Iris

«Ti ho posto un limite Eledhwen, ma tu lo hai varcato. Ti ho imposto delle regole, ma tu le hai infrante. Come padre ti ho ripreso e parlato, ma tu hai irrigidito il collo. La mia pazienza è giunta al termine, è ora che tu subisca ciò che meriti»

Pronuncia con tono severo e quasi stanco, dopodiché segue una lacrima lungo la mia gote, accompagnata dalla tredicesima frustata alla schiena.

Stringo le mani attorno la stanga in legno del letto, lo stridio dei miei denti è sempre seguito dagli schiocchi del nerbo che colpisce la mia pelle.

Tuttavia, parte del dolore che provo non è dovuto dai numerosi colpi ricevuti, bensì dalla mia impotenza. Non posso proteggere la schiena, né perlopiù liberare i polsi legati. Sono costretto a subire ogni colpo nutrito da un fremito e un rimprovero, una riprensione di mio padre, nella quale giovo per riprendermi.

«Una sola cosa ti ho chiesto di fare, sposarti Eledhwen, sposarti. Ho per caso domandato troppo da mio figlio? Ho per caso preteso troppo come

padre?»

chiede preparando il prossimo colpo, appoggia il lungo arnese intrecciato sulla mia schiena, e dopo un paio di colpetti di precisione, scaglia la quattordicesima frustata.

Serro i denti per soggiogare il mio dolore, mi rifiuto di esporre la mia sofferenza, non voglio che se ne gratifichi né che ne vada fiero.

«Amore, è questo che ti ha impedito di ragionare, è questo che ti ha accecato»

vengo nuovamente percosso con gran vigore, ma anche questa volta mi trattengo saldamente malgrado l'intensità del dolore.

«Contenere le grida non ti renderà più forte, nondimeno, so la forza con cui ti sto colpendo figlio mio, e non è la stessa che esercitavo quando avevi dodici anni»

Dopodiché ne assesta altre quattro sullo stesso punto, ma non mi lascio atterrire. Mi sostengo alla stanga e addento la mano, se mai aprirò bocca le mie urla verranno soffocate e mi limiterò solo a singhiozzare.

«Ho pregato di non dover essere più costretto ad impugnare questo arnese tra le mani, pensavo fossi ormai troppo maturo per farti ancora fustigare, ma mi hai dimostrato il contrario»

Appoggia l'oggetto dietro la mia spalla, la scorre per incidere il punto su cui colpirà, e dopo aver preso buon appoggio, ecco che serbo a mente il ventesimo colpo.

Affondo i denti nella mia mano e strizzo gli occhi, il dolore è insopportabile ma tutto ciò che posso fare per porre fine a questo supplizio: è attendere che cessi. Ma mio padre non si fermerà finché non ci sarà più pelle chiara su cui colpire, dunque prima che ciò accada continuerà a percuotermi.

Man mano che le frustate persistono, tengo in mente il numero dei colpi ricevuti dal nerbo come unico rimedio per far scorrere il tempo.

«Venticinque, ventisei, ventisette...»

Giunto al trentesimo, i colpi conquistano maggior corpo e diventa difficile tener serrati i denti tra di loro.

«Non ti devi vergognare di sfogare il tuo dolore, e te lo ripeto, trattenerti non farà di te più forte, e io non trovo alcun piacere nel punirti»

Riprende a colpirmi spezzando l'ordine periodico a cui si era attenuto fin'ora. Adesso ogni colpo ne viene subito susseguito da un altro, impedendomi perciò di recuperare il fiato e di contare.

Mi agito come posso malgrado sia legato, fletto, batto i piedi a terra e scuoto i polsi avviniti.

«Tua madre è convinta che picchiarti non serva a nulla, ma io invece credo che la frusta dica più delle parole e degli sguardi, e glielo dimostrerò ancora una volta»

Dice, quel che pronuncia mi incute solo timore, sono impedito, la mia schiena è la tela su cui si sfogherà per tutte le volte che l'ho oltraggiato e mancato di rispetto.

«Dopo questa punizione vedrai come avrai voglia di sposarti con Calendula, e con quel servo fuori dai piedi nulla potrà più ostacolarti»

Aggiunge.

Per un attimo questo amaro pensiero mi aveva abbandonato, solo per un breve istante, ma ora che ne ha fatto parola lo ha riportato a riva. Adesso il dolore alla schiena è vano, tutti i colpi ricevuti si alzano sul piatto della bilancia.

«Vi odio»

Pronuncio irrequieto sfregando un polso  all'altro, un saggio non mostra i denti durante una contesa, ma poiché io sia stato già ferito abbastanza accolgo compiacente sulla mia schiena un'altra frustata.

Lo schiocco viene seguito dal suo stesso eco, poi da un breve silenzio, ma infine non riuscendo più a domarmi, ecco che scaccio un disperato urlo. Incapace di trattenermi, la mia bocca resta aperta per il dolore, appoggio la testa sul materasso e con frustrazione batto di nuovo i piedi a terra.

«Tu mi odi perché ti sto punendo...» dice mio padre preparandosi.  «Ma sappi che un padre che corregge il proprio figlio lo fa perché lo ama. Con una mano ti punisco ma con l'altra ti consolo, solo quando diverrai padre potrai comprendere le nostre azioni»

Le sue parole vengono poi saziate da innumerevoli frustate, ciascuna ben nutrita e sferrata con così tanta forza che comincio a sentirmi debole.

Ringhio pur di non urlare, strizzo gli occhi a ogni colpo e addento con forza il pollice.

Mi fletto strizzando gli occhi, sfrego e agito le gambe, declino la testa in indietro e conto a mente il numero dei colpi che credo di aver ricevuto fino adesso.

«Trentadue, trentatré, trentaquattro...» giunto al quarantesimo colpo finalmente si ferma, cala il silenzio e io mi accascio esausto addosso sul letto, sprigiono tutta l'aria trattenuta in petto e sfogo il mio dolore urlando in tremenda sofferenza.

Le mie lacrime scivolano in tante lungo le mie gote arossate, mi sento accaldato come se la mia schiena fosse stata stesa su carboni accesi.

Mio padre si siede sullo sgabello della toeletta e mentre recupera forza e fiato, guarda l'opera compiuta davanti a sé.

Maneggia la frusta scorrendo le dita lungo l'intrecciatura del fascio e leggermente la picchietta sul palmo.

Custodisco quell'arnese con odio e timore, impugnata nella sua mano essa nonostante sia solo un oggetto pare prendere vita e mi assale di terrore.

«Per tutto il tempo che sei stato frustato, neppure una scusa è uscita dalla tua bocca. Dimmi, che cos'è che ti trattiene dal porre le tue scuse principe Eledhwen?» Domanda, ma prima di rispondere alla sua domanda, mi rinfranco pulendo il mio viso sulle coperte, dopodiché mi volto verso di lui.

«Perché ho già posto le mie scuse a mia madre, e lei le ha accettate»

Balbetto prevalso da singhiozzi, riesco a malapena a respirare, vacillo come un germoglio nel gelo, non riesco a sentire i miei arti e la mia pelle ferve sempre più.

«Hm, e non credi di dover anche a tuo padre delle scuse? O almeno puoi anche fingere che ti dispiaccia, non ne sarò offeso»

«Non chiedo scusa a voi padre, voi dovreste chiedere il mio perdono, io a differenza vostra non ho ucciso l'amore della tua vita»

Ribatto furioso, mi domando come osi anche chiedermelo. Mia madre mi ha perdonato ancor prima che le chiedessi scusa, e l'ho apprezzato, ma me ne frego altamente di ricevere il suo perdono. «Ancora con quel servo? Eledhwen toglitelo dalla testa è morto non c'è più!»

Dice alzandosi dallo sgabello.

«È colpa vostra se non c'è più! Voi lo avete ucciso, è per causa vostra se sono scappato!»

Mi tendo verso di lui ma avendo i polsi legati non posso distanziarmi troppo dal letto, né perlopiù alzarmi in piedi.

«Tu sei scappato perché sei un irresponsabile codardo!»

Grida puntandomi il nerbo contro, ma non mi lascio intimorire e anziché tacere per non subirne le conseguenze, ribatto alla sua parola guardandolo dritto negli occhi.

«L'unico codardo presente in questa stanza siete voi! Voi, che siete talmente terrorizzati di quel popolo che sfruttate me, vostro figlio, per pararvi il didietro!»

Egli sussulta sorpreso, nonostante abbia un nerbo in mano non è riuscito a farmi stare zitto. Le conseguenze saranno amare e lo so, ma non gli permetto di rivolgersi così a me.

«Non osare a dire altro Eledhwen! Il terrore che incute un re è come il ruggito di un leone; chi lo irrita pecca contro se stesso!»

Pronuncia ardito additandomi nuovamente con il nerbo, ma non mi lascio tribolare e dichiaro a gran voce tutto ciò che serbo dentro di me.

«È quello che state facendo, brutto bifolco! Maledetti siate voi e vostra moglie per quello che avete fatto ad Hansel! Inoltre oso, oso di parlarvi così perché posso e non ho paura di sua maestà il re del mio stivale! Re che trema nel sentir pronunciare anche la parola 'umano', re che sfrutta suo figlio perché è troppo codardo di farsi avanti! E poi ve ne vantate assai per essere un fifone, anzi, vi vantate parecchio. Vi cingete di maestà, alzate il capo e vi vestite con orgoglio, allora dai! Avanti! Adornatevi di maestà perché tanto avete il braccio di un dio no? Adornatevi di grandezza, rivestitevi di splendore e magnificenza mentre vostro figlio va a nozze con una perfetta sconosciuta!»

Ora sono vuoto, la mia gola è arida e la mia lingua asciutta. Il mio stomaco è leggero come polvere, il mio petto si gonfia per recuperare tutto quanto il fiato, tremo impaurito per il risvolto ma il mio cuore si rallegra perché gli ho tolto di dosso un masso.

Gli ho finalmente gettato come carne fresca in faccia la pura e cruda verità, non m'importa se l'abbia digerita o meno, ciò per cui ho più riguardo adesso è la ripercussione della mia sfrontatezza.

Miriadi di pensieri mi assaliscono mentre guardo mio padre, il quale è ancora in piedi a pochi passi da me, sono seduto sotto la sua ombra con lo sguardo rivolto al suo volto contorto e furioso. Il suo pugno strozza il manico del nerbo come un pezzo di carta, il suo animo si gonfia di rabbia e la sua pelle si tinge di rosso come i suoi lunghi capelli. Rode le labbra, aggrotta la fronte e respira con gran affanno, poi si volta alla guardia presente e gli ordina di farsi portare la frusta

«Adesso voglio vedere dove troverai il coraggio di parlarmi di nuovo così, così come uno stolto che non sa cosa sia il rispetto! L'onore e il dovere! Ti pentirai amaramente di avermi dato del codardo Eledhwen, rimpiangerai profondamente questo giorno e il solo ricordo di queste ore ti faran tornare tutto il dolore che sono prossimo a farti passare!»

La guardia ritorna e porge a mio padre l'arnese richiesto, gli occhi miei si annebbiano alla veduta di quell'oggetto, ho visto il morso che lascia sulle pelli dei malcapitati, ho sentito le doglie che provoca su coloro che ne hanno avuto assaggio.

«Padre?»

Balbetto terrorizzato, egli non ha mai usato quel genere di frusta su di me benché troppo violenta nei suoi colpi. «Padre, sapete che madre non lo approva» Farfuglio cercando riparo, ma essendo legato non posso far nulla che cercare scuse per placarlo.

«Padre, che volete fare con quella?»

I suoi occhi sono fulvi e adirati, schiocca a terra due colpi per scaldarsi il braccio e per farmi sobbalzare dalla paura «Non potete farlo, non potete usare quella su vostro figlio!»

Tiro i polsi per cercare di slegarmi, ma ogni mio tentativo è futile come le parole che pronuncio.

«Padre, vi prego non fatelo!»

Tende il braccio verso l'alto e si prepara a sferrare il primo colpo, non c'è posa che io possa assumere per arrocarmi, se mi curvassi esporrei di più la mia schiena e con i polsi legati non posso coprirmi con le braccia.

Ricevo il primo colpo sulla spalla, il dolore è assurdo e intenso, niente pari al fascio di rami e niente confronto alla verga.

Sento la pelle aprirsi e pizzicare, il mio corpo si riveste di brividi e ancor prima di poter riprendermi, vengo di nuovo colpito.

È impossibile serbare le urla, queste escono dalla mia bocca senza stretta, gratto il legno della stanga con le unghie, mi agito come mi è concesso fare per via della legatura, alzo gli occhi a mio padre per pregargli di smetterla, ma ancor prima di aprir bocca egli scaglia su di me un'altra frustata.

Colpisce sul fianco e il dolore è terribilmente allucinante, sento le scie di sangue scorrermi lungo il corpo, e la vista di quella scia turchina mi rabbrivida.

Supplico in lacrime ma vengo completamente ignorato, le mie urla colmano solo la stanza e si accoppiano solamente con gli schiocchi della frusta. La guardia distoglie lo sguardo e sussulta a ogni colpo scagliato sulla mia pelle, leggo in volto suo la gioia di non essere nel panno mio e l'invidia che provo nei suoi confronti è sufficiente per farmi ringhiare di rabbia.

Dichiaro disperatamente il mio dolore, sbraito e strozzo le coperte tra i pugni.

Veglio disperato la porta, sperando che prima o poi mia madre precipiti nella stanza attirata dalle mie grida. Ma più tempo passo a vegliare la porta, e più la mia visione si inzuppa di lacrime e nebbia.

Man mano che i colpi persistono ininterrottamente ogni mia forza mi abbandona, la mia voce si sbriciola in violenti colpi di tosse, lo sguardo mio è inzuppato di lacrime e la mia pelle ferve calda.

Quando cesserà tutto questo? Quando avrò pace? Ogni frustata sembra divorarsi le mie membra, sono esausto e avvilito e tutto ciò che mi resta da fare è attendere che finisca.

«Sciocco viziato! Come osi rivolgerti così a tuo padre? Hai fegato per ribellarti agli ordini del re ma non abbastanza per sposarti, irrigidisci il collo e cammini a testa alta perché non ti punisco da tempo vero?»

Ribadisco ogni sua parola, imploro perdono affinché mi patisca e comprenda, ma qualsiasi cosa che pronuncio vien falciata dagli schiocchi della frusta.

«Hai portato vergogna e dispiacere a tua madre con le tue azioni, con il tuo egoismo! E ora porti disonore a me?»

Riesco a sentire tutta la sua frustrazione in ogni singolo colpo, tutto ciò che serbava in sé lo riversa sulla mia pelle, dalle amare occhiate a tavola alle riprensioni. Non mi pento di ciò che gli ho detto e fatto, ma in me covo gran dispiacere.

«No padre! Non voglio portare disonore su di voi!» 

Ribatto.

Sono svigorito e trabocco lacrime come un fiume, vacillo e singhiozzo ma non trovo pietà agli occhi suoi, resto presso la sua ombra e percosso di parole e frustate completamente impotente e incapace di proteggermi.

Non vi è parola che io possa dire per placarlo, anche se mi scusassi non smetterebbe.

«Certo che non lo farai, perché tu domani ti recherai al palazzo di re Leonardo e prenderai in moglie sua figlia Calendula»

Sferra altri due colpi, dopodiché riporge la frusta alla guardia presente, si avvicina a me e slega il laccio ai miei polsi, respiro sollevato e mi accascio lungo il letto per riprendermi e dare alle lenzuola le mie lacrime.

«Portami qualcuno che si occupi delle ferite»

Ordina alla guardia, e questa ubbidendo silenziosamente abbandona la stanza lasciando soli me e mio padre in quattro pareti ingravidate di lamenti e gemiti.

«Ora sai il dolore che provoca la frusta, serbalo bene a mente, affinché quando aprirai bocca ci penserai almeno cento volte prima di pronunciare idiozie»

Aggrappa il mio braccio portandomi in piedi, resto con il capo chinato e lo sguardo distante dal suo volto, non gli degno neppure un'occhiata e nessuna parola. Tuttavia, nonostante il mio sguardo sia lontano dal suo, riesco a sentire i suoi occhi premere con fervore e rabbia sul mio corpo ancora tremolante. Non riesco a cessare il tremolio, né a contenere i singhiozzi che sbalzano dal mio stomaco, le mie lacrime sgorgano senza laccio lungo le mie gote e il mio naso si terge nonostante continui a pulirlo con il polso.

«Se vuoi che ti risparmi le gambe, sai cosa devi dire»

Vengo divorato e trafitto al ventre, il mio fastidio assale ed erge. Sono percosso come la pula dal vento, digrigno i denti e serro le dita.

Penso alle zone della mia pelle che la frusta non ha conosciuto, se non dico quel che devo dire le mie gambe saranno simili alla mia schiena.

Tuttavia, perché dovrei porre io le scuse quando mi è stato strappato via l'amore della mia vita? Sono nella posizione in cui non posso neppure ribattere a ciò, se dovessi farlo mi toccherà subire altro dolore, e non ho intenzione di rivivere lo strazio di poco fa.

«Vi chiedo scusa»

...~⚜~...

«Fa piano, per favore» dico a colei che si sta prendendo cura delle ferite, con un panno bagnato pigia sulla pelle per pulire il sangue che cola dai tagli.

Impugno il lenzuolo e pungo la lingua con i denti per lo strazio.

«Perdonatemi»

Dice la serva allontanando la mano dalla mia schiena, stringe il panno nel bacile strizzando tutte le gocce di sangue assorbite.

«Come la vedi?» Domanda mio padre, seduto ai piedi del letto per guardare la serva curarmi le ferite, non ha convocato le guaritrici perché vuole che patisca anche questo dolore.

«Le ferite sono profonde, però nulla che non sia fuori dalla mia portata, non vi preoccupate, farò del mio meglio»

Risponde lei, e stretto il panno, riprende a pulire la schiena.

«Resterai nella tua stanza fino a domani mattina, ti troverai al palazzo di re Leonardo nel pomeriggio, perciò una volta che sarai stato medicato dovrai riposare» dice lui alzandosi e camminando per la stanza, mi volto dall'altra parte per non vederlo, tuttavia egli continua a parlare e anche se lo voglio non posso evitare di sentire la sua voce.

«Ho posto due guardie alla tua porta, e sotto la finestra ve ne stanno altre due, più tardi invece ti verrà servita la cena»

Chiudo gli occhi e provo a trovare riposo nonostante le parole di mio padre, non ho riguardo alcuno per ciò che dice, tuttavia  non ho intenzione di scappare, non ho intenzione di reagire.

Alla fine che cosa ci guadagno? Da cosa fuggo?

Mi sposerò con una ragazza che neppure conosco né di volto né di carattere, avrò figli con una persona che non amo e morirò con una donna che non ho mai voluto conoscere. È così che è scritto il mio ultimo capitolo? Tutte le promesse fatte ad Hansel erano per caso favole? Bugie? Nient'altro che pura fantasia?

«Lasciatemi solo» ordino.

«Prego?» Domanda mio padre.

«Andatevene, uscite dalla mia stanza per favore»

Resta fermo per qualche attimo, non so quello che stia facendo ma so che è immobile sul posto. Si starà chiedendo se appagarmi o meno, ma dopo un paio di secondi, ecco che prende passo.

Apre la porta ma questa non viene chiusa subito, deduco sia rimasto fermo presso la soglia a riflettere. «Buon riposo, prenditi tutto il tempo necessario»

E chiude la porta.

«Va tutto bene principe?» domanda la serva.

«Non sono in vena di parlare ora, concentrati solo su quello che devi fare» rispondo, ed ella con animo offeso, riprende a medicarmi le ferite, ma neanche il tempo di batter ciglio, che mi sento già in colpa di essermi rivolto così a lei, dopotutto che colpa ne ha? Non è di certo con lei che devo arrabbiarmi.

«Sto bene, grazie» 

«Mi fa piacere che voi stiate bene, di conseguenza lo sono anch'io, però mi chiedo come mai vostro padre vi abbia punito in tal modo»

Risponde, nel frattempo prende l'ago e il filo appoggiati al mio fianco.

«So che non volete sposarvi e fate bene a non volerlo, il matrimonio è una cosa sacra e non un trattato di pace»

«Non è neppure un trattato di pace, è un olocausto in cui io sono l'agnello da sacrificare»

La giovane posa la punta dell'ago sulla mia pelle, lo sento, piccolo e freddo come un cubetto di ghiaccio.

Infine preme e fora la pelle con l'oggetto.

Sussulto e muovo la spalla, il pizzico seppur piccolo è stato incisivo e pungente.

«Scusatemi, cercherò di fare più piano» dice la ragazza tirando il filo, dopodiché esegue altri fori lungo la ferita.

Il mio corpo reagisce alle fitte provocate dalla via che si fa l'ago nella mia pelle, sento il filo scorrere tra una ferita e l'altra come se stesse cucendo le mie membra interne.

La giovane continua cercando di essere il più delicata possibile, le sue dita sono ferme e salde ma il dolore non mi abbandona.

Piango perché non posso evitarlo, piango perché è l'unica cosa che mi resta da fare.

Le mie lacrime derivano dal dolore provocato dalle ferite e dalla perdita del mio amato, ovviamente questi elementi se messi in bilancia, il mio cuore affranto scenderebbe per il grosso peso.

Il mio pianto diventa un singhiozzo, e con la schiena che sobbalza la ragazza non può eseguire un lavoro pulito e sicuro. Così si ferma e appoggia l'ago e il filo.

«Va tutto bene? Volete dell'acqua?»

Domanda chinandosi verso di me, ma impedito dal pianto non riesco a risponderle.

Si slaccia il grembiule attorno la vita e lo usa per asciugarmi le lacrime sul viso, mi guarda con tenerezza mentre mi consola con dolci parole.

«Voglio solo Hansel, lo voglio qui» farfuglio straziato.

«'Albicocca' ? Lo conosco e ve lo chiamarei se non fosse che purtroppo non ho notizie di lui da due giorni»

La sua voce limpida rispecchia la sua  ignoranza, la sua insaputa riguardo la morte del mio amato è invidiabile, è estranea al dolore che sto provando, tuttavia, meglio sempre essere a conoscenza prima che il fuoco giunga nella stanza.

«Come ti chiami?» le domando per distrarmi dal pensiero, e lei sorridendo mi risponde con il suo nome.

«Iris»

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