𓆩XI𓆪

La stanza giaceva in una culla di silenzio, Walter remava nei suoi pensieri più profondi, mentre Giglio lo guardava, e cercava di tradurre la sua espressione concentrata.

Non volava mosca, non sibilava vento, e la lampada sopra di loro non emetteva alcun ronzio.

Udivano il respiro di uno e dell'altro, tesi e lenti, stanchi e profondi.

«Non credere che, solo perché i tuoi genitori hanno visto la mia faccia, allora hai maggiore possibilità di vivere» disse Walter, demolendo l'intera, se non ultima, briciola di speranza del ragazzo.

Si trovavano in soggiorno, seduti uno di fronte all'altro a tavola.

Sembrava un interrogatorio eppure non era stata posta domanda e ceduta risposta, solo sguardi incerti e sospiri profondi.

«Ogni respiro che fai in più, sono tre respiri in meno per me. La tua esistenza minaccia la mia vita secondo dopo secondo...

Ciò che ti tiene ancora in vita, sono io, che al momento possiedo una pistola. La tua vita è dentro la distanza che esiste tra me e questa pistola»

Posò l'oggetto sul tavolo, affinché Giglio potesse vederla e temere con tutto sé stesso.

«Ma la cosa che mi impedisce di prenderla, sono sempre io» confessò Walter.

Anche se maneggiava l'arma come una penna, la sua presenza l'assaliva di sdegno e paura.

«Io non voglio ucciderti, non lo voglio, davvero. Perché io non sono più il Walter di una volta, sono una persona nuova e ho detto basta a quella vita. Sono un bevitore di sangue, non spargitore...»

Il Walter di un tempo non avrebbe affatto esitato a premere quel grilletto, non avrebbe chiesto aiuto a Rouzee. Il Walter di una volta era coraggioso abbastanza per farlo da solo: uccidere Giglio e liberarsi del suo corpo.

«Ma devi sapere che, volere, potere e dovere, sono tre cose diverse. Non voglio ucciderti, ma potrei, e dovrei. Dovrei decisamente. Ma, ho già privato troppe madri e padri dai loro figli»

Il castigo lo spaventava, aveva già visto con i propri occhi, la fine che facevano coloro che avevano infranto il codice.

"Un vampiro proletariato, generato da genitori vampiri, non può unirsi né in membra, né in sangue, con un essere umano.

Se ciò dovesse accadere, sia per disdetta che per meditazione. Il vampiro e l'umano morso, verranno giustiziati e condannati alla pena dinanzi gli anziani."

Fremeva al solo ricordo, il pensiero lo perseguitava.

L'amore aveva spinto e accecato un suo simile, conducendolo dritto alla morte assieme all'umana che amava.

Entrambi furono torturati, percossi, resi irriconoscibili anche da sé stessi.

Walter sentiva di soffocare, era assalito dal timore di essere torturato, percosso e ucciso. Però, voleva bene al ragazzo di fronte a lui, insieme stavano per far nascere a qualcosa di speciale, un legame.

«Non so se avrei voluto di più colpirti alla testa quella notte, o non averti mai chiesto di uscire. Se te l'ho chiesto, era perché m'interessavi...» confessò.

«E quando abbiamo cominciato a conoscerci di più, ho sentito qualcosa. Ho sentito di aver trovato una bella persona dopo tanti anni»

Walter era impedito dal suo codice morale, dai suoi ideali, e dall'affetto che aveva sviluppato per Giglio.

Sebbene poco e ancora immaturo, era sufficiente per risparmiarlo dalla morte.

«Non dirò nulla alla polizia» promise Giglio, commosso dalle parole di Walter.

«Tu credi che io abbia paura della polizia? Di voi umani?» chiese, stemperando la paura con una debole risata rassegnata.

Non aveva alcun timore verso la polizia, i giudici e lo stato.

Questi non avrebbero potuto fare nemmeno l'inizio della metà, di quello che invece avrebbero fatto la comunità in cui egli era nato e cresciuto.

La causa del suo terrore aveva un nome, ed era Vittorio.

«Come sei sopravvissuta quella notte? Ti avevo sparato al petto, se non eri morta sul colpo, almeno saresti dovuta morire dissanguata» chiese alquanto confuso.

«Avevo addosso il ciondolo di mia nonna, ha bloccato il proiettile» rispose Giglio, che in quel momento però non lo aveva più addosso.

Era stato solo molto fortunato, se Walter lo avesse colpito al volto o in fronte, sarebbe sicuramente morto sul colpo e avrebbe raggiunto Dalia la notte stessa.

«Posso coprirlo con del trucco, metterci un cerotto, dirò che mi ha morso un serpente» suggerì.

«Zampilla lesto il cervo senza prima aver visto qualcosa di cui temere? Tamburella la zampa il coniglio, se prima il suo olfatto non ha colto l'odore di una volpe?

Se mi atteggio in questa maniera, è perché sto morendo dalla paura, capisci?» ribatté Walter, il solo pensiero di finire tra le mani di Vittorio lo uccideva, lo faceva singhiozzare, sentiva gli organi sudare e il cuore abbandonarlo.

«Ma di chi? Di cosa? Walter mi stai trascinando in un buco, mi stai sbattendo qua e là come un pupazzo. Io che cosa ho fatto? È peccato ora accettare di bere un caffè con un uomo? Non ho sofferto già abbastanza?» allorché Giglio si sentì grandemente preso in giro, umiliato e ingannato da tutti e tutto.

Esigeva delle risposte, pretendeva di essere lasciato in pace.

Dopotutto aveva già patito abbastanza, aveva già assaggiato troppa sofferenza.

«Hai idea di ciò che ho passato? Tu hai paura, ma io ne ho molta di più, perché a te basterebbe uccidermi per risolvere il problema, ma io invece no!» si coprì il volto e scoppiò a piangere senza alcun contegno, sprigionò il dolore provocato da Rouzee, la frustrazione e la rabbia che serbava e la costante paura di morire da un momento all'altro.

«Sembra che la morte fugga da me, mi evita come il malanno. Però invece attiro sempre le cose brutte...» singhiozzò.

«Giglio...»

Walter avanzò, mosso dalle parole del ragazzo.

"Dimoro forse tra queste cose brutte?" Si domandò ferito, dopotutto, non aveva dimenticato quella notte al gazebo, non aveva dimenticato il loro attentato all'amore.

Walter si avvicinò a Giglio per tentare di consolarlo, ma quando tentò di toccarlo, il campanello di casa suonò.

«Non dire nulla, non fare nulla. Chiuditi di là e non osare fiatare» ordinò subito spingendo il giovane nella stanza accanto, Giglio pose domande ma venne ignorato.

Venne nascosto come della polvere sotto il tappeto, si trovò in un breve corridoio che conduceva a tre diverse porte.

Dedusse che quella a destra conducesse alla camera da letto, quella al centro al bagno, mentre quella sinistra a una seconda camera, oppure uno studio.

Mentre ci pensava, udì una voce estranea entrare in soggiorno.

Provò a spiare dalla fessura della porta ma non riuscì a vedere con chiarezza, poté solo capire che fosse appena entrata una donna.

«Vi è uno strano sentore qui» lamentò questa chiudendo l'ombrello scuro che si era portata dietro, dopodiché si accomodò sulla poltrona e guardò scrupolosamente l'arredamento.

«Ho fumato, scusa» rispose Walter, riconoscendo che il particolare odore di Giglio, era ciò che stava disturbando la donna.

Un umano morso emetteva un sentore curioso, odorava di confetto marcio, di zucchero miscelato nella cenere. Sgradevole per chi come lei aveva un olfatto molto sensibile, un diverso vampiro non ci avrebbe fatto molto caso.

Per migliorare le condizioni d'aria, la donna tirò fuori dalla scollatura una boccetta di profumo e prese a spruzzarlo in giro e su di sé.

«Dunque, che cosa è successo a Rouzee?»

domandò una volta finito di purificare la zona con il suo pungente profumo di melograno.

Walter, infastidito dal profumo della donna, si sedette di fronte a lei e intrecciò le dita.

«Abbiamo avuto una disputa, ha cercato di spararmi così ho reagito» rispose abbastanza agitato, con il naso e i polmoni che pizzicavano.

«Non sembrava essersi svolta una colluttazione, i mobili erano tutti al loro posto e lui è stato colpito alla tempia da molto vicino. Che cosa ha provocato la discussione ?» chiese lei incrociando le gambe, regalando maggior pelle da guardare.

Era una donna umile di etichetta, ma il suo aspetto deviava dall'idea.

Indossava un completo formale color rosso carne, così intenso che se premuto avrebbe forse stillato sangue. Aderiva al suo corpo generoso nelle forme, pieno e sottile nei punti giusti, l'abito si sposava con le sue labbra e il paio di tacco tredici che portava per slanciare la propria immagine e ingrandire la sua autorevolezza, poiché di piccola statura, non più di un metro e sessantacinque, la donna sentiva il bisogno di dover essere alta proprio come il suo status.

Difatti, godeva di potere e rispetto, la sua parola era decisiva ed era la voce del volere di Vittorio, nonché suo sposo.

«Walter, Walter. Tu permetti alle tue emozioni di controllarti. Figliolo, non è così che ti ho cresciuto» disse sconfortata.

«Madre, io...» titubò il ragazzo, dispiaciuto di doverla scomodare ancora una volta.

«Tua sorella ha provveduto a tutto ma non può continuare a spalare la tua merda, non sei più un bambino» riprese la donna oscillando la gamba.

«Chiedo scusa, non si ripeterà più» promise il figlio.

Giglio si sorprese di apprendere che i due fossero madre e figlio, anche se non poteva vedere in volto la donna, dalla voce dedusse essere molto giovane, forse anche troppo per avere un figlio sulla ventina.

«Non sono qui per questo, in fin dei conti quel ragazzo era una goccia caduta dal cielo. Presto sarà il tuo compleanno caro, non hai ancora detto a mami quello che vuoi» disse.

«Mio padre ci sarà?» chiese Walter.

«Non lo so, lo sai è sempre così impegnato, ma cercherò di convincerlo a venire e magari gli ricorderò di farti un regalo. Ha la memoria di un pesce rosso, non si ricorda mai di nulla»

La donna si concesse di fare un giro per la stanza, giusto per ammirare l'ambiente umile in cui suo figlio aveva deciso di vivere, poiché annoiato dalla vita troppo lussuosa.

«Come va la tua nuova vita?» chiese passando il dito sopra la finestra, accertandosi che il figlio vivesse almeno in un ambiente pulito.

«Bene, sto cercando di abituarmi, però mi piace. Niente servitù, orari da rispettare...» rispose Walter alquanto sollevato.

Non gli mancava affatto la vita da conte, amava essere autonomo e compiere le faccende proprie in prima persona.

«Lo sai che sarai sempre il benvenuto quantunque ti tornasse il buon senso, caro mio» disse la madre, ancora afflitta per la decisione del figlio.

«Terremo una festa in onore del tuo trecentoventiduesimo compleanno domani sera, non mancare. Spero solo che tuo padre si faccia vivo» disse, poi si voltò e aggiunse.

«La famiglia di tuo cugino non sarà presente, ma vedrò di farli venire la domenica per il pranzo»

«Va bene» rispose Walter.

La donna si avvicinò al figlio e lo baciò, quest'ultimo ricambiò il bacio e la ringraziò ancora per il suo aiuto.

«Prenditi cura di te» disse lei.

Giglio in tutto ciò restò a guardare, era evidente che si volessero bene, dal tono della voce alle carezze che si scambiavano.

Quando la donna abbandonò la casa, Giglio uscì cautamente allo scoperto e restò distante dalle finestre per non farsi notare, dopodiché camminò alle spalle di Walter e lo toccò sulla spalla.

«Tua mamma è un vampiro?» chiese un po' preoccupato.

«No, è una sirena» ribatté Walter, allibito dalla domanda del ragazzo. Ma vedendo la paura e incertezza dentro i suoi grandi occhi scuri, riformulò la risposta assente di sarcasmo.

«Ovvio che è un vampiro, lo siamo tutti»

Si sedette sul divano e sospirò eseusto, ora doveva pensare anche alla festa di compleanno.

«Voi vampiri non siete sensibili alla luce del sole?» chiese curioso, notando come Walter avesse già trascorso diverse giornate esposto alla luce naturale, senza però riportare bruciature. Tuttavia sua madre era giunta con un ombrello da sole.

«Un tempo era così, ma ci siamo adattati e ora per i più deboli provoca solo una leggera eruzione cutanea o capogiro, nulla di più. Mia mamma usa l'ombrello perché ai suoi tempi era segno di nobiltà, all'epoca erano i servi a reggerlo ma oggigiorno è scomodo» rispose lui.

«E l'aglio?» chiese ancora Giglio.

«Quella è sempre stata una cavolata, non ci fa assolutamente nulla. Al massimo ci dà un cattivo alito, tutto qui»

«E che ne è dell'acqua santa?»

«Dove le hai lette tutte queste cose?» domandò Walter.

«Nei libri e nei film, lo sanno tutti» rispose timidamente Giglio.

«Può un cavallo raccontare la giornata di un lombrico? O un cigno sapere come vive un elefante? Sono tutte stronzate»

«Siete praticamente immortali» dedusse, ma allora non si spiegava la morte di Rouzee, lo aveva visto morire davanti i suoi occhi.

«Un vampiro può morire solo per mano di un altro vampiro» confessò Walter, risolvendo il dubbio di Giglio.

«Io sono un vampiro, potrei ucciderti?» chiese.

«No, vampiri si nasce non si diventa. Però ci sono delle eccezioni. Se discendi da una famiglia di sangue purissimo, come mio padre, allora sei praticamente immortale»

«Ma tu...» esitò Giglio, che finalmente stava cominciando a capire appieno il quadro della situazione.

«Sì, io mordendo te ho macchiato la nostra dinastia. Non ti ho reso vampiro, però ho commesso comunque un errore»

Un rapporto carnale era facile da celare, ma un morso invece no.

«Potete accoppiarvi solo con i vostri simili dunque? E mordere solo animali?» chiese Giglio, facendosi sempre più curioso riguardo la faccenda. Si avvicinò a Walter, sedendosi con le ginocchia raccolte al petto, lungo il morbido tappeto di lino rosso.

«Veramente no, o meglio sì. Vampiri come me o Rouzee non possiamo rendere un umano un vampiro. Poiché siamo entrambi puerili lunari, ovvero non abbiamo ancora ottenuto il nostro legame con la luna che avviene attorno un'età maggiore, non ricordo quale, roba complessa. Ma uno come mio padre potrebbe rendere un comune essere umano un vampiro, egli ha visto imperi nascere e morire, ha visto guerre, pandemie ed esecuzioni» spiegò Walter, anche se in fondo per Giglio qualcosa ancora non tornava.

Ma non voleva tormentare Walter con altre domande, non voleva irritarlo con la sua curiosità.

«È un uomo importante tuo padre?»

Si limitò a chiedere.

Walter esitò, certo, suo padre era un uomo importante.

Temuto, rispettato e persino venerato.

Vittorio era un vampiro che godeva di molta autorità e stima, era come un girasole in un campo di piccole camomille, una quercia in mezzo a fili d'erba.

Nelle vene sue defluiva sangue nobile, prezioso quanto raro, ereditato da genitori altrettanto rispettati. Nato nei primi mesi del 1600, sopravvissuto ai persecutori e agli aguzzini, aveva vissuto e visto reami e imperatori crollare come sabbia.

Solo un bevitore di sangue come lui, che portava la corona degli anni e le radici di una famiglia ricca e potente, poteva rendere un miserabile accumulo di cellule eucariote in un vampiro.

Giglio dovette immaginare la risposta, poiché Walter scelse il silenzio. Il sol parlare del genitore, e del castigo che avrebbe subito se il segreto fosse venuto a galla, lo metteva sotto grande disagio.

Calò la notte, sorse la luna del secondo giorno, e Walter aveva concesso a Giglio di dare la buonanotte alla madre.

Mentre conversavano al telefono, Walter maneggiava la pistola, la privò di tutti i proiettili, lasciandone solamente uno.

La depose sotto il cucino e versò i bossoli nel cassetto del comodino alla destra del letto, nel mentre, tutti quei piccoli rumori metallici avevano attirato l'attenzione sia di Giglio che di sua madre.

«Nulla, Walter sta sistemando i suoi attrezzi» rispose il ragazzo.

La donna dall'altro capo del telefono, sospirava affranta e piangeva per l'assenza del figlio.

«Amore, torna a casa» diceva.

Giglio cercò di trattenersi ma desiderava poter piangere e dirle quanto volesse essere lì con lei.

Ma Walter gli fece cenno di terminare la chiamata, temendo che di lì a breve il ragazzo avrebbe pronunciato qualche sciocchezza.

Giglio annuì, e cominciò a salutare la madre.

«Mi farò sentire appena posso, salutami papà»

«Torna, non badare a lui. Non commettere ancora lo stesso errore, non prendere decisioni nella rabbia» disse lei.

«Madre, io voglio, vorrei tornare a casa ma Walter mi tiene ostaggio! Ti prego chiama qualcuno, voglio tornare da te mi manchi!»

Questo era ciò che egli immaginava di dire, ciò che desiderava poter fare uscire dalla bocca. Ma dovette trattenersi.

Annuì, e promise alla madre che ci avrebbe pensato, non voleva dare a sé stesso e a lei false speranze a cui appendersi.

«Notte, mamma»

Terminò la chiamata e consegnò il telefono a Walter.

Ora che sua madre non poteva sentirlo, lasciò libero sfogo al suo dolore e pianse.

Il petto di Walter si scaldò, si sentì profondamente male e in colpa.

Era colpa sua se Giglio stava soffrendo, se entrambi si trovavano in quella situazione.

Assenza di coraggio, una bravata, un gesto efferato compiuto per puro divertimento.

«Non voglio dirti scusa, perché ciò non riporterebbe Dalia in vita. Però mi dispiace, davvero, mi dispiace» confessò.

Teneva l'arma presso di lui solo per incutere timore a Giglio e istigarlo a non commettere stupidaggini, anche se in fondo sapeva di potersi fidare, preferiva prevenire e muoversi con cautela.

«Non so se vorrei di più essere morto quella notte, o non aver mai accettato di uscire con te» piagnucolò Giglio asciugandosi le lacrime.

«Ma mia mamma dice sempre, che non importa da quale punto della terra scegli di volare, alla fine il cielo è sempre uno»

Porse il proprio polso a Walter, affinché potesse legarglielo.

Nelle notti precedenti, i due avevano dormito nello stesso letto, legati per i polsi da una fascetta regolabile.

In tal modo, ogni movimento sarebbe stato percepito l'uno all'altro.

Era scomodo, ma essenziale per placare l'ansia di Walter.

«Walter, se io parlo, tu muori e di certo morirò anche io» pronunciò sistemandosi per bene.

«Io non voglio morire...»

«Beh, nemmeno io» disse Walter.

«Non mi puoi tenere così in eterno»

Walter sapeva che i problemi non se ne andavano solo perché non nominati o ignorati, doveva risolverlo per disfarsene completamente.

Ma non aveva idea di come farlo, non voleva veramente uccidere Giglio, per quanto facile sarebbe stato, non voleva.

Perché gli voleva bene, e voleva bene alla nuova vita che aveva scelto.

Non voleva più far parte di quella gente, assassini bevitori di sangue, privi di empatia e compassione.

Walter si era promesso di cambiare, di essere diverso.

E Giglio era il suo nuovo inizio.

«Buonanotte»

Popolare

Comments

Eiya

Eiya

Io ho psicologicamente e fisicamente bisogno del prossimo capitolo.

2024-07-10

1

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