questa potente aria improvvisa. Che mi stia parlando? Odo il fruscio delle foglie degli alberi, lo strofinio dell'erba, il frullo del cielo e gli schiamazzi degli uccelli turbati dall'arrivo del vento.
Esso sussurra al mio orecchio qualcosa che non comprendo, affonda la lama nel mio cuore e lo divide in due, dalla raffica il mio sguardo vacilla tra il regno e il paesaggio alle mie spalle.
Il gelo sul viso mi provoca una lacrima e la gote destra ne viene dolcemente rigata.
«Che devo fare?»
farfuglio stringendomi il petto e guardando con malinconia il regno, così distante ma vicino.
Il vento insiste ma io lo contrasto, lo sfido, e compio un passo avanti.
Se non fosse per il gesto violento che ho compiuto, se non fosse per mia madre, e se non fosse per Giacinto, io non starei tornando indietro.
Mi oppongo al vento e insorgo contro di lui, devo almeno assicurarmi che mia madre stia bene, se non dovessi farlo non riuscirei a vivere sereno trascinando questa palla di cemento alla caviglia, prima o poi la gamba cederà assieme a tutto il mio corpo.
Ha ragione lei, non importa cosa, la corona che porta in testa mai invecchierà e sul suo trono non si siederà nessuno. È sempre mia madre e nulla potrà mai cambiarlo.
Più avanzo e più il vento si arrende, più vado avanti e più il desiderio di vedere mia madre viva e in salute accresce.
Non ho fatto molta strada, intravedo la punta del palazzo e i tetti delle abitazioni, sono certo che mio padre non ha mandato nessuno a cercarmi perché sapeva che sarei tornato.
Chissà, avrebbe mandato un intero esercito a bandiere spiegate per cercarmi e riportarmi al castello contro la mia volontà.
Mi sarei opposto? Non lo so, forse sì, ma sarei stato così debole di dolore che avrei ceduto subito.
...~⚜~...
Dirigo il mio passo verso un luogo in cui mi amareggia far ritorno, cammino verso le mura in cui sono nato e cresciuto solo per la persona che mi ha accudito e che io poi ho ferito.
Il mio puro senso di colpa viene però prevalso dalla rabbia, più mi avvicino alla mia terra e più il mio cuore pulsa di collera, le mie mani vacillano bramose di strozzare qualcosa e spezzarlo.
I miei occhi sono talmente intorpiditi da così tanti pensieri che ci vedo a malapena, ma con le orecchie odo le voci degli abitanti e le mie spalle si caricano del peso dei loro sguardi curiosi e indiscreti.
Con la testa coperta dal cappuccio del manto, nessuno di loro mi riconosce, ma la mia parvenza da straniero l'incuriosisce molto.
Tengo lo sguardo fisso a terra, i miei occhi incrociano solo quelli dei bambini che con curiosità cercano di scorgere il mio volto celato.
Cammino verso il castello portandomi dietro un lungo strascico di sguardi, mormorii e domande. Arrivo dinanzi al portone, ma ovviamente, ancor prima di poter anche alzare lo sguardo e guardare le porte chiuse della mia dimora, i due custodi di guardia mi si elevano dinanzi con i loro petti dorati e le loro lame aguzze e argentate che minacciano la mia gola.
Indietreggio mostrando i palmi delle mani vuote, ma essi con ostilità mi ordinano di allontanarmi dalla loro presenza, così, anziché ubbidire agli ordini ricevuti dalle mie stesse guardie, abbasso il cappuccio e mi rivelo a loro senza pronunciare parola. A essi è più familiare il volto mio che quello dei propri figli, entrambi sorpresi nel vedermi, porgono le loro scuse, e dopo svariati inchini mi aprono subito le porte del mio castello.
Gli abitanti alle mie spalle osservano l'avvenire con dubbio e curiosità, si staranno chiedendo chi mai io sia di così tanto importante che persino le guardie mi fanno accedere senza tenere le loro lame puntate.
Entro quasi con cera onorata, ma il mio orgoglio svanisce come accedo al chiostro.
«Vado ad avvertire vostro padre, darò a lui la notizia che sua maestà il principe ha fatto ritorno»
dice prendendo passo, resto dietro di lui mentre seguito dalla seconda guardia, la prima di fronte a me ordina ad altre due guardie in servizio di farsi aprire le porte del castello annunciando che sua maestà il principe ha fatto ritorno.
Le due guardie con volti sorpresi, si apprestano ad aprire le due porte per farci entrare nella sala del trono, dove ogni nostro passo, una volta varcata la soglia della porta, conquista un peso e un eco, la sala è vuota e fresca e le tende non sono state ancora tirate. Le ambrate armature delle due guardie cingolano e le punte delle loro lance picchiettano al suolo come tacchi di scarpe, i miei piedi invece, avanzano silenziosi sul freddo e gelido pavimento, così liscio e pulito da poter illuminare questa sala tenebra e buia.
«Attendete»
dice l'uomo, e dopo il mio cenno con la testa, s'incammina lasciando me e il suo compagno di mestiere nella sala.
C'è aria di lutto e polvere, se non fosse che sono stato all'aperto, direi che è ancora notte e che i servi non hanno ancora tirato le tende. Il trono di mio padre, il mio alla destra e quello di mia madre alla sinistra, sono inghiottiti dal buio in fondo alla sala come strumenti dimenticati. Tuttavia, però, gli ornamenti argenti e dorati sfavillano nonostante l'oscurità.
Nel bel mezzo della mia scampagnata con gli occhi per le pareti e gli altri elementi della sala, la guardia fa ritorno, ma non è sola. Dietro le sue spalle insorge mio padre, che con la scarsità della luce presente, egli pare solo essere la sagoma dell'ombra della guardia.
«Principe Eledhwen, vostro padre il re è qui»
dichiara scendendo giù per i gradini, ergo gli occhi a mio padre il quale è rimasto al principio della scalinata con la mano posata sullo scorrimano. Lo guardo senza pronunciare parola, resto a fissarlo per poco solo per vedere il volto suo, l'espressione che indossa e l'aria attorno a lui. Ma poi riabbasso il capo e guardo le punte dei miei piedi, luridi e sozzi per il tragitto.
Non lo vedo, però lo sento. Odo i suoi passi lungo le scale e lo strofinio del manto adulare uno scalino dopo l'altro, dopodiché le punte nere dei suoi stivali snidano sotto la mia veduta.
«Principe Eledhwen, posso sapere dove sei stato?»
la sua domanda viene replicata con severità dall'eco come se anch'esso si chiedesse dove fossi stato, è innanzi a me ma io non oso guardarlo, allora porta la mano inguantata di rosso sotto il mio mento per far sì che la mia faccia sia esposta e in buona vista ai suoi occhi.
Ma non gli concedo troppo tempo e mi sottraggo subito, levo il mento dalla sua mano e torno a fissare altrove.
«Sono tornato solo per assicurarmi che vostra moglie sta bene»
dico considerandolo solo con la coda dell'occhio, egli si strofina le dita tra cui teneva il mio mento poco fa, e con aria risentita risponde.
«Bene, buona a sapersi, allora seguimi e ti porterò da tua madre» si volta e s'incammina, io lo seguo restando a pochi passi dal suo mantello. Mi fa silenziosamente strada verso la stanza in cui vi sta sua moglie, detesto doverlo persino pensare ma non vedo l'ora di vedere mia madre, di abbracciarla e di baciarla in fronte. Celo il mio entusiasmo e la mia gioia dietro la mia quiete e il mio atteggiamento freddo, non mi smuovo dalla mia rigidità e resto saldo fino a giungere alla porta.
«Tua madre sta riposando a letto, ma è sveglia» dice, poi bussa con la nocca dell'indice contro la porta.
Due voci femminili rispondono dall'altra parte dando il permesso di poter entrare all'interno, mio padre si limita solo ad abbassare la maniglia e a spingere leggermente la porta, ma dopodiché con un cenno mi intima a entrare per primo.
«Olisador, nostro figlio ha fatto ritorno ed è venuto per vedere come stai» dice il re restando all'uscio.
Quel che vedo subito e solo, è il corpo di mia madre sdraiato sul suo letto e coperta pesantemente fino al seno con una grossa coperta verdognola, i suoi lunghi capelli smeraldi sono stesi su tutto il cuscino come radici al suolo, il suo volto è sereno e senza ombra di rossore.
Le due curatrici che hanno prima risposto alla porta, sono occupate a prendersi cura di lei, la bionda le accarezza dolcemente la fronte e quella che è sua gemella, le osserva la ferita e l'area attorno.
Dai loro soffici e pallidi palmi delle mani stillano proprietà curative che assicurano a mia madre una guarigione veloce e sicura, sono rari e pochi gli elfi con tali doni ma per nostra fortuna e benessere possiamo trovarle e permetterle di stare al palazzo.
Resto immobile a fissare il bendaggio che passa da sotto l'ascella alla spalla e un po' al collo, il suo petto sale e scende a rilento, quel movimento scatena in me un'allegria fresca e nuova, mi pizzica l'occhio e accelera il mio battito.
Cenno un sorriso che non passa inosservato a mio padre, così per la vergogna mi volto e strofino le palpebre nel caso mi si fossero illuminati gli occhi.
«Ecco qui tua madre» dice lui e io senza farmi ripetere altro mi avvicino a lei e la saluto.
«Madre» faccio cadere l'occhio sulla ferita già curata, ma la donna non ricambia il mio saluto, né sorride assieme a me.
Guarda suo marito e gli ordina di abbandonare la stanza, egli ubbidisce e con un cenno della testa ordina alle due guaritrici di seguirlo.
Le porte della stanza si chiudono lentamente alle mie spalle, adesso restiamo solo io e mia madre.
«Come vi sentite?» domando masticando quasi la frase, per timore di venir risposto con arroganza e disprezzo, ma lei sospira, si volta e risponde con un leggero sorrisetto.
«Perdonatemi, vi giuro che non ero lucido, ero confuso e arrabbiato e ho agito d'impulso. Non era assolutamente mia intenzione farvi del male, se voi solo potreste vedere quanto io sia afflitto in questo momento»
Spolmono agitato, torcio le dita e mordo le labbra per il fermento.
«È stata la tua rabbia, non il tuo cuore, figlio mio. Io ti ho perdonato e questo lo sai» dice lei, e il dolce suono della sua dolce voce mi dà conforto e sollievo.
«Lo so che mi avete perdonato, lo so. Ma un po' vorrei che voi non lo aveste fatto, almeno non mi sentirei costretto a farlo anch'io. Io non posso perdonarvi, non riesco a farlo»
«Uff, ho male alla testa, Eledhwen» ribatte scuotendo la testa e la mano.
«Dove sei andato? Eri lontano?»
domanda.
«Non molto»
«Stai bene?»
«Sì»
«Dove sono gli abiti con cui hai lasciato il palazzo?»
«Li ho persi, è stato un fauno rosso a darmi questi nuovi abiti perché i miei erano sporchi di fango»
«Un fauno?»
«Sì, e se non fosse stato per voi che siete ferita, e lui con il suo discorso, adesso non sarei qui. È stato molto gentile, si chiama Giacinto»
«E dimmi, dove saresti adesso?»
La sua domanda mi coglie da terra e mi piglia il fiato, apro la bocca per rispondere ma da essa non esce nulla se non una scarsa fiatata.
«Bene...»
dice.
«Molto bene, perché è così, no? È così che il mio duro lavoro di madre viene ripagato»
Improvvisamente la sua dolce voce degrada in un tono più grave e severo, ne vengo turbato e amareggiato perché non volevo che reagisse così.
«Sorian Arthur Eledhwen, mio primo e unigenito figlio, ti ho tenuto in grembo per nove mesi interi, ti ho sgravato all'ora sesta del mattino stringendo le lenzuola di questo letto su cui ora giaccio in dolore a causa tua!
Ti sei fortificato nel mio seno, ti ho cresciuto e disciplinato secondo la legge con cui i miei genitori mi hanno istruita! Sono stata una madre dolce e buona, mai una volta ho impugnato la verga per batterti, né la mia mano ha mai percosso le tue gote!
E dopo tutto questo, tu hai comunque deciso di rendere tutto il mio sacrificio con delusione, tristezza e vergogna! Io ti ho perdonato ma prega che Madre Natura perdoni te e quel puttaniere bastardo!»
Le sue parole mi smuovono e in preda al dispiacere, piango, non so come rispondere, mi sento assalito di colpa e vergogna. Le ho davvero portato delusione e tristezza con il mio comportamento, però non è colpa mia se appago il mio cuore, non è di certo colpa mia se ho amato Hansel e mi addolora il fatto che lei non lo comprenda.
Il suo volto rimane inflessibile e rigido come i lineamenti di una pietra, ella è per un attimo proprio come la statua di Madre Natura, non parla e non mi guarda.
«Vi auguro un amaro riposo, vostra onorevole maestà»
Non aggiungo altro e abbandono la stanza.
Colgo mio padre affianco la porta e deduco che stesse origliando la conversazione tra me e mia madre, mi guarda ma non osa chiedermi nulla.
«Ebbene?» domanda irrequieto, gli passo accanto e cammino lungo il corridoio per andarmene nuovamente, non c'è nulla qui per me, mia madre sta bene e questo era quello che volevo sapere. Mio padre mi segue ma non lo attendo e continuo a camminare.
«Dove vai?»
domanda, ma non gli rispondo.
Adirato dal mio silenzio ripete la domanda con più fermezza, ma anche questa volta non gli rispondo.
«Ti sto parlando, voltati Eledhwen!»
sbraita furioso, il suo tono impetuoso e solenne mi frusta la schiena e terrorizzato mi pianto al suolo tutto percosso di timore, ma riprendo una volta riconquistato fegato.
«Guardie!»
dice a gran voce, e i suoi uomini si presentano subito al suo cospetto, pronti a ricevere i suoi comandi. Mi volto e lo vedo con il dito puntato su di me.
«Portate il principe nella sua stanza e legatelo»
Ordina, e in un attimo mi trovo circondato e tenuto dalle due guardie che poco fa mi avevano aperto le porte.
«Padre che state facendo?»
domando confuso guardando i miei uomini, essi cominciano a trascinarmi verso la mia stanza «Smettetela! Lasciatemi andare!» ordino dimenandomi e a mio padre che ci segue dico «Che volete fare? Tenermi rinchiuso nella mia stanza?»
«Se l'unica maniera di non far volare il canarino è di doverlo tenere in gabbia, allora così sia. È giunto il momento che ti rammenti chi sono io»
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