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Giunsero al margine di un marciapiede, lungo questo si trovava un distributore di buste di sangue.

Walter scese dal veicolo e usufruì della macchinetta, inserì le monete e compose il numero della busta che conteneva lo zero positivo.

Nel frattempo Giglio si trovava nell'auto, avvolto nella giacchetta di Walter. Non meditava di fuggire, non ne sarebbe stato neppure in grado. L'idea di provare era anche patetica, avrebbe ceduto ai primi passi.

Perciò restò dentro il veicolo in attesa che Walter facesse ritorno, nel mentre custodiva le nuvole in cielo e il via vai delle poche persone presenti.

Walter rientrò nel mezzo, aprì la busta e si dissetò.

Giglio lo guardò con una smorfia di disgusto cucina involontariamente in volto, seguì una scia rossa scivolare dalle labbra giù per il collo di Walter. Che sorso dopo sorso sembrava fortificarsi e cingersi di sollievo, la busta  si svuotò, e non restarono che goccioline attaccate alla scivolose pareti plasticose.

Quando finì, sospirò sazio e passò il polso sulla bocca. Giglio intravide i suoi canini, piccoli poiché ritratti, ma quando provocati dell'assaggio del sangue, questi incitavano allo scoperto. Due centimetri di lama acuminata, pungenti solo allo sguardo, vederli essere peccati dalla lingua, frustava di brividi Giglio. Assalito dal ricordo di quel doloroso morso.

Walter, sentendosi osservato, guardò Giglio e lo fulminò con i suoi occhi chiari.

«C-che cosa ne sarà del tuo amico? Cioè, del suo corpo?» domandò Giglio, evitando lo sguardo irritato del vampiro.

«Se ne occuperà la mia famiglia, come sempre. E poi non era proprio mio amico» rispose piegando la busta e buttandola sui sedili sul retro.

«Dove andiamo adesso? Mi riporti a casa?» chiese Giglio.

«Ho bisogno di silenzio, per favore. Ho bisogno di pensare...» sospirò Walter posando la fronte sul volante, assalito da una gran bufera di pensieri e oppresso da moltitudini di idee. Aveva la schiena stanca, le spalle gli pesavano e la testa cedeva spezzando il collo.

La situazione era stretta, gli strozzava il respiro, qualsiasi considerazione sfociava nel vuoto. Non aveva idea di dove andare a sbattere la testa e nulla sembrava giocare a suo favore, per quanto strizzava gli occhi o si grattava, non riusciva a svegliarsi da quell'incubo.

Giglio lo guardò desolato, gli era molto riconoscente, tuttavia, sapeva che la sua stessa vita metteva in repentaglio quella di Walter.

«Ti chiedo scusa, non sei l'unico a cui la mia esistenza sta provocando problemi...» disse.

«Non è colpa tua» disse Walter.

«Nessuno saprà che sono un umano morso se non diciamo nulla, giusto?» disse Giglio porgendosi leggermente verso Walter, sperando che avrebbe accolto l'idea.

«Sì, ma nessuno mi può garantire che tu non faccia qualche sciocchezza. La mia vita dipendente dalla tua e viceversa. Se parli, io muoio, se io muoio tu muori» disse Walter.

Ma Giglio era una persona sincera e lo sapeva bene, si conosceva e detestava la menzogna. Avrebbe mentito solo per salvare una vita, e in quel caso le vite in pericolo erano due.

«Posso mantenerlo come un segreto, ti prometto che non dirò nulla, te lo giuro. E tutto questo tempo? Sono stato per conto mio senza dire nulla a nessuno, e sei stato vivo. Lasciami andare a casa, da mia madre...» gli mancava sua mamma, voleva vederla, voleva abbracciarla e dirle che stava bene. 

Walter non rispose, ma ascoltò le preghiere del ragazzo nel suo cuore.

Mise in moto il veicolo e partirono, senza rivelare dove fossero diretti.

Giglio dovette riconoscere la strada dai palazzi e le vie, e solo quando giunsero nel suo quartiere, si rese conto che Walter lo stava portando a casa.

Si fermarono a pochi metri dalla dimora, Walter spense l'auto e guardò Giglio.

«Ti concedo dieci minuti, entra, prendi la tua roba e saluta tua madre» disse.

«Cosa?» replicò Giglio confuso.

«Entra, prendi la tua roba e torna qui. Hai dieci minuti, se allo scadere di questi tu non fai ritorno, sarò costretto ad entrare e a farvi fuori tutti quanti insieme. Ti prego, non voglio farlo»

Anche se la sua voce tremava, quel che diceva era vero, glielo si leggeva in faccia.

«Anzi...» titubò.

Giglio era in biancheria intima, ricoperto di lividure e ustioni. Presentandosi così ai suoi genitori,  avrebbero sicuramente chiamato la polizia.

«Vado io, prenderò io la tua roba» disse.

«Walter per favore, la mia famiglia non c'entra» disse spaventato Giglio, convinto che li avrebbe uccisi una volta entrato.

Ma Walter lo rassicurò e gli promise che non avrebbe strappato un solo capello dalle loro teste, dopotutto, non voleva sporcarsi le mani di altro sangue.

Scese dal veicolo, e prima di allontanarsi chiuse tutte le portiere.

Giglio sapeva che se avrebbe compiuto anche la più piccola delle sciocchezze, Walter non avrebbe esitato ad uccidere i suoi genitori, li avrebbe uccisi con la semplicità e freddezza con cui aveva ucciso Rouzee. Così mantenne la calma e attese ansioso a bordo nell'auto, sperando che i suoi genitori avrebbero compreso.

Walter bussò alla porta e attese l'arrivo dei padroni di casa, e quando questi aprirono, sfoderò un sorriso innocuo e sincero, indossò le vesti di un uomo la cui unica intenzione era quella di recuperare alcuni effetti personali del proprio amico.

«Buongiorno, lei chi è?» domandò il padre di Giglio.

«Giorno signore. Scusate per l'orario, riconosco che è molto presto» disse Walter tenendosi leggermente chinato verso l'uomo, come forma di rispetto.

Roger lo notò, e fu subito colpito dalla voce delicata e le maniere del giovane uomo.

«Sono un caro amico di Giglio, non so se vi avrà parlato di me, io sono Walter»

«Walter, come posso aiutarti?» domandò l'uomo.

«Vede, Giglio mi ha raccontato che avete avuto da discutere due giorni fa, così mi ha implorato di poter stare a casa mia per un po', giusto per prendersi un po' di tempo e riflettere. Tuttavia, non ha portato con sé i suoi vestiti e ha dichiarato di voler trattenersi ancora un po' di più. Ho cercato di farlo ragionare, ma non ne ha voluto sapere, è molto arrabbiato»

L'uomo non dubitò della sua parola nemmeno per un istante, Walter emanava un'aria di lealtà, inoltre, non aveva motivo di mentire e sembrava essere entrato in molta confidenza con l'interessato.

Perciò chiamò la moglie, ma mentre lo fece, concesse già a Walter di entrare in casa.

Il giovane uomo entrò e ammirò l'arredamento semplice e moderno del soggiorno, era una famiglia benestante, non viveva nell'assoluto lusso, ma non temeva di giungere a fine mese.

La donna si presentò in soggiorno con addosso ancora la vestaglia da notte e i bigodini in testa, quando vide l'estraneo a casa propria, pretese subito spiegazioni.

«Roger, chi è questo signore?» domandò un po' spaventata, ma l'aspetto di Walter scacciava da sé ogni dubbio e paura, egli era il ritratto del figlio che tutte vorrebbero in sposo.

«Un amico di Giglio, sono venuto a prendere la sua roba»

«Perché? Dov'è Giglio?» chiese la madre, preoccupata per il ragazzo. Egli aveva abbandonato la casa due giorni fa senza portare con sé il proprio cellulare, perciò contattarlo era stato impossibile.

Walter si avvicinò alla donna e la salutò cortesemente, dopodiché le narrò ciò che aveva già detto a suo marito. La donna a differenza di Roger fu più scettica, la storia di Walter sebbene reggeva molto bene in piedi, non la convinse del tutto.

«Dunque tu sei Walter, il ragazzo che mio figlio sta frequentando. Per favore, come sta? Dov'è? Non mi ha nemmeno chiamata da nessun telefono, perché non si è presentato lui?» chiese.

«Lui sta benissimo, è solo ancora abbastanza irrequieto» rispose Walter, già capendo che la fiducia della madre era più difficile da ottenere.

Le scivolava dalle mani come il sapone, teneva gli occhi su di lui come un aquila e sembrava distrarsi sempre di più.

«La sua stanza si trova di sopra, vieni ti ci accompagno io» disse il padre facendo strada al giovane, Walter lo seguì, perseguitato dallo sguardo della donna.

Quando entrarono nella stanza, il padre offrì a Walter il vecchio zaino di Giglio, affinché potesse metterci dentro il necessario.

«Lei e suo figlio non andate molto d'accordo» disse Walter, frugando nell'armadio di Giglio.

«Non è mio figlio» rispose Roger, per nulla preoccupato per la sua assenza, anzi, sperava che sarebbe rimasto con Walter, esattamente come aveva fatto con Dalia.

Era fuggito assieme a lei per poter vivere una vita indipendente, aveva scelto lei alla sua famiglia.

«Mi ha raccontato un po' di cose riguardo a ciò, posso capirla, dev'essere un grande peso» rispose Walter girando per la stanza, mentre riempiva lo zaino, si lasciava catturare dall'estetica della cameretta.

Rispecchiava Giglio, eppure sembrava mancare di qualcosa, pareva incompleta.

«Digli che può stare da te quanto vuole, anche per sempre, tanto qua è poco benvenuto»

La moglie udì le parole del marito, e offesa da ciò intervenne a difesa del figlio.

«Insomma Roger, è pur sempre nostro figlio. Non pensi a me? Io come madre sono in pensiero per lui! L'ho già perso una volta, vuoi che l'ho perda di nuovo? Vuoi che riviva l'inferno?»

Walter non osò guardare la donna, restò di spalle a riempire ogni margine dello zaino. Nel mentre Roger, anche se dispiaciuto per la sofferenza dell'amata, ribatté spinto dalla rabbia e non la consolò.

«Almeno da te lui tornerà sempre, o anche se non lo facesse, almeno saprai se è vivo o meno. Gigliola invece non tornerà mai. Io ho perso una figlia una volta e per sempre, tu invece fai da madre a un impostore, a un assassino che ci ha portato via la nostra unica figlia!»

La voce del genitore tremava, così come le sue mani e le sue labbra.

Il suo volto si era tinto di rosso, proprio come gli occhi, ardevano in bagni di lacrime e sembravano riflettere il dolore presente nel cuore.

Walter in tutto ciò, si sentì oscillare tra diversi ruoli, ma in nessuno di questi era tenuto a porsi tra i due genitori per diffondere pace.

Giglio si trovava nella sua auto, e non sapeva esattamente cosa farne di lui.

Come dichiarato dalla madre, ella temeva di perderlo, invece il padre, aveva dichiarato la morte di questo già da tempo fa.

Giglio era come un quadro complesso, un personaggio complicato e difficile da trovargli posto.

Poteva abbandonare tutto e confessare ai due umani la verità, oppure continuare ad improvvisare, sperando alla fine in un miracolo.

«Io continuerò a parlargli, perché ritengo giusto che una famiglia debba essere felice e unita. Tuttavia però, lui non mi è sembrato molto volenteroso di tornare. Ha detto che non si sente amato, che l'atmosfera qui è diversa. L'ho visto molto triste e deciso ad allontanarsi»  con quella frase, Walter alterò i pensieri dei genitori e mise a soqquadro la situazione, non voleva che sperassero per il ritorno del ragazzo.

La donna guardò il marito e lo ritenne colpevole, l'uomo al contrario, non provava alcun rimorso.

«Non si è nemmeno disturbato di venire lui stesso, ha scomodato te per farlo. Ma sai cosa? Digli da parte mia, che non è più il benvenuto, perciò se dovesse tornare, digli che lo dovrà fare solo per prendere ciò che oggi non ha preso»

Detto ciò, l'uomo abbandonò la stanza e se ne andò.

Margaret guardò con gli occhi pieni di lacrime Walter, lo guardò con dispiacere e sconforto, aveva il cuore assalito di dolore e non sapeva come agire.

«Ti prego, fallo ragionare, digli che la mamma lo aspetta... non permettergli di condannarmi, di farmi patire per una disputa avvenuta tra lui e suo padre» Walter guardò la donna e glielo promise, dopodiché prese passo verso la porta e uscì dalla cameretta.

Margaret lo seguì fino in soggiorno, dove poi si salutarono, incerti se si fossero rivisti meno.

«Giglio aveva ragione, sei davvero un bel ragazzo. Ti prego, prenditene cura e parlagli. Il suo telefono è sulla credenza all'entrata, può prendersi il tempo che vuole per tornare ma ti scongiuro, digli di chiamarmi» disse la donna ammirando l'uomo varcando la soglia della porta, Walter si voltò e sorrise.

«Ma certo, me ne prenderò cura» rispose.

Ma in cuor suo, meditava altro.

La sua vita stessa si trovava esposta al pericolo proprio per colpa dell'esistenza di Giglio.

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