Giunsero al cospetto di un'illustre dimora preservata da una fitta e alta vegetazione rigogliosa, la struttura sorgeva sopra un colle come un palazzo reale, baciato dal chiarore della luna piena che appariva in cielo come un diamante.
Custodita da una grande e lunga recinzione in metallo zincato, per scoraggiare chiunque meditasse di invadere la dimora. Entrambi i pannelli erano aperti, e come Walter li varcò con la propria auto, erse un soddisfacente rumore croccante.
Il cortile era vestito di sassi, ma c'era un breve e grazioso viottolo in pietra che guidava dritto alle scale dell'entrata della villa da dover prendere a piedi.
Giglio osservò curioso dal finestrino, come un bambino che osservava la neve cadere, non aveva mai visto una casa così tanto grande in vita sua.
Si potevano vedere dalle grandi porte ad arco in vetro, la moltitudine di persone presenti all'interno della villa.
Fu allora che Walter condusse le mani tra i capelli, realizzando l'errore compiuto e il rischio a cui stavano per correre in contro.
«Che succede?» chiese Giglio, ancora distante dalla realtà, poiché troppo ammaliato dalla bellezza vittoriana del posto.
«La tua immagine si rifletterà perché dentro c'è luce» rispose Walter, facendo per andare in panico, ma si ricompose, poiché gli sorse subito in mente un'idea brillante.
Non la condivise con Giglio, ciononostante quest'ultimo si fidò e non chiese nulla al riguardo.
Camminarono con le spalle leggermente unite una contro l'altra verso la casa, seguendo l'aroma di cera e ceneri cosparse sui pavimenti in calce.
Salirono le brevi scale e quando giunsero dinanzi al grande portone, Giglio annusò con piacere l'intreccio di rose che decorava la porta.
Profumavano proprio bene.
La porta fu aperta nonché meno dalla madre di Walter, che fu molto contenta di vedere il proprio figlio. Alla sua vista ampiò le braccia per accoglierlo in un caloroso abbraccio, ma il figlio lo respinse a stento e si dipinse un'espressione di disapprovazione sul suo volto.
Nel mentre Giglio restò protetto approssimato alla soglia della porta, sapendo che il più piccolo riflesso di vetro lo avrebbe tradito.
«Madre, ti avevo detto che voglio le vetrate coperte, tirate le tende» lamentò Walter.
La madre si fece confusa, guardò le vetrate e non ci vide nulla di male in esse. Ma il figlio insistette e disse che le voleva coperte.
«Non voglio che tutto il quartiere sappia che faccio trecentoventidue anni, copritele insomma»
La madre, anche se perplessa, non fece domande e accontentò il festeggiato, dando l'ordine di coprire le finestre con le lunghe e pesanti tende.
Walter e Giglio sospirarono sollevati, ora non dovevano preoccuparsi più del suo riflesso.
Entrarono nella sala, dove vitalità e scale di colori scuri ed eleganti regnavano in equilibrata armonia.
Il rosso era il colore dominante, poiché non solo si trovava nei calici e sulle labbra delle signore, ma anche sul morbido tappeto che vestiva le scale che conducevano a un secondo piano superiore, alle rose poste in fragili vasi lungo i margini delle pareti, anch'esse di un rosso più intenso.
Il pavimento era tetro come i manti scuri dei giovani uomini presenti, vestiti con capi di un'epoca distante e dimenticata.
Giglio alzò poi lo sguardo al grande e maestoso lampadario a candelabro che pendeva sulle loro teste, i lumi delle candele danzavano sotto lo scorrerere e il pizzichio delle corde degli strumenti armeggiati con cura ed esperienza dagli abili musicisti seduti in fondo alla sala, la loro musica scaldava e accompagnava le voci e i passi dei presenti.
Risate, brindisi e bollicine di champagne.
Da ogni angolo giungeva una curiosità per ciascun senso.
Dal profumo dei pungenti aromi spruzzati sulle pelli, alle delicate tovaglie usate per vestire le tavole dei banchetti.
Giglio era tentato di dare un assaggio ai presenti dolci posti sui piatti argentati, pensando che fossero canditi di sciroppo alla ciliegia o fragola, ma ci ripensò quando Walter gli sussurrò all'orecchio questo medesimo avvertimento.
«Sono ripieni di sangue di corvo»
Giglio distò il proprio interesse altrove e si resse strettamente al braccio di Walter, sperando di non imbattersi contro uno specchio da un momento all'altro, o un dolce ripieno di sangue di uccello.
Anche se ciò era improbabile, poiché di specchi non ce n'erano dal momento che non servivano dentro una dimora per vampiri, trovò saggio restare presso Walter.
La sua presenza gli trasmetteva sicurezza, era come camminare sotto l'ampia gonna di una dama.
Il festeggiato fu servito di dolci e bevande, saluti, baci e domande.
Anche se non nudo all'occhio, ma visibile dinanzi uno specchio.
Giglio fu ignorato come un fantasma da coloro che approcciavano Walter, e ciò lo fece sentire abbastanza in imbarazzo.
Uno sguardo di curiosità e via, ogni parola era rivolta solo e soltanto al festeggiato.
«Vieni, sediamoci» disse Walter, e insieme a Giglio cercarono dove mettersi seduti, per sfuggire dalle grinfie di quei vampiri assetati di avere una conversazione con il ragazzo. Ma lungo lo stretto cammino, la madre di Walter sopraggiunge alle spalle dei due e si pose in mezzo a loro.
«Sono riuscita a convincere tuo padre a venire, sarà qui a breve» disse entusiasta.
«Davvero?» replicò Walter, altrettanto felice della notizia.
Giglio si mantenne in disparte.
"Avrei preferito restare a casa legato" pensò.
Si sentiva abbastanza a disagio, inoltre non era neppure un vampiro, e ciò lo faceva sentire ancor più fuori luogo.
Walter e sua madre continuarono a parlare riguardo l'arrivo del padre, e mentre ne discutevano allegri, ecco che si unì a loro anche la sorella, Wendy.
Giglio si allontanò, la disattenzione da parte di Walter lo respinse come una corrente lungo la deriva.
Si fece via tra i presenti usando la sua sottile e timida voce per essere lasciato passare, chi lo guardò con la coda dell'occhio lo seguiva poi con un brusio e un bisbiglio all'amico o alla compagna accanto.
Dopotutto, nessuno aveva mai sentito il suo odore, e nessuno lo aveva mai visto.
"Amico tuo?"
"È venuto con Walter, amico suo forse"
Si dicevano.
Giglio cercò il bagno, sentiva il bisogno di diversi bagnare il viso, riprendersi e riflettere, magari anche rimettere.
Non si era mai trovato in mezzo a così tanti vampiri, nessuno di loro era a conoscenza della sua esistenza, né del morso sul suo fianco.
«Mi scusi, dove si trova il bagno?» domandò a una signora accanto le scale, la donna si voltò, e indicò al ragazzo il piano superiore.
Giglio fece un cenno con il capo per ringraziarla, per poi proseguire di sopra. Aveva promesso a Walter e sé stesso di stargli accanto, ma alla fine era stato proprio Walter ad abbandonarlo e ignorarlo.
Seguì la via che secondo lui doveva condurre al bagno, in fondo a sinistra. Ma quella non era una dimora di epoca moderna, Giglio aprì varie porte ma nessuna di queste conduceva il bagno, ogni volta che ne apriva una trovava una stanza inghiottita dal buio completo.
Il corridoio era miseramente illuminato da una sequela di lumi appesi alle pareti, nemmeno i dipindi che decoravano il posto erano ben visibili, e Giglio non riuscì a capire che cosa questi raffigurassero.
Volti? Corpi? Animali o oggetti?
Si fermò ai piedi di uno di questi per riuscire ad ammirarlo e scorgerlo con l'aiuto della poca luce, riuscì a riconoscere la tecnica di pittura e la tela su cui erano state posate le setole.
Si avvicinò per annusarla e la sua supposizione si rivelò giusta.
Era una tela ad olio.
Guardò la data riportata in fondo a sinistra, il dipinto era stato realizzato nel lontano ottobre del 1845 da un pittore francese.
Era un peccato non poter vedere con chiarezza l'intera opera, e tentare di sollevare la candela sarebbe stato inopportuno verso chiunque era il padrone di casa.
"Chissà..." mormorò ponendo le mani sui fianchi, quando improvvisamente venne accarezzato furtivamente da un soffio d'aria.
Ne cercò subito le origini e il suo sguardo si rivolse verso una lontana finestra lasciata completamente aperta, le tende si agitavano percosse dal leggero vento che le aveva aperte.
Insospettito da ciò, il ragazzo si avvicinò e pensò di chiuderle per evitare che entrasse un animale, o che le candele dei lumi si spegnessero.
Ma quando vi ci giunse, pensò anche di investigare sulla improvvisa apertura di quella finestra.
"Non c'era vento di fuori, e poi non l'avevo vista aperta prima..."
Si sporse leggermente verso l'esterno per costatare l'altitudine e la limpidezza del cielo scuro, non erano presenti molte nuvole, e qualla che c'era non era mossa dal vento.
Dunque non era stato un colpo d'aria ad aprirla, e oltre lui non c'era nessun altro lungo quel corridoio.
"Ma che sto facendo? Meglio se torno da Walter, sto cominciando ad avere paura." Meditò, pensando che fossero presenti dei fantasmi. Dopotutto si trattava di una casa d'epoca, e se già esistevano i vampiri, si chiedeva perché non anche i deceduti.
Abbandonò la finestra e si voltò per fare ritorno nella sala.
Ma quando le sue spalle si volsero contro la finestra aperta, il suo volto si scontrò con quella che a svista sembrava un grosso armadio, ma guardando bene, quando erse lentamente gli occhi in alto, si trovò al cospetto di una creatura emersa dalle tenebre del corridoio.
Impaurito, fece un passo indietro e sussultò, ponendo istintivamente le mani in avanti per proteggersi.
Ma la figura prese a muoversi in maniera gentile e quasi curiosa, come se interessata a studiare che cosa avesse di fronte. Non sembrava voler mordere o minacciare, avanzava lentamente e con cautela, quasi come se impaurito nell'approciare Giglio.
«Buonasera, posso aiutarla?» Domandò, e quando la figura proseguì sotto il chiarore della luna, ecco che la voce acquistò un corpo uniforme e un volto umano.
Giglio sollevò lo sguardo verso gli occhi rosso ciliegio dell'essere, ma spaventato dal loro aspetto, chinò subito il capo alle lucide punte dei suoi stivali scuri.
«C-c-cercavo il b-bagno» balbettò quasi addentandosi la lingua.
C'era una notevole differenza di statura tra di loro che li separava, il corpo di Giglio fu completamente inghiottito dalla sagoma alta e tenebrosa della creatura che non sembrava mai essere soddisfatta del proprio spazio, dal momento che continuava ad avvicinarsi verso Giglio, guardandolo con enorme interesse.
Trovava il suo aspetto e odore a dir poco interessanti, rari quanto insoliti. Si convinse che doveva trattarsi di un nuovo profumo moderno.
«È la prima volta che la vedo, come si chiama?» chiese cercando il timido volto del giovane, che provava disperatamente a nasconderlo guardando a terra.
«Giglio» farfugliò.
L'odore pungente di sangue lo stava investendo, ma per non sembrare scortese, lo sopportò e lo respirò tutto quanto.
Ma non poteva più reggere la tensione e la pesantezza della figura su di lui, così cortesemente, si scusò e fuggì via terrorizzato dalla sua presenza.
Quest'ultimo lo guardò fuggire via come un cerbiatto inseguito da un feroce segugio, si guardò anche indietro per assicurarsi di non essere seguito.
Sentiva la schiena formicolare e le gambe cedere a ogni terreno che acquistava, temeva che a breve la creatura lo avrebbe raggiunto, o peggio ancora, si sarebbe presentato davanti a lui.
"Perché puzzava di sangue? Perché aveva addosso quell'odore di sangue e putrefazione?!"
Tornò nella sala e raggiunse subito Walter, che nel frattempo stava consumando un calice di rosso in compagnia della madre e della sorella.
«Walter, c'era qualcosa di sopra, una persona» gli sussurrò spaventato, sembrava un bambino che avvertiva il genitore della presenza di un mostro sotto il letto.
Walter cercò di non badarlo, ma il suo polso venne violentemente strizzato dalla mano fremente del ragazzo, ancora molto terrorizzato da ciò che aveva visto.
«Dove sei stato?» gli chiese, ancora poco interessato a rivolgergli l'attenzione. Ma prima che Giglio potesse parlare, ecco che tra la folla si erse un sussulto, e come le acque del mar rosso divise da Mosè, tutti si dimezzarono, e l'alta figura tetra avanzò lentamente in mezzo a loro come un profeta giunto in città.
Il sangue di Giglio si raggelò, strozzò il braccio di Walter e lo guardò con terrore.
«Amore, ci hai messo così tanto, dove sei stato?» disse la madre avvicinandosi all'uomo senza alcuna esitazione, e una volta raggiunto, si elevò leggermente sulle proprie punte per poterlo baciare.
Giglio allorché comprese che quello doveva trattarsi di suo marito, nonché padre di Walter e Wendy.
L'uomo si avvicinò al figlio e gli fece gli augiri di buon compleanno.
«Grazie, padre» rispose Walter, felice di vedere suo padre presente alla festa.
«E anche quest'anno ti sei dimenticato di fargli un regalo, insomma Victor, dove hai la testa?» lamentò la donna.
L'uomo cercò di giustificarsi, ma la sua attenzione venne presto dedicata totalmente verso Giglio.
«Buonasera» salutò Giglio, sentendosi più che altro costretto a farlo per buona educazione. Altrimenti se fosse stato per lui, avrebbe seguito il suo istinto da preda, si sarebbe immediatamente immerso sotto terra.
Si erse una gran tensione tra lui, il padre e il figlio.
Victor trovava l'odore di Giglio assai curioso, ma non finiva lì, vedeva in lui qualcosa di differente, tuttavia non sapeva dire che cosa di preciso.
Aveva occhi comuni, neri come le notti in cui andava a caccia.
La sua pelle era chiara come il lato chiaro della luna sotto cui volava e trovava conforto, le sue labbra sottili avevano l'aspetto di un petalo di rosa e la sua corporatura dritta e assente di particolari forme, concedeva a chiunque di dedurre il suo genere.
Uomo o donna, era il riflesso di un docile agnello spaventato persino della propria ombra.
Victor fiutava la paura, era il suo profumo preferito.
Ecco che cosa rendeva Giglio diverso, egli aveva tremendamente paura.
"Paura di cosa?" Si chiese Victor, che nel frattempo si era pericolosamente fatto vicino davanti al figlio e il ragazzo.
«Buonasera, sei amico di mio figlio? Non credo di averti mai visto, ragazzo» pronunciò, assalendo con i suoi occhi rubino l'interpellato.
«È un mio nuovo amico, il suo nome è Giglio» rispose Walter, percependo come il padre, il timore di Giglio.
Era tangibile, a breve tutti avrebbero assistito alla fuga del suo cuore dal petto. Questo rullava pulsante, temette seriamente per un infarto.
Ma la sua paura magicamente cessò come se la fiamma di una candela soffiata, nell'esatto momento in cui Victor gli colse dolcemente e con grande premura la mano, come se avesse appena colto dal terreno il fiore più delicato al mondo.
La prese e la baciò delicatamente, quasi che Giglio non percepì la presenza delle sue labbra gelide sulla sua pelle.
Trovò quel gesto elegante, ma compiuto da lui, era ancor più affascinante.
Si fece rosso di berlina, bramò un luogo dove ficcare la testa fino al collo.
«Piacere di fare la sua conoscenza, Giglio» disse.
La sua voce cullante condusse Giglio lontano da quella dimora, gli fece visitare luoghi quieti come un colle accarezzato dal vento, come quando dormiva beato sotto le coperte nella stagione d'inverno.
«Anche per me, signore» rispose, o meglio, credette di rispondere.
Era così infatuato che la sua voce uscì fuori come un sussurro, e ciò che disse restò serrato nel movimento delle sue labbra.
«Bene, godetevi pure la serata. Figlio mio, mi dispiace per non averti portato un dono, prometto che te ne manderò uno al più presto» disse Vittorio.
«Non dovete preoccuparvene, so che siete molto impegnato. E poi, la vostra presenza è già sufficiente come regalo»
A Giglio venne quasi naturale covare invidia verso il rapporto che padre e figlio avevano, ma cercò di scuotersi quell'emozione di dosso e di sostituirla con la gioia. Non si aspettava di fare la conoscenza del padre del giovane vampiro, non se lo era nemmeno immaginato così.
Nel mentre, lontano in città, dove la notte significava sogni e riposo.
Margaret e Rojer si trovavano a letto, con le spalle rivolte e i volti nascosti.
«Il mio bambino è ancora là fuori, credi che ritornerà?» Chiese al marito, quest'ultimo però, rispose con un profondo russare, rivelando di star già dormendo profondamente.
Allorché la donna si voltò verso il cielo e pregò per la protezione del ragazzo, sperando in cuor suo, di rivederlo al più presto.
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