Le parole di mio padre solcano i mari dei miei pensieri come un vascello, lo sguardo mio è perduto e le mie orecchie sono stordite dalla confusione che dimora di fuori.
La carrozza in cui sono si è trasformata in un cubo d'assillo dove poter pensare a una marea di cose senza che queste sfocino, le tende sono chiuse perciò nessuna luce o polvere riesce a entrare e distrarmi.
Gli scalpiti dei puledri accaniscono il terreno, le ruote della carrozza girando giungono s'un terreno più liscio e compatto che non è affatto quello del villaggio.
Alzo il capo e con il dito sposto leggermente la tenda, i miei occhi vengono subito ammaliati dalla struttura marmorea benedetta di tutto lo splendore del sole. Ammiro la sequela di guardie in piedi lungo il ponteggio, armate di lunghe lance bianche e scudi con lo stemma di una spiga di grano.
Siamo giunti al palazzo di re Leonardo, presto le porte ci verranno aperte senza alcun vaglio, proprio come un imperatore che avanza verso la propria corte.
Non provo nulla se non pura e totale indifferenza, mi sazio più di emozione guardando l'architettura del palazzo che per l'arrivo.
Parte del discorso di mio padre si è disperso nell'aria come fumo d'incenso, non ricordo una sola parola di ciò che devo dire a re Leonardo riguardo la ricompensa e il matrimonio. Quando egli ne parlava ero lontano e distante, il mio corpo era nella camera ma la mia testa era irraggiungibile.
La carrozza si ferma e odo il crepitio dei portoni lentamente chiudersi, accompagnati dal ringhio delle guardie che spingono con forza il massiccio legno. Dopodiché una voce mi annuncia l'arrivo alla sede della famiglia reale.
Resto titubante a ponderare a mezza luna sopra un lago di pensieri, sebbene abbia una porta dinanzi a me, mi sento segregato in una stretta cella di marmo, impedito e incatenato a degli ordini.
Solo al secondo richiamo mi convinco a scendere dalla carrozza e mostrarmi in tutta quanta la mia misera maestà, vana e inutile come un soldato della scacchiera adornato di manto e corona.
«Vi sentite bene?» domanda la guardia scendendo dal proprio cavallo, ma non gli degno né sguardo e risposta, dopotutto egli non ha riguardo di me.
Un trio di guardie si avvicinano per accoglierci e alzando gli elmi delle armature per scoprire i volti, porgono saluti e si prostrano al mio cospetto con omaggi e rispetto, alzano le ginocchia solo dopo il mio cenno con il capo.
«Siamo lieti di darvi il benvenuto a Eruphanelle, principe azzurro»
Dichiara con fierezza e passione la giovane guardia dall'armatura dorata e l'elmo più grande, colgo dal suo tono poco formale, tutto l'orgoglio che ha per la propria patria.
«Seguiteci, vi condurremo alla corte di sua maestà re Leonardo»
Prosegue dicendo prendendo passo verso la lunga scalinata che conduce alle porte del palazzo.
Io e i miei uomini avanziamo seguendo la donna dorata, il mio sguardo nel mentre viene rapito dalla torre alta, la cui punta erge fuori notevolmente.
«Che sia lì dove sta Calendula?» mi domando guardando la piccola finestra sbarrata.
Le porte dinanzi a noi godono di una notevole e magnifica geometria raffinata, la porta destra è il riflesso della sinistra, entrambe fabbricate e disegnate come gemelle, ornate di meravigliosi ornamenti in oro fino.
Quando vengono aperte, un lungo e immenso corridoio appare di fronte a noi, ma man mano che le porte vengono spinte ai margini, il corridoio si rivela essere una delle tre navate.
Ogni navata è suddivisa da una serie di lunghi pilastri decorati di spighe di grano, simbolo che suppongo abbia valore e significato per la famiglia reale.
Le mie labbra si schiudono per la meraviglia, una delle mie guardie alza l'elmo per ammirare la struttura lasciandosi sfuggire un fischio.
Avanziamo lentamente per goderci ogni angolo della sala, i nostri corpi vengono riflessi dal vasto e liscio pavimento in marmo bianco, le nostre ombre giocano con i bracci del sole che entrano dalle colorate vetrate che ricoprono gran parte delle pareti.
Il soffitto è alto e chiaro, pennellato con gli stessi colori puerili del cielo, l'enorme lampadario funge da sole e se guardato a lungo confonde lo sguardo e stravolge la testa.
«Benvenuto giovane principe azzurro, è un grande onore e piacere
ricevervi!»
Dichiara a gran voce re Leonardo, alzandosi dal suo trono bianco.
Sopra la punta della sua grande corona dorata, dista un enorme rosone a ruota da cui filtrano potenti lame di luce, queste cascano sul trono del re rendendolo più incantato e illustre.
Alla destra del sovrano si erge l'affascinante consorte, regina Helena, e alla sinistra sua susseguono la figlia e il figlio.
«Siamo davvero molto lieti di accogliervi qui, nel nostro palazzo» annuncia che la regina portando entrambe le mani sul cuore, i suoi occhi castani esprimono tutta la gioia che prova e le sue tonde e soffici guance rosee si gonfiano per dar spazio a un largo.
«Abbiamo atteso l'arrivo vostro come l'alba dopo la notte più buia, abbiamo udito dai nostri uomini i vostri gran prodigi, i libri narrano le peripezie della vostra vita precedente e il mio popolo vi ama molto» pronuncia il re quasi chinandosi al mio cospetto, ma vengo colto più da disagio, sono poco onorato dal suo enorme gesto di ossequio.
Egli scusatosi per avermi causato scomodità, riassume una posa virile ed eretta, sua moglie lo accarezza in spalla mentre la figlia e il figlio rimangono al fianco di loro.
«Quando la fata ha fatto ricadere la maledizione su nostra figlia Calendula, credevamo che non ci fosse speranza per lei sul momento» Dice la moglie, poi il marito raccogliendo la mano dell'amato sposa prosegue dicendo.
«Ma ringraziamo il Signore Dio per il vostro grande cuore benevolo e lo spirito filantropo che avete, sono pochi quelli come voi»
Cenno un sorriso e ringrazio. «Mi si tingono le guance di rosso a tutti questi elogi, sono gaio di essere qui per prestare il mio aiuto» Dico.
«Com'è stato il vostro viaggio verso qui? Avete mangiato durante il tragitto? So che è stato un lungo percorso principe perciò permettetemi di farvi preparare qualcosa che vi fortifichi, non potete stare a stomaco vuoto» dice il re, stendendo il braccio verso una porta che conduce in un'altra sala, e una delle guardie mi si avvicina all' orecchio sussurrandomi qualcosa.
«Ricordatevi che cosa vi ha detto vostro padre»
Ma io come risposta, mi volto verso il sovrano e accetto con gradimento il suo invito.
«Sono partito a stomaco vuoto, perciò mi farebbe piacere poter assaggiare qualcosa della vostra cucina umana»
la guardia aggrotta la fronte e io gli getto un'occhiata disinvolta ma severa.
«Certamente principe, faremo subito apparecchiare la tavola nel frattempo che vi accomodate»
Dopo aver nuovamente ringraziato il re, il mio occhio cade su quello della giovane principessa, non conosco il nome suo né quello di suo fratello, ma il suo sguardo è avvinghiato al mio come il nodo di una fune. Il re nota il filo che pende dagli occhi nostri, così con gran orgoglio si pone in mezzo tagliando quel filo spesso.
«Datemi l'onore di presentarvi la mia meravigliosa seconda figlia, Lavanda, e mio ultimo germoglio, Quintilio»
La giovane principessa regge la gonna dell'abito e s'inchina, al contrario di suo fratello minore, che con entusiasmo scantona di lato la ragazza e si avvicina a me.
«È vero che avete salvato la principessa Thunderbird dal drago dell'ovest?» domanda il fanciullo.
«Quintilio, per favore» lo riprende la madre «Che cosa?» domanda il giovane sollevando le spalle, sorridendo mi chino alla sua altezza e dico.
«Se vuoi racconto tutto a tavola» i suoi occhi si colorano di felicità, la sua bocca si spalanca per lo stupore e anche se non ha ancora udito nulla di ciò che son prossimo a raccontargli, egli è già al culmine dell'incanto.
«Mi racconterete anche di quella volta che avete tagliato la testa a Venzeilaia, la sirena del lago?» aggiunge.
«Certamente» rispondo annuendo.
«E anche di come avete duellato contro la magie oscure di Hulverd, lo stregone scarlatto? E poi vorrei sentire come avete gettato nel pozzo la strega di Gheldan, poi di come avete affrontato l'esercito degli uomini fungo, lo spiritello di Domufoso, i gemelli Dhelshelle e...»
La fragorosa e agile bocca del ragazzino viene coperta dalla mano della regina, che con il dito sulle labbra e gli occhi stringato, gli ordina di tacere. Il principe si mostra alquanto irritato dal gesto della madre, e scoprendosi la bocca dal guanto giallo di quest'ultima, rigonfia nervoso il petto e sbuffa.
Ma io sorrido e lo giustifico per la sua giovinezza, so per saggezza che intorno a quell'età il desiderio di sapere e la bizzarria sono traboccanti.
«Non vi preoccupate giovane principe, vi racconterò tutta quanta la storia a tavola»
Il piccolo principe compie subito saltelli di gioia e deliziato stringe tra i pugni il grazioso abito violetto della sorella. «Contegno Quintilio, ti prego» dice Lavanda respingendo il fratello da sé e sistemandosi la gonna.
«Davvero, perdonate mio figlio, ha solo nove anni e come molti egli vi ammira molto, essere come voi è il suo più grande desiderio»
Dice il re imbarazzato per l'atteggiamento sciolto e sfrenato del principe ma in parte ne è anche orgoglioso. «State tranquilli, mi fa piacere avere un ammiratore»
le mie parole rallegrano il giovane principe, che entusiasta di udire i miei racconti, sfoggia un largo e brioso sorriso.
«Adesso se mi permettete, lasciate che vi conduca alla sala convivio, darò ordine di preparare qualcosa di prelibato per voi» pronuncia re Leonardo, guardo le mie guardie e queste solo con gli sguardi mi intimano di rifiutare, talché il loro re ha ordinato ciò, ma io cenno un sorriso a entrambi per divulgare e dar valore al mio dissenso. «Mentre io mi arricchisco di forza a tavola, voi due restate di guardia» dico, poi mi rivolgo al re e accetto con privilegio l'invito, ma uno dei miei uomini mi ferma e mi rammenta ciò che gli è stato ordinato.
Dò cenno alla famiglia reale di proseguire, dichiarando che li raggiungerò non appena avrò risolto con i miei uomini, una volta soli nella sala del trono il tono della guardia si aggrava e si concede la franchigia di prendermi per un braccio.
«Abbiamo ricevuto l'ordine di non lasciarvi neanche per un solo secondo, inoltre vostro padre vi aveva detto di non mangiare nulla all'arrivo, ma di farlo una volta salvata la principessa»
Indignato dalle sue parole e dalle maniere azzardate, libero il mio braccio dalla sua presa e gli rivolgo le spalle.
«Con quale coraggio, con quale permesso, osi toccarmi e darmi ordini?» poi, spolverando la manica aggiungo.
«Perlopiù non credo che voi dobbiate sposarvi con una perfetta estranea, sono già infelice e nervoso, credete che affrontare tutto questo a stomaco vuoto mi farà stare meglio? Potete seguire gli ordini di mio padre ma non potete costringere me a farlo, una volta re terrò conto della vostra condotta»
Detto ciò me ne vado dalla loro presenza e seguo la famiglia reale, i due barattoli d'oro restano piantati come pietre a fissarsi l'un l'altro titubanti, ancora una volta odo la stessa guardia lamentarsi di me.
Ma non m'importa, mi consolerò con il pasto.
...~⚜~...
Affondo con impeto la lama argentata del coltello nella carne del vitello, proprio come se avessi l'occhio del drago posto sul piatto, la regina Helena trabalza travolta dall'emozione, ma si regge portando la mano al petto, come suo marito e suo figlio vuole che continui a raccontare.
«Affondai la lunga lama della spada, dritta nella pupilla del drago»
Sbarrano gli occhi, si schiacciano al bordo della tavola per porgermi il più possibile le orecchie, quest'ultime si stanno nutrendo più dei loro stomaci, ogni mia parola sembra più gustosa e interessante del piatto che hanno di fronte e questo non può portarmi nient'altro che piacere e desiderio di procedere a raccontare.
«E poi?»
Domanda Quintilio allontanando il piatto per appoggiare entrambi i gomiti a tavola e con i polsi si regge la testa oramai stracolma.
«E poi mi mangiò»
Poso la posata, sfilo i guanti e strappo a mani nude un pezzetto di carne per condurlo poi sospeso alla mia bocca, lo tengo stretto tra due dita sotto gli occhi curiosi dei miei ascoltatori e infine lo lascio cadere. Lo mastico e lo ingoio come sfoggio di quel che è accaduto, per un po' mi lascio inebriare dal suo dolce gusto ma mi riprendo e procedo.
«Pensavo di essere spacciato, pensavo che avrebbe tritato il mio corpo tra le sue fauci come una mollica di pane. Ma egli per sua sfortuna commise l'errore di non masticarmi, mi aveva ingoiato tutto come un sorso d'olio.
Una volta dentro il suo stomaco non esitai un secondo di più, anche s'era buio come a palpebre chiuse, cominciai ad armeggiare la spada tagliando tutto ciò che potevo squarciare e aprire in due. Sentivo i disperati ruggiti del drago, lo strappo dei suoi tessuti e il battito delle sue grandi ali»
Divido la carne con il coltello e il rumore dello squarcio fa rabbrividire di stupore e ribrezzo i miei astanti.
«Quando uscii dal suo corpo ero ricoperto di scorie e avanzi, ma ero vivo e integro»
«Che eleganza» dice ridacchiando la principessa pulendosi il contorno delle labbra con il tovagliolo.
«E fu così che sconfissi il drago dell'ovest, salvai la principessa e la riportai nel suo regno»
i due sovrani e il principe applaudono come la gente che mi accolse nel regno di Orchidea il giorno che riportai a cavallo la loro principessa, si congratulano per l'affascinante racconto e persino la servitù e le guardie presenti applaudono.
La principessa batte la mano destra sul palmo della mano sinistra, il suo applauso seppur contenuto e quasi silenzioso è sincero.
«Bella storiella, siete davvero generoso principe azzurro, nessun altro bel fanciullo come voi avrebbe salvato quell'orrida e adiposa orchessa»
La sua voce è condita di sale come lo è la carne sul mio piatto, forse anche di più. Anche se i suoi genitori non le dicono nulla riguardo il tono usato, io, oltraggiato e offeso per le perfide parole che ha pronunciato, la guardo e le rispondo.
«Avendo visto con i miei stessi occhi la principessa Thunderbird, posso dire che non è affatto orrida e adiposa, anzi, tra tutte le principesse che ho servito, protetto, salvato e conosciuto; lei è la più graziosa, la più umile e la più educata. Sono poche le principesse come lei, la maggior parte di loro sono fanciulle viziate che tengono più alle loro ciocche che a coloro che raccolgono le erbe e i fiori, per provvedere un buon trattamento a quei capelli che tanto amano»
«Avete perfettamente ragione principe azzurro, vi prego di perdonare mia figlia, a volte parla senza riflettere» dice il padre.
«Va tutto bene sire, vostra figlia ha detto quel che ha detto solo perché non ha ancora visto Thunderbird»
Regina Helena schiarisce la voce e posando la mano su quella del marito si volta verso di me e mi domanda se gradirei anche il dolce.
Porto gli occhi alla cintura, sono state due le volte che l'ho allentata ma la voglia di assaggiare altro cibo umano mi fa creare altro spazio nello stomaco.
Accetto senza alcuna esitazione e dopo che i servi sparecchiano quel che abbiamo consumato prima, ci vengono serviti nuovi piatti, piccoli e graziosi piatti d'argento con al centro uno strano dolcetto.
Lo guardo con curiosità, i miei occhi ronzano sul piccolo dolce come una mosca che vola s'un pasto. Lo punzecchio con i denti della forchetta e per un momento guardo il principe per poter vedere la sua espressione dopo il primo boccone, poi guardo quella della principessa ed entrambi sembrano deliziati.
Ora che so che è buono non esiterò ad assaggiarne un po'.
Ne prendo un pezzetto, guardo che cosa vi sia all'interno e uno strano liquido bitorzoluto sfocia dal dolce.
Fisso con ribrezzo i grumi dentro la sostanza, alzo lo sguardo alla principessa, che raccoglie con il cucchiaio il fuso giallastro e se lo mangia con raffinatezza e buon gusto.
Consolato nel vedere la fanciulla dilettata dal boccone fatto, prendo un po' del liquame bitorzoluto e avvicino il cucchiaino alla bocca.
Tengo la pietanza sul palato per far di mio il gusto e il sapore, lo scandaglio con la lingua e tra i denti conosco i soffici grumi. In modo fortuito il sapore si rivela gradevole e familiare, come un predone la mia lingua viene rapita dalla squisitezza di quel che temevo sarebbe stato rivoltante.
Il gusto è soavemente dolce, mielato e teneramente zuccherino, è un trabocco di tante pietanze che la bocca mia è stipata di molteplici colori. Il piacevole effetto finisce come deglutisco e tale un drogato di polvere di fata e un ebbro cotto di vino, mi avvento di nuovo sul dolce con una ben gran cucchiaiata.
Riprovo la stessa gradevole sensazione di godimento e bontà, la mia lingua giubila e i miei denti danzano contenti sopra la pietanza.
Stolto è colui che un giorno si prenderà la briga di avvelenare un reale con questo dolce, non sa che sarà la tenerezza del dolcetto a uccidere prima che il veleno arrivi al cuore.
Deglutito il secondo boccone, mi volto verso il re e la regina, e domando loro di che dolce si tratti. Regina Helena, alquanto lusingata, si offre di spiegare.
«Questo dolcetto che avete di fronte, principe azzurro, è chiamato "il tortino del bacio". È il nostro stemma d'amore, il re dei dolciumi di Maggio, gl'innamorati se li scambiano in piccole scatolette come augurio di amore eterno e lunga vita»
«È davvero molto buono, con quali ingredienti è stato preparato?»
domando facendo il quarto boccone, un altro ancora e lascerò il piatto completamente vuoto come quello del giovane principe.
Gli avanzi del suo dolce sono rimasti attorno le sue labbra e sulle punte delle dita delle mani, la sorella, sospirando, prende il proprio tovagliolo e lo usa per pulire la bocca e le mani del fratellino.
«Un po' di tutto» dice la regina, e la mia attenzione torna da lei.
«Ma ciò che lo rende veramente dolce, secondo me, sono i pezzetti di albicocca fusi in questa tenera confettura, il resto degli ingredienti fanno solo d'ancelle»
«Albicocca?» ribadisco, e la regina annuisce affermando «Sì, albicocca»
Abbasso gli occhi al piatto dinanzi me quasi ormai vuoto.
A bruciapelo il piacere che avevo nel mangiare questo dolce mi ha completamente abbandonato, lasciandomi con una sensazione di un sentito e intenso vuoto, poso il cucchiaio sul piatto e con il tovagliolo mi pulisco il labbro inferiore.
"Albicocca"
Evoca nella mia testa la flebile e lontana voce di Iris, così era chiamato il mio tenero e dolce amore dai suoi compagni di lavoro.
Questo dolcetto che ho di fronte è ora come un fiore falso, il pensiero che mi ha affiorato lo ha reso amaro e ripugnante, quasi nauseabondo persino alla veduta.
Secondi fa ero inebriato dal gusto di questo dolce come se concepito da un'entità divina, ma ora le mie orecchie hanno udito e il mio stomaco si sta torcendo.
Stringo la pancia e spingo in dentro il dolore, chino il capo e guardo la mia mano comprimersi contro la pelle.
Qualcosa di acido sta risalendo, uno stormo di battiti d'ali si agita e il mio cuore inizia a palpitare tempestoso contro il petto.
«Potete scusarmi un attimo?» domando cortesemente alzandomi da tavola, sento che se passerò un secondo in più seduto qui sverrò.
«Non dovete scusarvi,
vi sentite bene?» domanda il re preoccupato.
«Sì, devo solo andare a prendere un po' d'aria» rispondo affrettandomi a uscire oltre la porta e seguito dalle mie guardie abbandono la stanza.
«Vi sentite bene, principe?» domanda una di loro, ma io con la mano allo stomaco, proseguo senza dar risposta. Non so dove sono diretto ma percorro il lungo corridoio sotto scacchi luminosi e ombreggiati, mi fermo dentro uno dei quadri di luce a fianco una grande finestra, le guardie mi raggiungono e mi ripongono la stessa domanda.
«Siamo preoccupati, che cosa vi succede?» ma la loro recitazione mi ferisce soltanto, sono arcistufo delle maschere.
«Va tutto bene, sto bene» rispondo irrequieto, la mia frustrazione espelle dalle orecchie come fumo, la pelle si accalda e gli arti vacillano man mano che il cuore prende a palpitare lesto.
Ma la grandine in me viene presto sciolta dalla sottile voce della principessa.
«Principe azzurro, state bene?» a pochi passi dalla porta, comincia ad avanzare verso di noi, i miei uomini alzano la guardia ma allo stesso tempo si lasciano indebolire dal fascino della giovane ragazza, se è sufficiente una generosa scollatura a farli tribolare, allora finora mi sono trovato in buone mani.
«Sì, sto bene» rispondo sorridendo sotto i baffi per l'espressioni spaesate sui volti dei due.
«Mi è permesso parlare al principe?»
domanda la fanciulla, essi, persuasi dalla sua voce e dal suo aspetto allettante, a malapena rispondono.
«Certo principessa, Lavanda» balbetta uno a discapito dell'altro, poi assieme si allontanano per lasciarci soli, ma gli occhi loro non distano neanche per breve tempo dalla principessa, e quando abbandonano il corridoio, la fanciulla si sposta una ciocca di capelli dalla spalla e si volta verso di me, facendo quasi scomparire il divertito sorriso che aveva in volto.
«Che cosa vi turba, mio caro
principe?» fomanda.
«Nulla, ma grazie per il vostro riguardo» rispondo sedendomi sulla soglia della finestra.
«Com'era il dolce? Non abbastanza sfizioso?» domanda sedendosi a fianco a me.
«No, il dolce era buonissimo» ribatto.
«Eppure quando mia madre vi ha detto di che cosa era fatto, avete indurito il volto e lo avete guardato con occhi diversi, quasi come se vi disgustasse»
Imbarazzato distolgo lo sguardo e lo rivolgo fuori dalla finestra.
Ciò che mi è successo a tavola non riesco a descriverlo, so solo che è stata una brutta sensazione, pura malinconia e dolore. Ho sentito come se la morte di Hansel mi fosse appena stata riferita, ho sentito lo stesso peso che avevo quando mia madre mi confessò di averlo fatto uccidere da mio padre. È tutto fiorito in me come un fulmine a ciel sereno.
«Va tutto bene, non siete tenuti a spiegarlo se non volete. Neanche a me piace così tanto»
Dice la principessa mostrandosi computa di quel che dico, porta la mano al suo petto, sposta il ciondolo che indossa mettendolo dietro il collo, infine cala lentamente due dita nella cavità della sua abbondante prosperità.
«Principessa Lavanda, con tutto il rispetto, per favore, non intendo essere consolato in questa maniera» Le confesso portando gli occhi lontani dal suo petto.
«Quale maniera?» domanda lei confusa, tra le dita sventola qualcosa e con la coda dell'occhio realizzo essere un semplice fazzoletto rosa.
«Perdonatemi, ho frainteso il vostro gesto» rispondo imbarazzato, ma ella non ci fa molto caso, mi porge semplicemente il fazzoletto e io mi ci asciugo le lacrime.
«Mio padre vuole che io sposi vostra sorella»
dichiaro.
«Ma voi non volete, vero?»
contorna lei.
«No»
Piego in due parti il fazzoletto e guardo i monti verdeggianti che accarezzano le nuvole nell'azzurro e il radioso regno che sorge sotto di essi come un secondo sole, il cielo è limpido e raggiante, come desidero poter essere tale a questo paesaggio, come gli uccelli che volan fieri e senza alcun pensiero sulle onde del vento.
I calorosi bracci del sole attraversano la finestra e baciano il volto mio e quello della principessa, così caldi e piacevoli, come l'abbraccio di una madre seduta sul prato.
Guardo la principessa Lavanda, il suo viso è illuminato dalla luce del sole e la sua pelle candida si anima come latte fresco. Persuaso dal suo volto troppo seducente per essere vero, mi domando quale sia il significato che si cela dietro quei suoi occhi notturni e tombali, così scuri che la pupilla si confonde.
Il riflesso della finestra scintilla nel suo sguardo come un campo di stelle, rendendo quegli occhi neri come il cielo di notte.
«Principe Eledhwen, io posso comprendere il vostro pensiero e avete il mio appoggio»
dice posando la mano rivestita in un grazioso guanto color del suo nome sulla mia, coperta invece da un guanto turchino.
«Grazie, principessa»
rispondo guardando i ricami in oro sul fianco del guanto.
«Dovreste sposarvi con chi vorreste e non con Calendula»
Soffia sistemandosi i lunghi capelli corvini, poi gingilla con la sua collana, preme le dita su quel ciondolo come se lo volesse spremere.
Il suo sguardo di notte stellata si perde nella luce del giorno, creando un magnifico contrasto, dalle sue carnosi labbra rosse pendono parole che conosce solo lei.
Gonfia il petto ma sospirata fuori l'aria senza pronunciare nulla, la guardo intensamente attendendo che dica quel che sta cercando di trattenere.
«È tutto a posto principessa? Sembra che voi vogliate dire qualcosa»
Annuisce, vuole davvero dire qualcosa ma è come se qualcosa le stesse trattenendo la lingua.
Guarda dietro le sue spalle e dietro le mie, poi, toccandosi i capelli si avvicina verso di me.
«Ascoltatemi bene, questo che sto per dirvi è un segreto» sussurra.
«Di che si tratta? Non siete tenute a rivelarmelo» le rispondo avvicinandomi a lei a mia volta.
«No, si tratta di Calendula» sussurra guardandosi ancora una volta attorno.
«Che cosa l'è successo?»
«Niente, assolutamente niente...» Risponde scuotendo nervosamente il capo.
«Principessa parlate, è grave?»
I suoi occhi non riposano un attimo solo, vagano per il corridoio, per le pareti e persino sui quadri.
Ma oltre a me e a lei non c'è nessun altro, l'unica persona che saprà presto questo segreto sarò solo io.
La fisso impaziente, la mia pelle prude dalla voglia di sentire di che cosa si tratti ma lei esita nel conquistar coraggio e fiducia.
«Parlate principessa Lavanda, non c'è nessuno» le dico portando la mano alla sua guancia destra per voltarla verso di me, ella compie l'ultima veglia, dopodiché si riavvicina di più e sussurra.
«Non c'è nessuno spirito che tormenta mia sorella Calendula, il matrimonio è una favola inventata per farsì che voi vi sposiate con lei»
Le sue sottili parole sibilano nel mio orecchio come una scia di olio, la mia mente cerca di formulare quel che ho appena udito ma sono talmente sbigottito che a malapena riesco a reagire e rispondere.
«Come primogenito Calendula per permettere che pure io mi sposi un giorno, deve trovare marito prima di me. Se dovessi sposarmi prima io di lei sarebbe una vergogna, inoltre va contro la nostra cultura. Purtroppo però, nessun principe l'ha mai trovata abbastanza affascinante da poterla sposare. Mi amareggia anche ammetterlo ma mia sorella non è una fanciulla di bell'aspetto, né perlopiù di carattere. Mio padre è mia madre erano disperati così si misero d'accordo con il re degli elfi, nonché padre del principe azzurro, entrambi si scrissero numerose lettere e giunsero a questo accordo»
Il mio cuore ribolle, mi alzo in piedi e porto le mani in testa. Cammino con il capo chinato e medito su ciò che le mie orecchie hanno appena udito.
«Io non ci posso credere, mio padre è un bugiardo, mi ha mentito!»
la mia testa gira e si affiora di ricordi e fatti avvenuti tra le mura del mio castello.
Tutti quei litigi a tavola, tutti quei discorsi, le colpe di cui si caricava Hansel, le frustate ricevute alla schiena e la morte del mio amato! Tutto questo è stato vano come un guanto senza mano!
La principessa si alza e si avvicina portando le mani alle mie spalle per placarmi.
«Calendula è sempre stata descritta come la più bella del reame, ma a malincuore ti confesso che così purtroppo non è»
Non solo mio padre è un uomo d'orgoglio, ma è anche un uomo dalla lingua bugiarda.
Le mie orecchie hanno udito e il mio stomaco si è contorto, però gli occhi miei non hanno testimoniato la morte di Hansel e le mie lacrime non hanno incontrato il suo corpo.
«È ingiusto, non trovate?»
aggiunge la principessa, ma io travolto di pensieri, a malapena le porgo orecchio, a malapena sento il tocco delle sue mani sulle mie guance e il peso del suo sguardo su di me.
«Ci resterei molto male vedendo un ragazzo bello e giovane come voi, sprecare la vita accanto ad una pulzella di poco valore come Calendula, meritate decisamente qualcosa della vostra altezza, non trovate?»
Non dico assolutamente nulla, non evoco alcuna parola. Tutto quello che potrei dire è posato sulla mia lingua, lingua che non trova tregua dalla morsa dei denti, denti che non cessano di tremare.
La principessa si avvicina al volto mio, invadendomi con il suo pungente profumo di lavanda, posa dolcemente le sue labbra sulle mie e ve ne resta appoggiata.
Incapace di reagire o tanto meno di ricambiare il bacio, ella si dista e mi abbraccia.
È stato come essere sfiorati da un petalo, da una leggera piuma trasportata dal vento.
«Dovevo dirvelo» dice desolata, accarezzandomi la schiena.
Le mie braccia restano distese e inermi, soggiogato nel suo caldo abbraccio e coccolato dalle sue dolci parole, fisso la finestra alle sue spalle e ammiro il fragrante bagliore di luce che irrompe da essa.
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