...☽ CAPITOLO 2. GIGLIO☾...
«Mi ucciderà... sono nella merda, nella merda totale!»
Udiva mentre stava lentamente riprendendo conoscenza.
Giglio si svegliò seduto a terra accanto il termo freddo, quando la vista gli tornò chiara e vivida, vide Walter a tavola con le mani tra i capelli.
Sembrava stressato, divorato dalla paura, confuso e agitato.
Tamburellava il tallone, si grattava i capelli, soffiava e ringhiava con frustrazione come se tormentato dal dilemma della fame nel mondo.
«Perché non sei morta quel giorno, cazzo!?» esclamò.
Giglio era ancora piuttosto confuso, non sapeva quello che stava succedendo, tuttavia ritenne saggio fuggire il prima possibile.
Walter era di spalle e non poteva vederlo, così si alzò con cautela e si diresse verso la porta, sperando in cuor suo che questa non sarebbe stata difficile d'aprire.
Ma compiuti i primi passi, egli fece rumore posando il piede sull'asse sbagliata, attirando così l'attenzione di Walter su di lui.
«Cosa credi di fare?» domandò voltandosi.
Ma Giglio non attese un secondo di più, non era tenuto a giustificarsi, e anche se colto in flagrante, proseguì verso la porta.
Allorché Walter lo seguì e riuscì a impedirgli la fuga, irritato dal suo disperato gesto, scaraventò il giovane a terra e gli si accanì con violenza.
«Dove credi di andare? Tu resti qui!» sbraitò.
Giglio non lo riconobbe più, non era il Walter con cui era andato a prendere un caffè, non era l'uomo il cui tocco gentile lo aveva estasiato e con cui stava per fare l'amore.
Sembrava essere stato posseduto da un'entità diabolica, la sua espressione era dipinta di rabbia e le sue mani non sembravano essere estranee alla violenza.
Sapeva come impedire a Giglio di agitarsi, riusciva a parare ogni suo improvviso scatto, e grazie alla sua corporatura, prevaleva notevolmente sul corpo esile del ragazzo. Se avesse esercitato maggiore forza, pensava Giglio, lo avrebbe fatto in due.
Inoltre, poiché non era un uomo ordinario, la sua forza fisica innaturale stupiva Giglio.
Così cercò di placarsi e tentò solo di chiamare aiuto e strillare il più forte possibile, sperando che nei paraggi qualcuno lo avrebbe udito.
Ma ciò non fece altro che spazientire il suo aggressore, che pur di far tacere Giglio, lo colpí violentemente al volto.
Stordito e addolorato, Giglio singhiozzò e guardò Walter negli occhi, gli stessi di cui si era innamorato.
«Ti prego lasciami andare, lasciami! Ma che cosa ti ho fatto? Perché fai così, Walter?! Basta!»
La paura nella sua voce straziò Walter, sembrava riuscire a farlo vacillare. Così Giglio continuò a pregargli di lasciarlo andare.
«Perfavore! Perfavore Walter!»
Ma proprio quando pensava di essere riuscito a smuoverlo e convincerlo, Walter si alzò, raccolse Giglio da terra come un oggetto e lo fece sedere sulla poltrona.
«Stai qui, e non ti muovere» ordinò.
Si sedette sul divano prospetto a lui affinché lo potesse vigilare, in tal modo non avrebbe potuto di certo tentare la fuga, sarebbe stato riacciuffato subito.
Giglio riconosceva inoltre di essere più piccolo e debole di Walter, non avrebbe avuto speranza di vincere su di lui, anche se nutrito dal desiderio di vivere e di tornare a casa.
Così, mansueto come un cane, restò raccolto sulla poltrona a singhiozzare e a medicarsi con leggere carezze la guancia.
Restarono così per quasi un quarto d'ora, nel quale non era uscita una sola sillaba dalle loro labbra, solo pesanti respiri e pensieri detti accidentalmente ad alta voce.
Giglio meditava s'un perfetto piano di fuga, ma ogni porta sembrava chiudersi davanti a lui. Non poteva gettarsi dalla finestra, ci avrebbe messo troppo tempo per aprirla. La porta era dotata di diverse serrature, non conosceva le altre stanze e non poteva affrontare Walter corpo a corpo.
«Perché mi tieni qui? Che cosa ti ho mai fatto?» chiese.
Walter sembrava perduto nella propria testa, tormentava con lo sguardo un punto perso e assente della stanza, seduto scomodo come una veste priva di sostegno e il collo appesantito dai pensieri.
«Se lui venisse a scoprire che sei ancora viva, mi ammazzerà» confessò Walter, senza voler offrire maggiori dettagli su chi lo avrebbe ucciso. Ma si era riferito a Giglio al femminile, poiché nella sua memoria, egli era ancora una timida ragazza indifesa, che si era lasciata aggredire senza opporre resistenza.
Giglio voleva capire, voleva sapere perché Walter fosse improvvisamente cambiato sotto i suoi occhi.
Pensò davvero che il diavolo lo avesse posseduto, altrimenti non riusciva proprio a spiegarselo.
Ma mentre ci rifletteva, Walter si era alzavo per dirigersi verso la cucina, e quando tornò in soggiorno, si presentò davanti a Giglio armato di pistola.
Il ragazzo vide l'arma e si terrorizzò, si alzò dalla poltrona e cercò riparo dietro di essa.
«No, no ti prego aspetta! No!» supplicò.
Walter raggirò il mobile e si pose dinanzi al ragazzo.
«Ti supplico, ti scongiuro non uccidermi!» piangeva a dirotto, tese le mani in avanti per scoprire i palmi, affinché potesse vedere che fosse disarmato e per nulla una minaccia o un nemico.
Tornò a rivivere quei secondi di terrore, il soggiorno riuscì ad ospitare la sua immaginazione e tutto ciò che si trovava attorno a loro si mutò in un campo verde. Il soffitto diventò un cielo stellato e il lampadario la luna, ora Giglio riuscì a ricordare l'aspetto dell'arma, era la stessa che in quella notte stava a un metro dal suo petto.
Simile a quello che aveva ucciso Dalia.
Poteva vederla cadere sul prato come un corpo privo di fondamenta, il suo sangue rigava il suo volto e i suoi occhi lontani verso un obbiettivo assente.
Se era sopravvissuto, era grazie al ciondolo di sua nonna. L'oggetto aveva accolto il proiettile, evitando così l'uccisione istantanea.
Ma ora non lo indossava, e dubitava che Walter lo avrebbe nuovamente colpito al petto, questa volta si sarebbe accertato di ucciderlo e avrebbe sicuramente puntato alla testa.
E così fu, il ragionamento di Giglio si avverò quando la volata gli toccò la fronte.
«Oddio Walter! Walter ti scongiuro non farlo! Non uccidermi perfavore! Farò tutto quello che voi! Tutto quanto!» ma Walter sembrava deciso, il suo dito stava cominciando ad esercitare sempre più pressione sul grilletto, presto sarebbe partito il colpo e tutto ciò che Giglio poteva fare era attendere di morire.
Ma era già morto una volta, non voleva morire di nuovo, non voleva incontrare la morte.
Così riflettè, cercò di escogitare un piano, di elaborare un'idea prima che fosse troppo tardi.
Ed ecco che poi la mente gli si illuminò, venne colto da un'idea.
«Okay, resterò! Non uscirò da qui, nessuno saprà della mia esistenza, te lo giuro! Lo giuro su mia madre!» Walter aveva confessato di temere un castigo, c'era qualcuno che non doveva assolutamente venire a conoscenza dell'esistenza di Giglio, così usò questo elemento a favore di entrambi.
Walter prese in considerazione le parole di Giglio, ma nel mentre l'attesa si estendeva, la pistola si trovava ancora sulla fronte del ragazzo, condannandolo a un terribile e angosciante tormento. Gli bastava premere, ed egli sarebbe morto sul colpo.
«Ti dò la mia parola, è una promessa! Non voglio morire!» sbraitò esasperato.
Walter lo guardò.
Voleva bene a Giglio, gli piaceva e stavano finalmente per conoscersi e far nascere qualcosa.
Non poteva davvero ucciderlo, non poteva tornare a sporcarsi le mani di sangue, si era fatto una promessa...
Così, anche se frustrato e sconfortato dall'intera situazione, abbassò l'arma.
Giglio sospirò, l'anima sua tornò ad abitare nel suo corpo. Walter si chinò verso di lui e lo gaurdò minaccioso.
«Sentimi, osa anche solo una volta fuggire, chiamare aiuto o compiere qualsiasi altra cazzata a cui ora stai pensando. E giuro che ti aprirò la gola, mi sono spiegato?» disse agitando il dito.
Giglio annuì e giurò, gli assicurò che non avrebbe tentato la fuga e che né cielo né terra sarebbero venuti a conoscenza della sua esistenza.
Ciò placò Walter, sapeva che poteva fidarsi, tuttavia era consapevole di una cosa.
«Ma non posso tenerti qui in eterno...» sospirò.
Prima o poi i suoi cari lo avrebbero cercato, nascondere un intero essere umano non era come celare un unghia mangiucchiata dietro un mobile, o le tracce di cioccolata sulle labbra.
Ma nel frattempo, si preoccupò solo di tenere Giglio presso di lui.
Lo avrebbe vegliato giorno e notte, ogni secondo, il suo occhio non avrebbe trovato pace.
Chiuse tutte le finestre, tirò le tende, nascose gli oggetti che potevano fungere come arma e si assicurò di tenere fuori dalla portata del ragazzo ogni mezzo di comunicazione.
Nascose il telefono di casa e tense il proprio negli abissi della sua tasca, infine tornò a sedersi a tavola, lasciando Giglio seduto sulla poltrona.
Sedeva quatto e zitto con le ginocchia raccolte al petto e le braccia abbracciate a quest'ultime, guardava fi tanto in tanto Walter, cercando di dividere la paura dall'affetto che aveva sviluppato verso di lui.
«Chi temi che ti ucciderà? E perché dovrebbe?» chiese.
Walter si accese una pipa per strozzare le proprie emozioni, fece qualche tiro e si volse verse Giglio.
«C'è un codice che tutti i vampiri devono rispettare» disse, poi disegnò un cerchio nell'aria, che lasciò Giglio quasi affascinato.
«Vampiri si nasce, non si diventa»
"Vampiri?" pensò Giglio, ricordando che Walter fosse un vampiro, un sanguinoso bevitore di sangue.
«E io unendomi a te in quella notte, ho macchiato il mio sangue. Ed è per questo che ti ho sparato.
Sei una mina vagante, hai idea del disonore, la vergogna e lo scandalo? Un vampiro di sangue puro, che si unisce alle membra di un umano. E non solo, ti ho pure morso io! Ho sporcato tutto, il suo nome, il suo volto, la legge!»
«Sono solo un ragazzo...» farfugliò Giglio, sentendosi quasi morso dalla colpa di aver provocato tutto quel danno nella vita di Walter.
«Sei un errore! Un mio errore...»
Walter condusse le mani tra i capelli e soffiò fumo dalle narici.
«Mi spellerà vivo, dannazione» disse.
«Continuo a non capire» confessò Giglio, generoso di aiutare Walter.
«Non devi, non sei tenuta a comprendere. Sappi solo che la tua vita espone la mia alla morte» rispose Walter.
Giglio si fece comodo sulla poltrona, rilassò le gambe e appoggiò il capo sul bracciolo. Il materiale profumava di bucato fresco, e il pizzo era molto morbido e piacevole da toccare.
«Io mi ricordo di quella notte, non sei stato tu ad uccidere Dalia. Ma per caso conosci il nome del responsabile?» chiese.
Walter non rispose, anche se a conoscenza della verità, preferì tenerla lontana dal ragazzo.
Si trovava dentro una traballante scialuppa in un mare mosso, sbattuto dal vento da entrambe le parti, aggredito dalle onde.
Rabbia, confusione, tristezza e dispiacere.
Andava ad urtare da ogni parte, il mondo sembrava improvvisamente essergli nemico.
Non aveva più coraggio di uccidere e compiere atti efferati e violenti, non voleva più violare il proprio ideale di vita e non poteva uccidere Giglio.
Sapeva di essere in una buona posizione, le sue alte conoscenze e i suoi valorosi legali di sangue lo avrebbero protetto dalla giustizia degli esseri umani, nessuno avrebbe fatto nomi e la memoria di Giglio sarebbe stata dispersa nell'aria come un infante che dal grembo vien condotto direttamente alla tomba.
Ma tutto questo andava in contro alla sua moralità, non era più il Walter di una volta.
Si alzò dalla tavola e avanzò verso la poltrona su cui sedeva Giglio, quest'ultimo sollevò il capo e lo guardò.
«Ascolta, resta qui. Per favore» disse.
Giglio annuì, e promise che non avrebbe mosso alcun muscolo anche se tentato.
Era convinto che se avesse assecondato Walter, ricambiando la sua frustrazione con calma e umiltà, sarebbe riuscito ad uscire da quella situazione sano e salvo.
Ciononostante, era ancora molto impaurito, Walter possedeva una pistola e sapeva come maneggiarla, se provocato l'avrebbe sicuramente usata.
«Walter...» gli disse.
«Ho paura, io voglio tornare a casa...»
Walter non gli rispose, proseguì e sfilò dalla tasca il telefono.
Giglio sospirò rassegnato, ma cercò di non dimenticarsi del Walter che aveva conosciuto.
Se lo voleva davvero morto, lo avrebbe già fatto, nulla poteva impedirglielo.
Ora invece si trovava seduto, senza legature o armi puntate alla tempia.
"Walter non è malvagio, ma solo spaventato" pensò.
"Se lo provoco nella sua paura, reagirà aggressivamente. Devo stare calmo, assecondarlo e sperare che prima o poi mi lascerà andare."
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