Si alzò di buon umore, Walter lo aveva visitato nel sogno quella notte, e insieme si trovavano in un reame fiabesco, sopra un prato di denti di leone a rincorrersi come innamorati.
Sistemò il letto, poi si recò in bagno dove si diede una sciacquata veloce.
Dopo essersi sistemato scese al piano di sotto per poter dare il buongiorno ad entrambi i genitori, ma quando si presentò in soggiorno, trovò solo il padre.
«Mamma dov'è?» domandò cercandola, non giungeva alcun buon sentore dalla cucina, né udiva la sua voce.
«È uscita a fare la spesa» rispose l'uomo senza degnare il ragazzo nemmeno della propria coda dell'occhio.
Giglio si sedette sul divano alla destra del genitore, cercò di sbirciare ciò che stava leggendo, ma l'uomo lo sorprese nell'atto e piegò il lato del giornale per impedirgli di guardare.
Quel gesto lasciò Giglio più perplesso che addolorato, non riusciva veramente a comprendere le motivazioni del genitore.
Anelava di aprire il suo cuore, visionarlo, conoscerlo e magari correggerlo se possibile. Anche se non era capace di farlo, avrebbe voluto tentare, dopotutto era suo padre, l'uomo che lo aveva generato, accudito e un tempo amato.
Ora si trovavano entrambi nello stesso soggiorno, eppure sembravano due estranei, due sponde destinate a evitarsi a tutti i costi.
«Papà, tornerai mai a volermi bene?» chiese titubante, tornando a tormentare un ciuffo di capelli per stemperare la tensione.
Ma l'uomo non rispose, al contrario si alzò dal divano e abbandonò il soggiorno, lasciando il ragazzo da solo appeso a una domanda senza risposta.
Non si voltò alla soglia dichiarando la verità stando di spalle, non parlò dall'altra parte della stanza. Semplicemente non disse nulla.
Quando scoccò mezzogiorno, la madre fece ritorno a casa con i sacchi della spesa.
«Caro, aiutami a preparare il pranzo» disse, ma dirlo non era nemmeno necessario, suo figlio era già prossimo a prestarle il proprio aiuto con gli alimenti.
Si recarono in cucina e insieme cominciarono a lavare, tagliuzzare, cuocere, per prepare il pranzo.
A Giglio era sempre piaciuto aiutare sua madre ai fornelli, mentre cucinavano parlavano, giocavano e scherzavano.
Quando finirono di cucinare apparecchiarono la tavola e chiamarono anche il padre, l'uomo giunse ma non lo stomaco stretto.
Si sedettero a tavola e presero a mangiare.
«Dunque amore, com'è andata ieri?» chiese la donna.
«Walter è davvero un ragazzo gentile, si veste elegantemente ma in maniera semplice. Gli piacciono i libri e...»
Giglio parlò con gli occhi persi nel ricordo di ieri, ancora folgorato dall'aspetto di Walter e dalle sue maniere pacate. Ma mentre narrava con letizia e gioia il giorno precedente, il padre si schiarì la gola e lo interruppe.
«Potremmo non parlare di questo?» chiese, cercando di godersi ogni singolo boccone del pasto.
«Roger, ma tu parli sempre di lavoro» lamentò la moglie.
«Sempre meglio che parlare di come nostra figlia ora uomo si accoppi con depravati. Margaret, devo forse ricordarti il mestiere che faceva prima con quella sgualdrina?»
«Dalia non è una sgualdrina!» ribatté Giglio, adirato da quella spregevole parola.
«Lo era e come, ed è colpa sua se è morta!» ringhiò furioso.
Giglio perse il contegno e si alzò dalla sedia, gonfiò il petto e additò il genitore, condannandolo per le sue oltraggiose parole.
«Non permetterti di parlare così della mia amica, è grazie a lei se sono vivo! Lei è stata un miracolo!»
L'uomo non si lasciò affatto intimidire dalla voce del figlio, perciò si erse dalla sedia di sua volta, prevalendo sia in autorità che altezza.
«Ma quale miracolo? Sarebbe stato meglio se foste morte tutte e due a questo punto! Allora sì che sarebbe stato un miracolo!»
Le parole del genitore ferirono il ragazzo, lo premettero dritto al cuore e si sentì falciato in due.
La donna intervenne, anche lei sconvolta dalle frasi del marito.
«Ma perché mi detesti così tanto?» chiese Giglio.
«Perché mi hai portato via Gigliola!» confessò il padre e gli occhi suoi esplosero di rabbia e tristezza addosso il piccolo corpo ferito del figlio.
«Papà sono sempre io, perché non lo vuoi capire? Sono sempre la tua bambina, la tua Gigliola, sono semplicemente nel corpo che ho sempre voluto essere!»
Ma la disperazione del ragazzo, la potenza nella sua voce e il coraggio, vennero respinte con un violento schiaffo.
«Non ti permettere di parlarmi così!» gridò il genitore.
Il figlio barcollò e si ritrovò a terra.
«Tu non sei mia figlia. Sei solo un estraneo che si aggira per casa mia, è per l'amore di mia moglie se ti permetto di stare qui!»
Giglio guardò suo padre, lo stesso uomo che anni fa gli faceva il bagno nella vasca da bagno, che gli allacciava le scarpe e che lo portava a vedere le papere al lago.
Ora era lì dinanzi a lui, a pugnalarlo, a ucciderlo con la lama nella bocca.
Il suo cuore traboccò di dispiacere, pianse stringendosi il petto.
«Vattene, mi fa solo male guardarti in faccia» disse serrando entrambi i pugni delle mani, fremeva di collera e dentro il suo petto sembrava bollire dell'acqua calda.
Allora Giglio si alzò, e senza prendere nulla, uscì dalla casa ignorando la voce disperata della madre.
Era una bella giornata, ma era bastato così poco per rovinarla.
Il delizioso pranzo preparato con amore, giaceva in lui come veleno e le parole del padre lo assalivano nell'animo.
Non avendo dove andare per poter piangere, e dare libero sfogo alla sua frustrazione, il ragazzo sfilò il telefono dalla tasca e compose il numero di Walter, unica spalla su cui avrebbe voluto piangere.
Lo chiamò, e quando quest'ultimo rispose, Giglio gli narrò tutto quanto con il cuore in gola, e gli pregò di poterlo venire a prendere.
La tristezza nella sua voce strinse il petto del ragazzo, riusciva quasi a toccarla.
Walter non esitò e guidò subito da Giglio, lo caricò sulla propria auto, e insieme lasciarono il quartiere.
Giglio pianse per tutto il tragitto, consumò due pacchi di fazzoletti che Walter teneva in auto, cercò di spiegargli la situazione ma non riusciva. Le parole gli uscivano dalla bocca in disordine e spezzate da continui singhiozzi, il naso colava a dirotto e così anche le lacrime.
Giunsero a casa di Walter, una singola e piccola dimora in una zona tranquilla della città.
Walter accompagnò Giglio fino alla porta, e quando entrarono vennero pervasi dal pungente profumo di acrilico.
Walter stava dipingendo di rosso la parete del soggiorno per rendere la casa più a suo piacere, Giglio si sedette sulla poltrona e ammirò l'arredamento.
«Scusa se ho interrotto il tuo lavoretto, non avrei dovuto disturbarti ma ecco...» disse.
«Non ti scusare, ti offro qualcosa» disse.
A Giglio piaceva molto il latte caldo, anche nelle stagioni afose, il latte era la sua terapia.
«Potrei del latte caldo?»
«Va bene, certamente»
Mentre Walter si recò in cucina per preparare una tazza di latte per l'ospite, Giglio si asciugò le lacrime dagli occhi per poter ammirare meglio il soggiorno.
Non rispecchiava molto lo stile del proprietario, profumava di nuovo, da foglio bianco. Doveva essersi appena trasferito, pensò Giglio sollevando lo sguardo alle chiare tende e al vecchio lampadario.
Walter sembrava ad appartenere a un epoca più distante che remota, era un uomo di semplicità e raffinatezza, rustico ma non troppo vecchio.
Tornò dalla cucina con la tazza calda tra le mani e la diede al ragazzo affranto.
«Grazie, Walter» rispose.
Soffiò e cominciò a sorseggiare, caldo proprio come piaceva a lui.
Walter lo guardò con dispiacere, la sua tristezza alterava il suo umore, lo toccava, e desiderava allontanargli quel calice di dolore.
«Ho litigato con mio papà...» confessò Giglio.
«E ti ha picchiato?» chiese scorgendo il livido sulla guancia.
«Ma non mi ha fatto male, solo uno schiaffo» rispose Giglio.
«Io non vedo molto mio padre, perciò non litighiamo mai. Però qualche volta discuto con mia madre, i miei fratelli e le sorelle» disse Walter per stemperare la situazione, ma il suo buon umore non riuscì a sollevare quello del ragazzo.
Giglio restò a fissare incantato il fumo che danzava fuori dalla tazza, la strinse tra le mani scottandosi i palmi.
«Lui non mi ama, non mi vuole più bene come un tempo. Mi manca il suo amore, ne necessito» disse con quel che sembravano le briciole di una voce consumata dal pianto.
«Mi dispiace davvero un sacco, sembri così bravo, mi chiedo quale sia la ragione dietro a questo odio. Per caso hai commesso qualcosa in passato? Gli hai fatto qualche torto?» domandò Walter.
Giglio meditò sulla domanda e rifletté, non aveva fatto nulla di male, non aveva mai tentato di ferire il padre. L'unica ragione per cui riceveva quell'odio era per la scelta presa anni fa, quella di abbandonare un corpo che non era suo, per indossare le vesti che aveva sempre voluto, in cui si sentiva a propri agio.
Anche se sentiva di potersi confidare con Walter, ritenne inopportuno confessarglielo, temeva la sua reazione, temeva la il giudizio, il rifiuto e la vergogna.
Ma gli bastava semplicemente sollevare la maglietta, oppure calarsi i pantaloni, o semplicemente dirlo. Ma non ne aveva proprio il coraggio.
«Nulla di tutto ciò, tutto quello che vorrei è il suo affetto» disse.
«Andrà tutto bene, Giglio, vedrai» disse Walter.
«Ti ringrazio Walter, sei un buon amico» disse.
«Puoi restare qui se vuoi, vivo da solo, non è un problema per me. Anzi, mi farebbe piacere se decidessi di restare, un po' di compagnia sarebbe molto gradita» disse Walter quasi timido, desiderava la compagnia di Giglio, voleva stare con lui perché ci si era affezionato.
«Rifiuterei, ma a casa mia al momento non ci voglio proprio tornare. Anche se mia madre sentirà la mia assenza...» rispose Giglio.
«Non ti costringo a stare, se vuoi tornare da tua madre puoi benissimo dirmelo e io ti riporto a casa. Sul serio» ribatté Walter, desolato per aver tentato di insistere.
Non riusciva ad eseguirlo a parole dritte, sentiva qualcosa verso Giglio, anche se non lo conosceva ancora molto bene, provava un particolare affetto.
Inoltre, era stato incantato dal suo aspetto fiabesco, dalla sua voce sottile e timida di uscire dalla bocca. Le sue labbra poi erano piccole ma provocavano moltissimo le sue, e poi quegli occhi, grandi come costante e scuri come la notte, lo facevano sentire debole e incapace di ragionare e riflettere.
«Volevo dirtelo ieri ma non ne ho avuto molto coraggio» disse camminando sopra una lama d'incertezza e paura, sentiva di doverglielo confessare.
Giglio restò ad ascoltare, in attesa di sentire il resto della frase, senza minimamente immaginare che cosa fosse.
«Ma hai degli occhi davvero spettacolari» concluse Walter, e un grosso masso cadde dalle sue spalle.
«I miei?» sobbalzò Giglio.
«Cioè, sono molti carini. Tu sei carino» titubò Walter, che mai nella sua vita aveva mai dedicato tali attenzioni ed elogi a qualcuno.
«Oh, ecco, io ti ringrazio, grazie mille, apprezzo molto. Anche tu sei bello» rispose Giglio, confuso e incerto su come atteggiarsi di fronte a quel complimento.
«Sono una frana, ti chiedo scusa. Mi riesce molto bene a mettere a disagio le persone» disse Walter.
Giglio appoggiò la tazza al tavolino di vetro di fronte a loro.
«M-ma io non sono ad agio, cioè, a disagio. Sto bene qui» disse quasi mordendosi la lingua.
Ma la verità era che stava soffocando in un mare di ansia, sentiva il collo stringersi e il cuore accelerare. Ordunque prese a stimolarsi con carezze e grattate, consumò la pelle morta attorno l'unghia del pollice, agitò il tallone e si addentò il labbro.
Walter lo guardò e ne rimase sedotto, quel gesto provocò in lui qualcosa di arcano.
«Hai anche delle belle labbra» riuscì a dire, facendo esplodere di rosso il viso di Giglio.
«Hai mai avuto un ragazzo? O una ragazza?» chiese Walter.
«No, non proprio, un po'...» disse, lui e Dalia avevano un rapporto platonico, venivano spesso confuse per una coppia innamorata.
«Io non ho mai trovato la persona giusta, o meglio, quella che io vorrei» disse Walter.
«Che persona vorresti?» chiese Giglio.
«Bella dentro, umile, gentile...» disse Walter, nel frattempo lo spazio tra i due si fece sempre più sottile, man mano che Walter descriveva la persona perfetta secondo il suo pensiero.
«Sensibile» disse cogliendo la mano di Giglio.
«Segreta e tenera» i loro occhi si unirono e si piacquero molto.
«Ma soprattutto...» il respiro di Walter accarezzò la pelle di Giglio.
«Amorevole, che sappia dare e ricevere affetto»
Walter, anche se un po' esitate e impedito dal timore del rifiuto, avvicinò la mano al volto di Giglio e lo accarezzò. Dopodiché, quando l'atmosfera era ben costruita e accogliente, le loro labbra si unirono, così anche i loro petti e i loro cuori.
Quel bacio lasciò sulle labbra di Giglio qualcosa a lui di inspiegabile. Aveva già ricevuto e dato baci in passato, alcuni dei suoi clienti erano abituati a trattarlo come una divinità, dunque sapeva cos'era il sesso, i baci e le carezze. Quello che non conosceva bene era la sensazione che stava provando in quel momento.
L'amore di Dalia, quello di sua madre e quello di un tempo del padre, erano diversi eppure sullo stesso piatto.
Non capiva cosa rendeva quella sensazione diversa, che sfumatura di amore era?
Voleva scoprirlo, voleva saperlo e assaggiarlo fino in fondo.
Ma per farlo avrebbe dovuto privarsi dei suoi abiti...
Walter, non trovando esitazione nello sguardo del ragazzo, cominciò a sollevargli lentamente la maglia.
Giglio tremava, aveva paura di quella che sarebbe stata la sua reazione.
Walter riuscì a scoprire il ragazzo, rivelando così la sua cicatrice.
Proprio sotto il petto, rispettivamente a qualche centimetro dai capezzoli, seguiva una lunga e lieve cucitura.
Walter sussultò con sgomento, non poteva credere a quanto stava vedendo.
«Scusa, io avrei voluto dirtelo prima... dovevo dirtelo prima. Ma avevo paura, Walter...» farfugliò Giglio.
«No...» esitò Walter distandosi.
«Non è possibile»
Giglio si vergognò e cercò di giustificarsi.
«È che, io non mi sentivo a mio agio nel corpo in cui mi trovavo e...»
«No, come?» domandò Walter, orrificato da quanto stava vedendo.
«Ti prego, cerca di capire io non volevo fare nulla di male è solo che...»
«Io ti avevo ucciso» dichiarò Walter.
«Come hai fatto? Come?»
Quelle parole lasciarono Giglio appeso a un amo, cadde letteralmente dal pero.
«Walter? Che stai dicendo?» chiese confuso.
Walter andò fuori di sé, sembrava essere stato improvvisamente posseduto.
Scagliò contro Giglio un vaso, per accertarsi che non fosse un miraggio.
Il ragazzo evitò l'impatto ma ne uscì spaesato.
«No! Che stai facendo?» chiese.
«Tu sei quella ragazzina ch'era con la ragazza dai capelli rosa, come cazzo sei... come?»
Dalia si era tinta i capelli di rosa, perché quello era il suo colore preferito.
Giglio venne stravolto da una frustrata di brividi e sensazioni, apparve dinanzi a sé il volto riverso al prato di Dalia e con lei anche la volata della pistola che quella notte aveva puntata sulla faccia.
Era lui, era stato Walter a spararlo.
Giglio cercò subito la porta, ma Walter si accanì su di lui con violenza.
«Aiuto! Qualcuno mi aiuti!» gridava Giglio.
Walter era riuscito a riconoscere il tatuaggio ed era certo, quello davanti a luo era Gigliola.
Il giovane riuscì a divincolarsi ed alzarsi, ma prima che potesse prendere a correre, Walter lo colpì alla nuca con il piccolo monumento di calce che aveva sulla tavola.
Giglio cadde a terra privo di sensi, giusto a un passo dalla porta.
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