«Giglio? Giglio?»
Chiamò da distante la voce del medico, nei margini della testa del giovane ragazzo.
Giglio si riprese dal ricordo, il campo si dissolse come acrilici in acqua, e tornò a sedere sulla sedia al centro dello studio.
Riconobbe il luogo in cui si trovava, l'odore di disinfettante lo abbracciò e la freschezza del profumo del sapone per pavimenti lo stuzzicò. Il bagliore di luce tentò di accecarlo ma l'occhio del ragazzo se ne abituò subito, l'arietta soffiata dalle eliche del ventilatore lo sfiorò con miseria, ma non aveva caldo.
«Puoi tornare a casa» disse l'uomo appoggiando la penna sulla scrivania, suo altare dove giaceva l'indispensabile.
Il taccuino, il cuscinetto per timbro, le cartelle mediche, il tablet e la cornice del figlio e la moglie.
«Hai fatto progressi, hai reagito bene ai farmaci e abbiamo potuto costatare che sei idoneo per tornare a casa dalla tua famiglia»
Le sue parole sollevarono l'animo turbato del giovane ragazzo, seduto ingobbito e quasi raccolto sulla sedia a ruote dello studio.
Volse lo sguardo verso la finestra aperta e restò ad ascoltare il canto dei passerotti che facevano il bagno nella fontanella, si tergevano i becchi e agitavano le alette emettendo piccoli e lesti fruscii.
«E se dovesse venirmi un altro attacco d'ansia, e-e cosa farò se dovessi vederla o sentirla ancora? Dottore non lo so, io sento ancora la sua voce, sento e vedo ancora quei denti. Cosa farò?» chiese rivolgendosi al dottore, quest'ultimo lo guardò con tenerezza e lo assicurò.
«Non esitare a tornare allora, noi saremo sempre qui disposti ad aiutarti. Inoltre, sappi che in caso di aggressione da parte di non umani, puoi rivolgerti al numero blu»
Il giovane sospirò e cercò di pensare positivo, anche se temeva di vederla aggirarsi nei paraggi dei luoghi che avrebbe frequentato, pensò che la soluzione migliore sarebbe stata quella di ignorarla.
«La ringrazio» fargugliò autostimolandosi, era sua abitudine torcersi un ciuffo di capelli o agitare leggermente le dita dei piedi quando teso, incerto o a disagio.
In quel momento si sentiva molto confuso, aveva fiducia nei farmaci e nel dottore, ma non in sé stesso. E poi, temeva ancora. I vampiri facevano parte della società, questi e umani consistevano. Proprio come animali e insetti, come mare e terra. Potevano trovarsi ovunque, dietro il bancone di un bar, dietro una cattedra, tra i corridoi di un ospedale o alla fermata di un autobus.
Tuttavia, la legge emanata dagli umani, proibiva l'assunzione illegale del sangue, l'umano doveva essere maggiorenne e per di più consenziente. Altrimenti sarebbe stato considerato molestia, portando la violazione della legge alla massima della pena per l'accusato. Purtroppo però, esattamente come gli umani, la legge veniva spesso e volutamente infranta dai vampiri.
Vampiri come quelli che avevano attaccato Giglio e Dalia quella notte.
«Buona fortuna giovanotto, ti auguro ogni bene» disse l'uomo, invitando il ragazzo ad andarsene.
Il giovane si alzò dalla sedia, e camminò verso la porta di uscita, sperando che non sarebbe stata l'ultima volta. Si sentiva a proprio agio tra le pareti di quella struttura, il delicato profumo di igienizzante, cotone e lino, gli regalavano piacevoli sensazioni tra cui pace, tranquillità e un caloroso senso di accoglienza.
Lì si sentiva protetto, al sicuro dalle avversità del mondo. Anzi, i mali di questo sembravano non riuscire a raggiungere i cancelli dell'edificio.
Ma non poteva più restarci secondo il dottore, e gli voleva troppo bene per poter osare di opporsi ai suoi ordini. Ogni suo dire e fare si erano sempre rivelati a favore suo, perciò pensò che fosse realmente il momento di tornare a casa.
Il dottore non si sbagliava mai, era saggio e buono, voleva molto bene ai suoi giovani pazienti, e sapeva sempre cosa fosse meglio per ognuno di loro.
Li coglieva tra le mani come passerotti dall'ala ferita, caduti dal nido dopo un attentato di volo.
Poiché incapaci di volare, egli se ne prendeva cura serbandoli dai pericoli del cielo.
Li accudiva, li ascoltava e donava a loro consigli e speranze.
Giglio ora era come un passerotto la cui ala si era ripresa dalla ferita, non necessitava più di cure e attenzioni, adesso poteva tornare a volare. Ciò tuttavia, non avrebbe fatto sparire i cacciatori, anzi, più uccelli in cielo in volo, maggiori sono le canne di fucile puntati verso di loro.
Entrò in quella che era stata la sua stanza, questa la condivideva con un giovane ragazzo, anch'egli come Giglio un passerotto.
Ma lui a differenza di lui, non era ancora in grado di poter riprendere a volare. La ferita che lui riportava era grave, anzi, a grossomodo si temeva gravemente permanente.
Era un ragazzo dai bordi più fragili di una foglia, timido e dall'anima febbrile, o come diceva scherzosamente il dottore "spumeggiante".
Il compagno di stanza guardò Giglio mentre apriva la valigia sul letto, e mano a mano la riempiva con i propri panni.
«Te ne stai andando?» titibò confuso, raccogliendosi sul suo letto e arraffando agitato le ginocchia.
«I dottori ti aiuteranno» rispose Giglio.
«I...dottori?» replicò con tono tradito, non riusciva a comprendere come mai il suo caro amico di stanza lo stesse lasciando. Erano stati bene insieme, in quell'anno avevano stretto amicizia e sembrava scorrere un buon fiume.
«Posso venire con te?» chiese alzandosi, pronto a seguire l'amico ovunque sarebbe andato.
«Scusa, ma non puoi venire con me» rispose Giglio, la cui valigia ben sistemata era pronta.
Issò il manico e la poggiò a terra, dopodiché prese a trainarla.
«Starai bene, non avere paura» disse dirigendosi verso la porta, ma con sua sorpresa, l'amico lo seguì fuori dalla stanza.
Pensò che l'intenzione sua fosse semplicemente quella di accompagnarlo alla soglia, ma dovette ricredersi quando lo vide seguirlo anche lungo il corridoio, allorché si voltò e gli ordinò di restarsene dov'era.
Il giovane amico continuava a con comprendere, andava fuori dalla sua portata, non riusciva a spiegarselo.
Giglio lo stava lasciando, lo stava abbandonando come tutti avevano sempre fatto.
Incombé su di lui una familiare e orribile sensazione, il suo cuore si appesantì e gli occhi si fecero presto pieni come mari.
«Giglio non mi lasciare, ho bisogno di te qui...»
Quelle parole, con quel tono di voce così terribilmente affranto e chiaramente smosso dalla paura, lo indebolirono moralmente, e considerò davvero l'idea di portarlo con sé. Dopotutto Isaac non era un peso, era un ragazzo bravo, umile e ubbidiente. Causava problemi a se stesso ma non al prossimo, perciò pensò che fosse possibile permettergli di seguirlo.
«E dove ti metterò?» si chiese pianificando un idea nella testa.
Ma poi venne stravolto dal buon senso e realizzò che ciò non poteva accadere, Isaac non poteva venire con lui, il dottore non aveva fatto il suo nome.
«No, non si può fare, non puoi venire con me» disse.
A quella risposta Isaac crollò e si fece disperato.
«Ti prego! Non mi lasciare, non abbandonarmi di nuovo! Avevi promesso! Giglio! Giglio mi uccideranno!»
Giglio gli aveva imposto di restare dov'era, ma Isaac avanzò verso di lui e lo strinse tra le braccia, impedendogli così di poter andare.
Era terrorizzato all'idea di restare da loro, aveva assaggiato il calice dell'abbandono e il rifiuto fin troppe volte e vedere l'ennesima persona cara scomparire dalla sua vita era spaventoso. La fobia di deludere il prossimo e non piacere, di non essere mai abbastanza e quello di trovarsi costantemente solo; lo consumava come non mai dal fulcro del cuore.
«Ho bisogno di te Giglio, ti voglio con me, non lasciarmi per favore! Mi uccideranno! Mi uccideranno, no! No!»
Le infermiere accorsero verso i due ragazzi, attirati dalle grida e il pianto del giovane paziente.
Si posero tra loro e li divisero.
Condussero cautamente ma a maniere ardue Isaac lontano da Giglio, ma dal momento che non cessava di dimenarsi, né dava segni di volersi calmare, dovettero ricorrere alla siringa.
La dose di tranquillante fece subito il suo effetto e il ragazzo presto si appisolò tra le braccia delle infermiere.
«Va tutto bene, non preoccuparti per lui, vai pure» disse la infermiera.
«Ditegli che verrò a fargli visita» disse Giglio.
«Lo faremo, ora vai»
Isaac, seppur stordito dal tranquillante, riuscì leggermente a riprendersi e pronunciare il nome dell'amico momenti prima che questo scomparisse verso la fine del corridoio.
Giglio uscì dalla struttura, e per lui fu come varcare sopra una pagina vuota.
Quello era un nuovo inizio, un nuovo capitolo alla sua storia.
Si promise che avrebbe reso fiero il dottore, anche se la vita non era stata clemente verso di lui, cercò comunque di affrontarla a viso sereno.
Così fece un bel respiro, chiuse gli occhi, e attese.
Poteva sentire il fruscio delle foglie solleticargli le orecchie, gli uccellini cantavano e il gorgoglio della fontanella accompagnava i loro fischiettii.
Nessun ruggito di motore, né vagito di bambino, era una deliziosa quiete come una tazza di tè caldo. Sentiva le api ronzare da un fiore all'altro, e le chiacchiere e risate dei pazienti che passeggiavano per il cortile.
Quando riaprì gli occhi, sospirò, e una lacrima rigò il suo volto e un leggero sorriso gli fiorì in mezzo le guance.
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