Camelia appassita

La giornata ha trascinato lesta il suo manto sopra il mio capo, ho seguito la fase di nascita e crescita di questo giorno attraverso le finestre del palazzo mentre cercavo Hansel, il quale tutt'ora, non ho trovato.

Nessuno lo ha visto oggi, ho domandato di lui a tutto il personale del castello ma nessuno ha avuto notizie di lui.

È stato per caso uno spirito a portarmi via l'amato? O una colomba? Oppure un altro principe? Il sol pensiero mi turba.

La camilia appassita che reggo tristemente in mano, doveva essere un dono per lui. Prima era ornata di bellissimi petali vivi e corposi, ma adesso è calva. Ha perso la sua chioma per i corridoi del palazzo, ha seminato il suo vigore per tutte le stanze in cui ho cercato il mio amore.

Non so se dover essere preoccupato o meno, quello che ha detto ieri riemerge nella testa ma non so come concludere questa minestra di pensieri. Ho cercato ovunque ma di egli non vi è traccia, l'unico luogo che non ho ancora visitato è il salice piangente. Forse vi ha fatto ritorno per concludere il discorso lasciato in sospeso ieri notte, se è così allora mi presenterò al suo cospetto furioso.

Come può svanire e pretendere che vada a cercarlo là?

Esco dalla porta sul retro del palazzo dove vi sta il giardino, il rosa del tramonto dona al paesaggio un'espressione diversa da quella di ieri, quasi malinconica e smarrita in un colorito di cui non ne conosco il nome.

Passando guardo le margherite prossime a coricarsi, i loro petali sono sfumati di rosa e ricurvi verso l'alto per nascondere il capo.

Il mio manto fa inchinare i fili d'erba come se si stessero prostrando, cammino con passo deciso e fiero verso quel salice piangente che si accresce prospetto il mio sguardo.

Arrivo dinanzi alla chioma cadente e depressa dell'albero, getto a terra il fiore morto ormai futile per essere un dono, e con l'altra mano dimezzo le ciocche del salice.

«Madre?»

Colgo con sorpresa mia madre, seduta a terra con la schiena appoggiata al tronco dell'albero.

Il suo lungo abito si adagia con grazia sul verde del prato, quest'ultimo si sposa proprio con i suoi lunghi capelli lisci, tra lei e il salice piangete non vi è differenza in questo momento.

In mano stringe un filo d'erba, lo tortura arrotolandolo tra i polpastrelli delle dita con le sue lunghe unghie, e quando questo si spezza lo lascia cadere sulle dune del vestito assieme ad altri.

Tutti quei fili d'erba aggrovigliati sul suo abito rivelano il lungo tempo che ha trascorso seduta qui presso il salice, ma non so se per noia o se per attesa di qualcuno.

«Tutto bene, madre?»

il suo atteggiamento insolito fa ergere in me dubbi e preoccupazioni, quel che le passa per la mente anche se ignoto mi fa fremere di terrore.

Alza il capo ma resta con lo sguardo fisso ai cadaveri dei fili d'erba, continua a gingillare con essi con la punta delle sue unghie.

«La persona che cerchi non è qui»

dice, poi, porta quei suoi occhi celesti e freddi a me, gelandomi completamente sia con lo sguardo sia con ciò che le sue labbra hanno appena pronunciato.

Sebbene abbia sentito con chiarezza, dalla mia bocca pende solo  un'esitazione balbettante e trattenuta dallo sgomento. Come sa che io cerco qualcuno? Potrebbe semplicemente averlo notato mentre giravo per il palazzo con l'aria di qualcuno che cercava qualcosa.

«Ho detto, che la persona che cerchi non è qui» ripete.

Deglutisco stringendo una delle ciocche dall'albero, mi attengo ignaro, tuttavia non so ancora se ci stiamo riferendo alla stessa persona.

«Chi, madre?» Inarca le sopracciglia e sorride sollevando una sola gote, come se avesse previsto la mia risposta.

«Il servo»

Il mio sangue si congela all'istante, il cuore sobbalza prendendo un palpito più lesto, infine trovo un briciolo di coraggio per compiere un passo avanti ed entrare completamente sotto la chioma dell'albero.

Guardo mia madre ancora a terra con i suoi fili d'erba, la guardo confuso e spaventato.

Dalla mia bocca non esce nulla malgrado nello stomaco brontolano miriade di domande che desidero porle.

«L'amore è cieco, principe Eledhwen, ma non tua madre» dice spazzando via con la mano l'erba dal suo vestito e mentre si alza dal terreno continua a parlare con tono poetico e aggravato d'ira.

«La notte può nascondere gli atti degli empi e i branchi di lupi che cacciano le lepri, ma un salice piangente non è capace di nascondere nulla»

Dunque quel giorno non è servito dirglielo per torcerle lo stomaco, l'è bastato vedere per credere e adesso non c'è modo che io possa difendermi; posso solo ammettere l'atto senza negare, mi devo spogliare dal ruolo dell'inconsapevole e affrontarla con ciò che mi rimane.

«Dov'è lui?» le domando, ma non dice nulla, resta in silenzio a osservarmi come se non avesse parole da dichiarare.

«Dov'è?» ripeto alzando leggermente la voce, ma il mio tono non la smuove e non la convince a parlare.

«Rispondetemi, dov'è Hansel?»

«Ah, perciò era questo il suo nome» dice quasi sorpresa.

«Madre vi prego ditemi che non gli avete fatto del male, vi scongiuro, assicuratemi che la sua assenza non è dovuta a ciò che è successo ieri»

Mi avvicino a lei portando i palmi delle mani a toccarsi tra loro.

«Ciò che sto per dire è la pura verità, verità non per farti del male bensì per farti comprendere» pronuncia.

«Voglio solo sapere dov'è, vi prego madre ditemelo»

Le mani tremano assieme la voce, sono spaventato e aspiro assetato la sua risposta.

«Sono tua madre, Eledhwen, e godo di un titolo molto alto. La corona di una madre non invecchia mai e il trono su cui siede non verrà mai ceduto. Ti ho cresciuto io ed è coraggioso da parte tua pensare, o perlopiù credere, che quello che fai io non lo veda o senta»

La sua espressione serena fiorisce in qualcosa che mai avrei pensato di vedere sul volto di mia madre, così serio e malvagio ma allo stesso tempo anche un po' tenero e innocente, nondimeno velenoso nella sua tenerezza.

«Ditemi solo che cosa gli avete fatto, vi prego, solo questo» imploro portando le ginocchia al terreno.

«Madre...» soggiogo la sua gonna tra le mie mani e la guardo afflitto di timore.

«Madre...»

strozzo la veste tra i pugni e tiro.

«Madre!»

Finalmente le sue labbra si schiudono e cominciano a confessare riversando la verità su di me come cocchi di vetro, come fuoco e zolfo fumanti.

La sua risposta esce dalla sua bocca e precipita sulle mie spalle come un carbone ardente, il mio cuore si contorce perché travolto dal peso e logorato dal bruciore.

«Tuo padre e io lo abbiamo fatto perché ti amiamo»

Lascio andare la sua gonna dalle mie mani, dai miei occhi traboccano letti di fiume, le mie membra si stringono, la mia gola si annoda e il mio petto si gonfia di calore.

Arde la pelle, tribolano le viscere e ribolle il sangue nelle vene.

«Andava fatto, figlio mio»

Ogni parola in più che stilla dalla sua bocca mi affligge, mi pugnala e ferisce, ma gran parte della mia sofferenza non nasce dalle sue parole, bensì per il tono di voce fiero, soddisfatto e quasi contento.

Questo scatena in me un'enorme collera e tristezza, ma tutto ciò che manca per rovesciare questo calice di sofferenza è la forza alla gambe, il mio corpo è completamente privo di vigore perché è stato falciato.

«No, non è vero...» farfuglio, e la mia anima mi abbandona.

«Bugiarda, non è vero, voi non avete potuto farlo per davvero, non voi madre!»

Appoggio le mani al terreno per poter far leva sulle braccia e alzarmi in piedi, ora che i miei occhi riescono a guardare bene quelli suoi, posso capire se quel che dice sia il vero o il falso. Ma per quanto sia impossibile, mia madre non mi ha mai mentito.

«Madre... non è vero, ditemi che state mentendo» dico guardandola dritta negli occhi, sperando di cogliere un attimo di debolezza e incertezza. Ma questi occhi blu non si smuovono, non si sgomentano di fronte ai miei, rimangono saldi come se avessero perso mobilità.

La donna che ho dinanzi all'improvviso pare non essere più la stessa che mi ha accudito, perché se così fosse allora non conosco mia madre.

«Allora non conosci tua madre»

Dice lei con voce rigorosa e regnante.

Innanzi a me non ho più mia madre ma sto guardando la donna che ha ucciso il mio amato.

Questa mattina mi sono svegliato sperando di vederlo senza però sapere che lo avrei cercato in vano!

La notte sotto questo salice era la nostra ultima notte insieme, ieri era l'ultimo giorno con Hansel e io ne ero completamente ignaro!

Ora la mia furia, la mia tristezza e il mio odio accrescono così tanto che come un boato di tuono irrompono dalla mia bocca scagliandosi tutti sulla donna come una forte tempesta.

«Maledetta troia! Come avete potuto?»

porto le mani alla testa e in balia dell'ira mi strappo i capelli, non provo alcun dolore nel farlo perché è misero confronto a quello che sto provando dentro di me.

«No! No! No!»

Mi levo la corona e la getto a terra lontana da me, poi mi sciolgo di dosso il manto lasciandolo giacere al suolo ed ecco, ora tra me e questo mantello non vi è più alcuna differenza, esso senza qualcuno che gli dia valore è morto, è futile, è solo semplice stoffa.

Indietreggio per allontanarmi dalla donna che con le sue movenze e parole delicate va in contrasto alla mia furia.

«Lo abbiamo fatto per il tuo bene tesoro, come sempre dopotutto. Mi dispiace che tu stia male per lui ma è meglio così caro mio»

Le sue parole escono velenose come la bocca di una vipera, non c'è traccia di pentimento né sul suo volto né nel suo tono.

«Zitta, lurida bastarda! non voglio sentire la vostra voce, vi odio, vi detesto!»

Indietreggiando inciampo fuori dalla chioma del salice ma pur di non farmi avvicinare da lei continuo ad allontanarmi strisciando a terra.

«Perché me lo avete ucciso! Perché lo avete fatto?»

Piega le ginocchia e si china verso di me, con le mani cerca di toccarmi in volto ma io furibondo e oramai disgustato da lei, con uno schiaffo le allontano via la mano impedendole anche solo di sfiorarmi.

«No! Non toccatemi con le stesse mani con cui me lo avete ucciso!»

Mi rimetto in piedi opponendomi a ogni suo tentativo di abbraccio e carezza.

«L'unica persona che merita davvero la morte qui siete voi e quel bifolco egoista che vi ha reso regina!»

Sbraito indicando il palazzo alle mie spalle, ora prigionia di terribili ricordi e perdite, covo di sua maestà il gran re.

«Figliolo calmati, o finirai per dire cose di cui te ne pentirai»

Dice sospirando, la sua tranquillità irrita il mio animo, mi anima di rabbia e fa accrescere il mio odio verso di lei. Non ho mai odiato nessuno così tanto in tutta la mia vita, persino mio padre che burbero com'è, non è riuscito a guadagnarsi il mio odio tutto in una sola volta e ora sarei povero se avessi scommesso che mia madre invece un giorno ci sarebbe riuscita.

Il mio cuore pesa, sento il petto bruciare e lacerarsi per quanto grave il cuore palpiti. Le mie dita treman di collera e i miei occhi ardono.

Improvvisamente le mie gambe cominciano a perdere nuovamente forza e incapace di restare in piedi, pur di non cadere tra le sue braccia, mi accascio a terra.

«Hansel! Hansel!»

Invoco il suo nome con la mano sul cuore e lasciandomi al prato, nel frattempo lei si avvicina e mi accarezza la testa.

Non ho le forze per impedirglielo e ciò mi frustra assai, sento il mio corpo conquistar peso e le palpebre chiudersi contro la mia volontà. Non riesco a domare il mio respiro, ho il fiato corto e pesante e per quanto stia espandendo il petto continuo a far fatica a respirare. Se sto per morire non lotterò ma lascerò che ciò avvenga davanti agli occhi dell'assassino, così che veda l'opera compiuta.

Una cosa che rimpiangerò una volta morto sarà non avergliela fatta pagare, e un'altra cosa che non sopporterò, è che l'ultima visione che ho della vita è il suo dannato volto.

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