Colgo il pettine dalle acque del fiume e lo guardo curioso di conoscerne le origini. A chi mai appartiene questo grazioso oggetto? E dove sarebbe arrivato se non lo avessi raccolto?
Magari una donna lo ha perso mentre faceva il bagno presso questo fiume, oppure è caduto dalla mano di una principessa in un momento di narcisismo di fronte il proprio riflesso sull'acqua. Così tante supposizioni ergono dietro questo pettine, e sarò saziato di risposte solo rilasalendo alla via da cui è giunto.
Mi disseto ancora un po' prima di andarmene, non bevo da molto e fortunatamente l'acqua di questo fiume è pulita e bevibile.
Asciugo le labbra con la manica della veste, dopodiché mi alzo dall'argine e seguo la corrente del fiume per giungere alla proprietaria del pettine, infilo il piccolo oggetto nella tasca per non perderlo e procedo.
È tenendo la curiosità per mano e lasciando che l'orecchio mio venga cullato dal fruscio delle acque che scorrono calme al mio fianco, che avanzo sereno per questa terra ignota. l'erba sotto i miei piedi si piega silenziosa come cumuli di piume s'un materasso, non vi è vento che dia vita alle chiome degli alberi attorno a me, e movenza alle nuvole in cielo.
Oh fiume, da chi mai mi stai conducendo?
È per caso un caso che sia proprio stato io a trovare il pettine che tu stesso portavi in te?
Giungo dubbioso in un punto dove il sentore di fili d'erba, terra e polline, viene invasa dall'estasiante e intenso effluvio di aroma di carne cotta su fuoco.
Il dito della scia profumata solletica le mie narici, sedotto e affamato, mi faccio condurre da essa come un'adultera solitaria presso la porta della sua dimora.
Mi lascio portar via dalla scia sperando di giungere dinanzi un banchetto traboccante di prelibatezze e pietanze che fin'ora ho solo potuto sognare.
Avanzando mentre accecato dalla fame e dal richiamo, due voci femminili sopraggiungono al mio orecchio scuotendomi dalla mia cecità.
Mi fermo per ascoltare meglio le voci che insorgono poco lontano da me, ma ora che il mio udito è accorto, ecco che non odo più nulla se non lo scorrere del fiume.
Attendo affinché le voci si ripresentano, e quando riprendono, si affiancano alla voce del fiume.
Comincio a seguire la via per arrivare alla fonte della voce, e arrivato abbastanza vicino alla presenza loro, cauto e curioso mi chino e mi avvicino stando celato dietro il corpo di un cespuglio.
Tra il fogliame vedo due fanciulle, una in piedi al ciglio del fiume e l'altra priva di vesti e immersa in quest'ultimo.
«Brava, Fiordalisa, ora con cosa mi pettino i capelli? Con le pigne?»
Pronuncia irrequieta la fanciulla in piedi, e quella in acqua, mortificata, ribatte e si giustifica dichiarando che l'oggetto l'è scivolato mentre lo passava per le ciocche.
«Farai meglio a trovarlo, quello è l'unico pettine buono che ho»
Realizzo che la giovane si sta riferendo al pettine che ho trovato prima e che ora tengo nella tasca, sarà forse per questa ragione che il fiume ha scelto di condurmi qui? Per consegnare il pettine?
«La corrente lo ha già portato lontano, Bucaneve, non c'è modo che io possa recuperarlo»
Confessa, la fanciulla sull'argine si abbatte e rimprovera nuovamente la giovane in acqua.
Se non fosse stato per me che ero lì presente al momento giusto, questo pettine sarebbe sfociato in mare e sarebbe finito nel prezioso scrigno di una sirena o nella gola di un mostro marino.
Decido di espormi e mi avvicino mostrando in avanti il pettine, affinché la mia intenzione sia ben limpida e intesa, poiché ecco, riconosco che la giovane in acqua non indossa abiti e la mia presenza potrebbe turbarla.
La fanciulla in piedi, vedendomi comparire dal cespuglio, sobbalza scacciando un sussulto e cogliendo la gonna si avvia di corsa verso la casa che dista sulla vetta verde del colle, lasciando alle spalle la giovane nel fiume.
Correndo invoca a gran voce e paura un nome, soffocando così le mie suppliche di non temere e di fare ritorno.
Nel frattempo l'altra giovane, non potendo uscire dal fiume, resta inerme a fissarmi e timorosa si abbassa fino a immergere il mento nell'acqua.
Per non spaventarla ancora di più approccio con gentilezza e cautela, mi chino lentamente verso di lei tendendole il pettine in avanti, ed ella mi guarda e non osa indietreggiare.
«Ho trovato questo, credo appartenga alla tua amica»
La giovane tituba e mi scruta prima di tendere la mano e prendere il pettine, non ha idea di chi io sia, sa solo che possiedo un oggetto che non mi appartiene.
«Grazie» dice grata stringendo il pettine tra le mani.
«Prego»
Le sorrido e lei ricambia celando il suo dietro la mano, poi mi guarda e fa per aprire bocca, forse per rendermi ancora grazie oppure per chiedermi come lo abbia trovato, ma il fiato serbato per parlare vien rapito da una voce maschile che sorge improvvisa dall'alto, catturando l'attenzione di entrambi.
La voce è furiosa e giovanile e viene subito dopo seguita dal fischio di una freccia che finisce a pochi passi da me.
La ragazza si agita e si allontana fino a giungere l'altra sponda dove stanno piegate le sue vesti, io
allibito di essere appena stato sfiorato dalla freccia, mi alzo da terra per conoscerne la provenienza e la mano di colui che l'ha scoccata.
«Stai lontano da mia sorella!»
Sbraita avanzando in corsa verso di me, scorgo subito la balestra che impugna con gran esperienza e il manto d'ira che si porta mentre corre furibondo.
Confuso e disarmato mi do alla fuga verso la foresta da cui sono venuto, correndo diventano altre due le volte in cui svio la via delle frecce, ma alla terza mi accorgo di quanto questo uomo mi voglia morto.
Colui che sta scoccando queste frecce ha frainteso le mie intenzioni, non è di certo errore suo ma neppure mio se ho voluto restituire ciò che non mi apparteneva.
Colpa del pettine e del fiume, sapevo che non mi sarei dovuto fidarmi di lui, chi mai si fiderebbe di qualcosa di cui non si conosce né origine né la destinazione? Esattamente come il vento, nessuno, eppure io l'ho fatto a scopo di sfamare la mia famelica curiosità. Dannata curiosità.
Tuttavia, poiché a volte il fato è scritto con mano sinistra di folletto, la sorte vuole che correndo una maledetta radice s'inarchi emergendo dal suolo.
Non mi viene neppure concesso il breve tempo di guardarmi le spalle che mi trovo già con il volto sul terreno e i passi dell'arciere ergere dietro di me. Non vi è nulla che io possa fare per sottrarmi da lui, se mi rialzassi me lo troverei comunque davanti, perciò posso solo meditare su quel che dirò per placare la sua furia.
L'arciere si affretta a giungermi, caricando prontamente la sua balestra per scoccare la quarta freccia su di me.
«Tu, lurido pezzo di sterco!»
Ringhia furioso.
Mentre il suo occhio è strizzato, e il suo dito prossimo a piegarsi per scoccare la freccia, ecco che i miei occhi incontrano per bene il volto suo, volto che di certo non mi è affatto nuovo.
Le sue orecchie non emergono dai capelli come quelle di un elfo, ma non sono neppure troppo tozze come quelle di un essere umano.
In tutta la mia vita è stato solo uno il mezzo elfo con cui ho interagito.
«Aspetta! Aspetta!»
Esclamo, dopodiché, per evitare che mi uccida durante l'attesa, gli rivelo chi sono.
Esita confuso, ma ciò non gli fa abbassare l'arnese contro di me.
«Tu sei il mezzo elfo»
balbetto pulendomi il volto dalla terra.
«E tu sei uno sporco maiale spione!» Ribatte avvicinandosi, preme il piede contro il mio petto e punta l'arma a un soffio dalla punta del mio naso.
«Non ti vergogni di te stesso? Voglio vedere come farai a spiare dopo che ti avrò accecato, schifoso verme!»
Dice portando la punta della freccia contro l'occhio mio, allontano il viso dall'arnese premendo la nuca al suolo.
«Ascoltami, non ricordo il tuo nome, ma io e te abbiamo ballato insieme alla cerimonia del mio diciottesimo compleanno, ricordi?»
Egli aggrotta la fronte, china leggermente la balestra fino a distoglierla dal mio viso. Resta a fissarmi abbastanza convinto ma comunque colto da dubbi e domande, tuttavia, pare avermi riconosciuto.
«Sì, sono io, principe Eledhwen»
Improvvisamente la grinta e la rabbia in lui si dilagano, si spoglia dal suo manto d'ira e se ne indossa uno di rosso vergogna.
«Oh santo cielo! Perdonatemi mio principe!»
Disperato, getta via la balestra come veleno di serpe distante da sé, dopodiché, tende la mano per aiutarmi a rimettermi in piedi.
«Giuro che non vi ho riconosciuto, oh cielo, sono desolatissimo, vi chiedo di perdonarmi»
Si prostra e prega per il mio perdono, adocchia la balestra come un oggetto mai visto fin'ora, abbassa lo sguardo e non osa guardarmi neppure l'ombra.
Ma io, a petto caldo e con un leggero sorriso tra le guance, lo intimo a rialzarsi.
«Va tutto bene, per fortuna abbiamo entrambi una buona memoria, e meno male mi hai mancato»
Si rimette in piedi e il suo sguardo svia dal mio per vergogna e desolazione, non dona alcun riguardo all'arma a terra, così mi chino e la raccolgo per lui.
L'accoglie con rancore tra le mani, vi è ancora dispiacere nel suo sguardo.
«Ma ditemi, che ci fate qui? Dove sono le vostre guardie? E come mai vi aggirate tutto solo per queste foreste? State per caso svolgendo uno dei vostri tanti doveri da principe azzurro? Dovete forse affrontare qualche nemico?»
Chiede togliendo dai miei capelli una foglia, ordunque elevo gli occhi al cielo per cercare tra le nuvole una bugia da formulare.
«Uhm...la mia carrozza è stata presa d'assalto da un gruppo di ladri»
Purtroppo la sua espressione si tinge di dubbio e maggiore curiosità.
«Ladri? Strano, qui si aggirano solo trolls» dice.
«Difatti erano dei ladri trolls, mi hanno portato via ogni avere» aggiungo mostrandogli le mie vesti, e finalmente si lascia convincere. «Ma è terribile»
«Sto cercando di tornare a casa»
«Siete stato nella foresta tutto questo tempo?»
Domanda, e io affermo sereno.
«Grazie al cielo state bene, e poi non siete molto lontano da casa»
«Lo so» rispondo.
«Ma vi sconsiglio di proseguire per la foresta, malgrado sia la via più corta, è anche quella più pericolosa, specialmente per voi. Non che vi stia sottovalutando, ma i trolls sono esseri molto crudeli»
Afferma, e dal tono della voce comprendo che questi trolls non sono affatto creature con cui beffare.
«E quale strada dovrei prendere dunqu? È da tempo che vago, e sono un po' stanco»
«Avete per caso una mappa con voi?»
Gli mostro subito quella che ho trovato alla biblioteca, e con cui ho girato, gliela porgo ed egli la spiega per leggerne e osservarne i disegni.
Leggo la lettura del suo volto che man mano che contempla il pezzo di carta, si avvolge in un vortice di confusione e incertezza, china le sopracciglia e fa una smorfia con la bocca.
«Ma che diavolo significa?»
Borbotta girando sotto sopra la mappa.
«Cosa?»
Mi affianco a lui per vedere ciò che i suoi occhi hanno catturato, ma benché difficilmente il mio capo raggiunge il suo petto, scorgo solo un po' della mappa. Incapace di vedere, gli domando che cosa abbia visto.
«Non per offendere le vostre conoscenze, ma questa mappa è vecchia» dice.
«Perciò?» Domando.
«Vedete?»
Indica abbassandosi, affinché anch'io possa guardare «Questa mappa mostra ancora l'età in cui i centauri erano divisi, e quando gli gnomi erano sotto il dominio delle fate. Oggi queste terre sono abitate solo dagli elfi del sole, e i centauri si sono spostati sulle montagne. In poche parole questa mappa è sbagliata»
Ogni sua parola tuona in me, demoralizzando il mio animo e indebolendo i miei arti.
«Che vuol dire che "è sbagliata"?»
Afferro la mappa dalle sue mani e la guardo, purtroppo però, non trovo nulla che sia fuori dal normale per me, sarà dovuto al fatto che non ne capisco nulla di geografia, ma per non sembrare incolto, gli dò ragione e sostengo quel che ha detto.
«Oh beh, hai perfettamente ragione, come ho fatto a non accorgermene prima?»
«Io conosco queste terre molto bene, vi aiuterò io a tornare a casa» dice.
«Davvero?»
«Certo, questo e altro per voi»
Dopotutto non è stata una sfortuna trovare quel pettine, esso mi ha condotto dritto dal mezzo elfo con cui ho ballato la sera della cerimonia, proprio come un quadrifoglio tra milioni di trifogli, è stato il fiume a condurmi da lui.
Proprio sull'orlo di domandargli se può gentilmente rammentarmi il suo nome, prima di poter aprir bocca, la mia pancia bofonchia in un sofferente mugugno. La lagna non sfugge alle sue orecchie, e anche se mi trovo sotto l'ombra della chioma degli alberi, le mie guance si scaldano e i miei occhi cascano al suolo e schivano quelli del ragazzo, ancora scomposto nella sua risata soffocata. Copro la bocca con il dorso della mano e in piena berlina mi scuso.
«Scusami tanto, ma è solo che non mangio da un po'»
egli si ricompone e posa la sua mano sulla mia spalla.
«Non è certo colpa vostra, santi lumi, tutto solo nella foresta senza alcuna guida o guardia al vostro fianco. State tranquillo, mi occuperò io di offrirvi qualcosa»
Lo ringrazio, il mio stomaco pure, anzi, si rallegra già alla sola idea di mangiare.
«Mi potresti per favore ricordare il tuo nome?»
«Mihangel»
Il suo nome si culla nelle mie orecchie, ora mi ricordo, lo trovo un magnifico nome, calza a pennello con la sua immagine.
Posa la balestra sulla spalla e prende passo, lo seguo guardando un'ultima volta la foresta attorno a noi.
«Oggi festeggio il mio ventesimo compleanno, io e la mia famiglia lo celebreremo con un gran banchetto presso la piazza del villaggio, perciò potrete rafforzarvi con ogni pietanza che vi capiterà sotto gli occhi» dice con un largo sorriso in faccia.
«Davvero? I miei auguri»
«Grazie»
Ora ricordo che infatti me lo aveva citato quella sera, che avrebbe presto compiuto gli anni.
«Perdonatemi per avervi dato del "maiale", purtroppo non è la prima volta che un ragazzo prova ad avvicinarsi a una delle mie sorelle. Io sono il maggiore e quando mio padre non c'è, è mia responsabilità prendermi cura di loro» dice con tono vigoroso e garante, fiero di ricoprire tale ruolo.
Giunti al fiume in cui la ragazza si stava facendo il bagno, Mihangel senza esitare salta sull'altra sponda e voltandosi attende che compia la stessa azione.
Salto sopra una delle rocce che ergono in superficie e mentre allungo il piede verso la sponda su cui si trova Mihangel, egli tende la mano e mi aiuta ad attraversarla.
Avanziamo verso la casetta sul colle, sento il profumo di carne farsi più forte e vicino man mano che procedo.
«Venite, vi presento alla mia famiglia. Sono certo che si stupiranno quando vi vedranno» dice entusiasta, ma placo subito la sua allegria dichiarandogli il mio volere.
«Ascolta Mihangel, comprendo che tu sia entusiasta, ma non voglio che si sappia chi sono, non vorrei essere trattato in maniera differente, né tantomeno mettere a disagio nessuno»
«Oh certo, comprendo perfettamente, ebbene nessuno oltre me saprà chi siete»
Arriviamo alla porta della casa, abbassando lo sguardo noto un telo sporco di terra su cui il giovane si pulisce la suola degli stivali. Imito il suo gesto e passo anche le mie di suole sul telo.
Che strana usanza, sarà una maniera per purificare il terreno della casa? Oppure per annunciare il proprio arrivo?
«Madre!»
Sbraita varcando la soglia, e gettando la balestra sul fianco della parete.
Una giovane voce risponde dall'altra parte della stanza da cui divampa fumo e aroma, seguito da un trambusto di stoviglie e gorgoglii di zuppa.
«Ho portato a casa un amico»
Dice Mihangel, sistemando vari oggetti sparsi per terra. Le sue sorelle anche loro presenti nella stanza, calano gli occhi su di me con incertezza, nel frattempo, aiutano il fratello a ripulire il pavimento senza badare troppo a me.
«Miggi, sei riuscito a prendere quel lurido verme che spiava tua sorella?»
«Miggi?»
Sogghigno divertito.
«Mia madre mi chiama così, potete farlo anche voi se volete» risponde voltandosi, poi si avvicina alla porta dell'altra stanza e sbraita di nuovo.
«Avanti vieni, voglio presentartelo!»
La donna esce dalla cucina accompagnata da un leggero cumulo bianco di profumata aroma, strofina le mani sul grembiule cinto sotto la grande pancia tonda ,e guarda il proprio figlio.
«Perché non hai chiamato la zia per farti aiutare, mamma?»
Le chiede Mihangel avvicinandosi a lei, ma ella lo allontana, mostrandosi irritata dal gesto gentile del figlio.
«Insomma Miggi, sono incinta non malata»
La giovane donna dall'acconciatura arruffata e il passo pesante, avanza verso la tavola al centro, si siede sbuffando, e accaldata sventola il panno per rinfrescare il viso arrossato.
«Salve...»
La saluto timidamente guardando quella grande pancia tonda, l'aspetto suo mi rammenta molto quello di mia madre, entrambe condividono vari tratti del viso e ciò è dovuto al fatto che sono della stessa etnia. Ciocche lunghe color smeraldo, minute e magre con le spallucce simile a quelle di un usignolo, e pelli chiare come l'albume dell'uovo.
È proprio come guardare mia madre in attesa di un bambino, è magica la maniera in cui ciò mi strappi un leggero sorriso dal volto.
«Madre, ti presento il mio amico, l'avevo incontrato per la prima volta alla festa di compleanno del principe azzurro, ricordi? Purtroppo si è perso nella foresta e quei dannati trolls lo hanno derubato di ogni avere, lasciandolo completamente solo e affamato. Non stava spiando Bucaneve, voleva solo restituire il pettine a Fiordimiele, per favore madre, potremmo dargli qualcosa da mangiare?»
La donna mi adocchia incerta, mi scruta dalla testa ai piedi come un materiale sconosciuto, nondimeno, si lascia convincere dalle parole sincere del figlio e dalla storia raccontata.
«Ma certo tesoro, anzi, subito. È solo grazie al Signore se sei ancora tutto intero, ti avrebbero smembrato e fatto di te uno stivale» afferma alzandosi e rimboccandosi le maniche del vestito.
«Maledetti esseri»
Borbotta Mihangel strisciando indietro la sedia della tavola per permettermi di sedere, mi accomodo ringraziando e attendo con gioia che mi venga servito il pasto. Nel frattempo, mentre sopprimo la fame e lotto per domare i brontolii del mio stomaco, le sorelle di Mihangel si fanno avanti, incuriosite e volenterose di parlare.
«Salve» saluta colei ch'era scappata alla mia prima veduta.
«Ti presento le mie tre sorelle minori» dice Mihangel, dopodiché comincia a indicarne una per una pronunciandone i medesimi nomi.
«Fiordalisa, Fiordimiele e Bucaneve»
ciascuna di loro possiede un nome grazioso che si sposa con l'aspetto.
«Piacere di fare la vostra conoscenza, avete dei nomi splendidi» dico.
«Grazie, tu chi sei invece?» chiede sorridente la giovane nel mezzo.
«Io sono Elanor»
Affascinate dal mio nome, si siedono a tavola e restano a farmi compagnia finché la loro madre fa ritorno dalla cucina.
«Ecco qua» dice servendomi il pasto, alzo gli occhi e le rendo grazie.
Guardo meravigliato la pietanza, sia il profumo che l'aspetto invitante, suscitano in me gran delizia e curiosità.
«Che cos'è?»
«È una passata di patate con foglie di lattuga e petto di tacchino» risponde la donna.
Comincio a cibarmi con gusto, nel mentre gli occhi loro sono tutti posati su di me.
«Allora? Com'è? Ti piace?»
Domanda Mihangel.
«È molto buono, grazie mille»
La madre si fa rossa e sorride lusingata.
«Non devi ringraziarmi»
Mentre mi gusto con gran piacere la passata di patate, una delle sorelle di Mihangel portandosi alla finestra, si accorge di qualcosa, ed entusiasta richiama l'attenzione di tutti.
«Papà è tornato!»
Gioiose si precipitano tutte quante oltre la porta, abbandonandomi nella stanza, tranne la madre, che dato le sue condizioni fisiche, procede con una lenta camminata.
«Vuole che le dia una mano?»
Le chiedo alzandomi e porgendole la mano, ma ella rifiuta e dichiara di farcela.
Usciamo dalla casa, dove incontriamo il padre di Mihangel in sella un meraviglioso cavallo nero.
«Dov'è l'uomo di casa?»
Domanda scendendo dal puledro.
Il giovane ragazzo non si contiene dalla gioia e si getta assieme alle sue sorelle tra le braccia dell'uomo.
«Guarda che cosa ho qui per te»
Dice mostrando il cavallo al figlio, vedendo ciò il giovane viene privato del fiato, guarda con incredulità il padre e domanda se quello sia il regalo.
L'uomo annuisce e confessa di averlo comprato apposta per il lui.
«È tutto tuo figliolo, questo e altro per te»
Ammiro gaio affianco alla madre la reazione di Mihangel, la gioia sul suo viso è limpida e la manifesta con un largo sorriso tra le guance.
Non tarda neppure a salire in sella al suo nuovo regalo «Attento!»
Avvisa la madre guardandolo.
«Guarda qua che meraviglia!»
Il ragazzo non cessa di sorridere, i suoi denti restano serrati in un luminoso sorriso e i suoi occhi non si allontanano dal corpo del cavallo.
Lo fa avanzare in avanti e indietro, lo mostra con vanità alle sue sorelle che guardano felici dal basso.
«lo chiamerò Dorian, proprio come il nonno»
Dice accarezzando il collo dell'animale, e il padre, orgoglioso della scelta del figlio.
Ammiriamo la gioia del ragazzo mentre cavalca in sella al suo cavallo nero regalato dal padre, il quale, non cessa di guardare fiero e orgoglioso il proprio figlio.
Lo guida, si complimenta e lo guarda mentre domina il suo destriero.
«Spero non si faccia male cadendo»
Dice tesa la madre mentre guarda il figlio galoppare allegro. «Non si preoccupi, è bravo» Le dico per rassicurarla.
Dopo un breve giro di prova, il padre ordina al figlio di scendere, così da poter condurre l'animale nel recinto e farlo riposare.
Il ragazzo ubbidisce e scende dal cavallo «È bellissimo, lo adoro!»
Dice accarezzandone la criniera e il muso, lo guarda con amore e lo accarezza come se fossero amici da una vita.
L'uomo conduce l'animale al recinto, ma prima di girare attorno la casa, si avvicina a sua moglie per darle un bacio e salutarla, le accarezza la pancia e bacia anche la creatura nel grembo. Dopodiché fa caso alla mia presenza.
«E lui chi è?»
Domanda guardando la sua donna, ella si volta e mi presenta come l'amico di Mihangel.
«È stato derubato da un branco di trolls nella foresta»
Aggiunge quasi sussurrano, l'uomo serra i pugni e gonfia il petto, poi rivolge lo sguardo verso le punte degli alberi della foresta.
«Che Dio li ammazzi tutti quei esseri violenti, è un vero miracolo che tu sia vivo, proprio la settimana scorsa un bambino si è addentrato nella foresta e non ha fatto più ritorno a casa»
Le sue parole mi preoccupano, non pensavo che i trolls fossero creature così violente e sanguinare, non li ho mai considerati delle vere e proprie minacce, difatti nessuno è mai venuto alla corte a pregarmi di portar giustizia contro questi esseri.
«Io prima di adesso non avevo mai sentito parlare della violenza di questi trolls, sapevo dei loro caratteri ardui e della loro inimicizia con il popolo delle fate, ma nulla di questo che mi state dicendo»
Confesso desolato.
«Va avanti da un bel po' purtroppo, si aggirano con le loro clavi, fabbricano trappole per le creature più piccole e indifese del regno fatato e il loro commercio si basa sulla vendita delle orecchie di voi elfi, code di sirena, polvere e ali di fata e corna di fauno. Un vero massacro, non c'è parola per descrivere le loro atrocità»
Risponde l'uomo, atteggiandosi come se volesse avanzare a bandiere spiegate contro questi figli violenti della natura, ma la moglie lo placa posando la mano alla sua spalla.
«E in tutto questo il principe azzurro non si è fatto vedere, sarà seduto nel suo palazzo a sistemarsi i boccoli o a farsi imboccare con pesche da un esercito di donzelle»
Prosegue la donna.
«Forse non lo sa, magari nessuno lo avrà avvertito della situazione»
Ribatto, quasi sdegnato del suo parlare.
«Non è facile per lui, è giovane e sta già facendo quel che può per mantenere pace l'equilibrio, non può stare dietro a ogni mosca che casca nella ragnatela»
Ma la donna replica alla stessa maniera con lo stesso tono ed espressione.
«Deve aspettare di ricevere delle cartoline prima di agire? Dov'era quando i centauri erano stati schiavizzati? Dov'era quando i folletti entravano in casa altrui per rubare? Dov'era quando dozzine di bambini venivano divorati dalle streghe? E dov'è adesso che i trolls girovagano per le foreste?
Si preoccupa più di venir raffigurato bene sui monumenti che in cuor suo. Giovanotto mio, non porre mai la tua fiducia in un uomo, non confidare sui carri, né sui cavalli, ne rimarrai sempre deluso. Poni sempre il tuo sguardo al Signore»
Leso e ferito dalle sue parole, mi rendo conto che quel che dice non lo dice per oltraggiare il principe, sta solo raccontando il vero. Io però, non sapevo nulla di tutto ciò.
Non mi sono mai preoccupato di venir rappresentato bene sulle statue e nei mosaici, tengo molto ai miei capelli ma vengono dopo ogni vita.
Non aggiungo altro, vorrei poter rivelare la mia identità e oltraggiarla per ciò che ha detto contro sua maestà, ma non posso permettermelo.
«Madre hai visto che meraviglia?»
Dice Mihangel venendo in contro alla donna.
«Sì caro ho visto, però fai attenzione»
«Mamma non preoccuparti, anche se cadessi non morirei»
«Hm, dai su entrate e preparatevi»
Uno dopo l'altro fa rientro a casa, il padre conduce il cavallo al recinto e le sorelle di Mihangel mi passano affianco.
«Mi presti il tuo vestito, Bucaneve?»
Dice una di loro entrando.
«Quale? Quello bianco no, né quello azzurro e neppure quello verde»
Mihangel mi si avvicina e dopo che tutte e tre le sorelle fanno rientro, torna a rivolgersi a me con maggior rispetto e devozione.
«Vostra maestà, permettetemi di prestarvi qualcosa di mio»
«Va bene, lo apprezzerei molto»
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