...☽CAPITOLO 2. AGLIO☾...
Udiva i suoi piedi calpestare la morbida erba fresca del campo, stava correndo verso di lui per trarlo in salvo.
Tendeva la propria mano ed evocava il suo nome.
Giglio la guardò avvicinarsi e distese il braccio verso di lei, Dalia.
Ma quando questa sopraggiunse sul posto, si chinò verso di lui, condusse le labbra al suo orecchio e pronunciò.
«Se solo mi avessi lasciata andare...»
Il cuore di Giglio venne inghiottito, così come l'intero campo.
Il terreno cominciò a vacillare e dividersi, i due si trovarono separati da una grossa e frodonda voragine.
Dalia iniziò a camminare verso la stessa luce che in quella notte la portò via da Giglio, camminava senza guardarsi dietro.
Giglio restò inerme a guardarla, mentre man mano la luce l' accoglieva in sé.
«Dalia mi dispiace! Ti prego mi dispiace! Non mi lasciare per favore, ho bisogno di te! Ho bisogno di te!»
Ma per quanto strillasse a squarciagola verso la magra sagoma scura della giovane, Giglio venne completamente ignorato.
«Ho bisogno di te...»
Si strinse il cuore e pianse, quando si pulì le lacrime dagli occhi, si trovò seduto sopra quella che sembrava una sedia a rotelle.
«Dove sono?» singhiozzò.
«Sei nel mio studio, Giglio» rispose il dottore.
Giglio si guardò attorno, si trovava veramente nello studio del dottore.
L'odore di disinfettante lo abbracciò e la freschezza del profumo del sapone per pavimenti lo stuzzicò. Il bagliore di luce tentò di accecarlo, l'arietta soffiata dalle eliche del ventilatore lo sfiorò con miseria. Udiva il cinguettio allegro dei passerotti farsi il bagno nella fontanella, e il buio di voci che giungevano dal cortile, tutto sembrava chiuso dentro una bolla di vetro.
«Dottore, n-non riesco a muovermi» farneticò cercando anche solo di sollevare le dita.
Il dottore si abbassò i sottili occhiali sulla punta del naso e chinò gli occhi verso il giovane paziente, completamente immobilizzato sulla sedia.
«Ma non sei legato» gli disse.
Giglio si guardò, e vide che non era legato, semplicemente non sentiva più il proprio corpo, era come paralizzato.
«Dottore, che mi succede? Non mi sento più il corpo, perché? Perché non posso muovermi?» balbettò spaventato.
Allora il dottore si alzò dalla sedia, si sistemò il lungo camice bianco, indossò un paio di guanti neri in lattice, e sfilò fuori dalla tasca un lungo cacciavite.
Giglio lo riconobbe subito per le iniziali incise sul manico, quello era il cacciavite di Rouzee.
Ma prima che potesse dire qualcosa, ecco che udì dentro la propria testa un forte e petulante ronzio di zanzara.
«Vattene!» Gridò, ma il ronzio crebbe e prevalse sulla sua voce.
La luce nella stanza calò, e il dottore man mano che avanzava, si mutava in un alta e sottile figura appuntita con grandi ali, una testa deforme e un collo lungo e sottile. Gli crebbe il naso e gli occhi schizzarono dalle orbite, il sorriso si fece largo e le dita si allungarono.
«Infermiere! Infermiere!» chiamò disperato il ragazzo, terrorizzato dalla creatura a lui di fronte.
«Non ho mai fatto sesso con uno scherzo della natura» pronunciò l'essere che la sua mente aveva creato. Avvicinò il cacciavite al volto di Giglio e con la punta lo minacciò di accecarlo.
«Aiutatemi! Mamma aiuto, mamma!»
Il ronzio si fece più assordante, e mentre persisteva, si alterava tra una risata familiare e un grido disperato.
Giglio tentò di dimenarsi ma il suo corpo non rispondeva a nessuno stimolo, nessun ordine e senso.
La figura lo guardò e si prese gioco di lui, dopodiché premendolo con entrambi i palmi delle mani, lo scaraventò all'indietro e Giglio cadde lungo un grosso e soffice materasso.
Il ronzio e la risata cessarono repentinamente, e lo studio del dottore si colorò di rosso vino come la stanza di Walter.
Il petto di Giglio accolse aria di incenso, cenere, cera, miele e un pungente sentore di aglio.
Mentre si chiedeva dove si trovava, e perché ci fosse odore di aglio, ecco che avanzò su di lui Walter.
Privo di abiti e completamente nudo, si mise prospetto a lui con il petto leggermente premuto sul suo.
Sentiva la sua nudità, la sua pelle fredda toccava la sua come un telo.
Giglio si accorse di essere nudo a sua volta, e con entrambi i polsi legati al di sopra della testa.
Le gambe erano immobili e costrette a restare divaricate, provò un enorme imbarazzo ma mentre tentò di chiedere spiegazioni, si accorse di essere anche imbavagliato.
«Ho molta fame» dichiarò Walter, accarezzando il contorno del viso di Giglio, per poi calarsi lentamente sul collo.
«A che gruppo sanguigno appartieni?» Domandò esercitando una leggera pressione attorno il collo, Giglio sussultò e sprigionò un singhiozzo strozzato.
«Riesco a sentirlo, riesco a sentire il tuo sangue. Lo sento defluire sotto la tua pelle, ribolle e scalcia dentro i canali delle tue vene...»
Walter annusò il ragazzo e lo accarezzò con la punta della lingua, deliziato ed eccitato dall'odore della paura che emanava il giovane.
«Ooh è così caldo, così ricco di vita» ringhiava assetato, mentre lentamente serpeggiava il proprio membro sul ventre del ragazzo, poi strinse la presa attorno il collo e senza alcun preavviso vi ci affondò i denti con tutta la forza che aveva nelle mandibole.
Giglio riuscì a gridare nonostante il panno attorno la bocca, ma non poteva liberarsi.
«Walter! Walter basta! Basta ti prego! No!» Urlava.
Sentiva del liquido defluire dal suo corpo, provò una strana sensazione di calore sotto la schiena e il suo ventre si rilassò assieme a ogni muscolo del suo corpo.
«Smettila! Smettila! Fa male, mi fai male!» riuscì a liberare le caviglie, così prese ad agitare violentemente le gambe all'aria pur di allontanare Walter da sé.
Ma quest'ultimo rispose alla sua opposizione e lo percosse in faccia con un forte schiaffo.
«Svegliati!» ordinò.
La sua voce però non suonava come una mosca chiusa dentro un barattolo di vetro, e il suo schiaffo sembrava davvero aver toccato la pelle di Giglio.
«Svegliati!»
Susseguì un'altra sberla, e dopo aver ricevuto anche una terza, Giglio sprofondò nelle fondamenta delle lenzuola, e dopo un lungo secondo di respiro trattenuto, ne riemerse illeso ma sveglio.
Si trovò il volto di Walter davanti il suo, e tutto attorno a lui sembrava essersi placato.
Walter indossava una canotta e un paio di boxer, Giglio invece, portava una maglietta a maniche corte e un paio di lunghi e larghi pantaloni leggeri.
Ma mentre si guardava, si accorse della presenza di una grossa e scura macchia.
Era bagnato, così come le lenzuola.
Si era urinato addosso per la paura, e quando lo realizzò, scoppiò in un tremendo pianto.
«Scusa, scusa, mi dispiace, non volevo» disse nascondendo la propria faccia.
«Tranquillo» rispose Walter spostandosi.
Giglio si apprestò a levare tutte le coperte per poterle lavare, ma Walter lo fermò, e gli disse che non c'era nulla di cui preoccuparsi, o tanto meno vergognarsi.
Giglio si era fatto intensamente rosso fondente, non riuscì più a guardare Walter in faccia per la tremenda vergogna che lo assaliva. Desiderava poter magicamente scomparire, o unificarsi con le pareti della stanza.
«Vai a darti una lavata, qui ci penso io» disse.
Ma Giglio restò in piedi con tutte le coperte in mano, e le bagnò con le proprie lacrime.
«Hai avuto un incubo, Giglio può capitare, anche a me succede a volte» disse, ma mentì, non gli era mai successo di bagnare il letto, lo aveva detto solo per far sentire Giglio meno a disagio.
«Dai, metti giù le coperte e vai in bagno»
Giglio depositò le coperte a terra, e con lo sguardo inchiodato pesantemente a terra, camminò fuori dalla stanza e verso poi il bagno.
Si spogliò ed entrò dentro la cabina, aprì l'acqua e si posizionò rispettivamente sotto il soffione.
Le sue lacrime si confusero con quelle che precipitavano dall'alto, e l'odore di urina svanì sotto l'incandescenza dell'acqua, tuttavia la vergogna restò, e né sapone né spugna sarebbero riusciti a scacciarla.
Si coprì il volto e continuò a piangere silenziosamente sotto il gorgiglio dell'acqua e lo strofinare delle fribe della spugna che grattavano il suo corpo.
"Sei patetico, ora penserà che sei solo un bambino." Pensava.
Nel mentre Walter era entrato in bagno per poter infilare le lenzuola dentro la lavatrice, Giglio non si era accorto della sua presenza, poiché voltato e accecato dalle sue stesse lacrime.
Inoltre Walter non si preoccupò di annunciare il proprio arrivo, dopotutto era casa sua, non era tenuto a farlo.
Mentre impostava la lavatrice per iniziare il lavaggio, il suo occhio cadde sull'alone rosa che si trovava dietro la vetrata offuscata della cabina.
Era il corpo di Giglio che si muoveva, anche assottigliando gli occhi, era difficile poter distinguere con chiarezza tutte le forme. Ma provarci e immaginare si rivelò interessante, gli occhi di Walter vennero rapiti e nella distrazione premette il pulsante sbagliato.
Giglio, ignaro di essere guardato, continuò a brontolare e rimproverarsi per aver scomodato Walter e avergli bagnato il letto.
«Merda» singhiozzava.
È per allungare l'attesa, sperando che l'imbarazzo si sarebbe dissolto, cominciò a scorrere il dito sulle mattonelle della parete, disegnando linee rette e spezzate, colline e montagne, ruscelli e spirali.
Sorsero poi nella sua mente i frammenti confusi dell'incubo avuto, in particolare il corpo nudo di Walter che lo toccava.
Magari se avesse mantenuto la calma, avrebbero fatto l'amore.
"Fare sesso in un incubo?"
La sua curiosità crebbe e gli solleticò il ventre, improvvisamente sentì la propria intimità pulsare di desiderio e il suo cuore rullò contro il petto.
Condusse la mano presso di lui e cominciò a gratificarsi, si fece vicino alla parete, premendosi completamente ad essa, immaginando di esserci stato spinto dal corpo di Walter.
Inarcò leggermente la schiena, convincendosi che alle sue spalle fosse presente il giovane uomo.
Lo immaginò dentro di lui, nel fulcro delle sue membra.
Anelò un profondo respiro che fece incuriosire Walter, che viveva nella realtà. Si alzò dal gabinetto e avanzò cautamente verso la cabina doccia.
Udì il respiro di Giglio farsi sempre più corto e pesante, e tra un sussulto e l'altro, riuscì a sentire Giglio gemere.
Improvvisamente il suo corpo esplose di stupefazione, e i suoi occhi si colmarono di stupore.
Le sue guance scoppiarono di rosso, così come il suo cuore, che nutrì la voglia di farsi accanto a quello di Giglio.
Era limpido come l'acqua quello che stava avvenendo tra le pareti umide della cabina, sotto il getto caldo del soffione. Tra nuvole di vapore e il profumo soffice del cotone e l'aloe.
Turpidi pensieri erotici iniziarono a grattare gli angoli della mente di Walter, il cui petto cominciò pure a sobbalzare per l'eccitazione.
Poteva farsi avanti, cingersi i fianchi di coraggio, avanzare verso Giglio e aggrapparlo per i fianchi. Mordergli il lobo e sussurrargli parole autorevoli, baciargli il collo, succhiargli la pelle e il sangue.
Ma prima che potesse pensare anche solo di compiere un passo, la lavatrice emise il primo giro di lavaggio.
Walter si apprestò subito ad abbandonare il bagno prima che Giglio potesse aprire la cabina.
«Walter?» domandò, ma non c'era nessuno nel bagno.
"Meglio uscire" pensò.
Nel mentre, Walter si trovava dall'altra parte della stanza, diviso da Giglio solo dalla porta.
Aveva il cuore che correva in tutto il corpo, per poco sarebbe stato beccato spiare. Indegno e maleducato da parte sua, Giglio lo avrebbe guardato con un'occhio diverso.
Quando finalmente Giglio uscì dal bagno, si presentò in accappatoio ma non c'era nessuno lungo il corridoio.
"Ero convinto di aver sentito qualcosa" pensò tornando in camera.
Si procurò dallo zaino un nuovo cambio, e mentre si vestiva davanti allo specchio, Walter entrò.
«Scusa» esclamò chinando lo sguardo, evitando così di guardare Giglio.
Era venuto per capovolgere il materasso.
Giglio restò davanti allo specchio e pretese di non essere disturbato dalla presenza di Walter, ma cominciò a sentirsi a disagio, quando vide dal riflesso dello specchio, il materasso del letto muoversi di forza propria.
Così si voltò, ma vide che era Walter a muoverlo.
"Giusto, è un vampiro..." si ricordò che i vampiri non potevano riflettersi sulle superfici chiare, per questo il materasso sembrava muoversi da solo.
"Come faccio a sapere se mi guarda o meno?" si chiese.
Poiché lo specchio non poteva riflettere Walter, egli era libero di poter guardare Giglio da dietro senza essere scoperto.
"No, non mi guarderebbe mai, non gli piaccio più" si rassegnò, senza sapere che Walter non aveva allontanato gli occhi da lui un solo secondo.
"Che corpo strano" pensava Walter, ma quella stranezza lo affascinava molto.
Giglio in passato era riuscito a sottoporsi solamente all'intervento per la rimozione del seno, ma dalla vita in giù, egli era ancora com'era stato formato nel grembo materno, esattamente come Dio lo aveva creato.
Gigliola non esisteva più, di lei non restava che un briciolo di voce, lo sguardo e il ventre. Non aveva molta carne nei fianchi e nemmeno in mezzo le cosce, ma possedeva un didietro ben sottolineato e appariscente. Tondo e soffice come le gote di un infante, rosee sui punti giusti come se fosse stato leggermente sculacciato.
Walter si trovò a duellare contro sé stesso, per quanto cercasse di contentrarsi su quello che stava facendo, gli occhi suoi non riuscivano ad allontanarsi dal corpo di Giglio.
Lo zampino di quell'intervento lo aveva reso simile a una figura mistica.
Giglio finì di vestirsi, e ora che era coperto, l'incantesimo che tratteneva gli occhi di Walter si spezzò.
Capovolse il materasso e mise delle nuove lenzuola.
«Ecco fatto» disse.
Giglio lo guardò e annuì.
«Vuoi del tè?» chiese.
«Sì, grazie»
Si recarono in cucina, Giglio si sedette a tavola, mentre Walter gli preparò una tazza di tè tiepido.
«Ecco» disse servendogli la tazza, Giglio la prese tra le sue mani e ringraziò.
Cominciò a berne dei sorsi, e sorso dopo sorso, la vergogna e tutto il disagio lo abbandonarono.
Si placò, sospirò e chiuse gli occhi, godendosi il calore del tè che si faceva via nel suo corpo.
Walter lo guardò stravolto d'interesse e curiosaggine.
«Perché hai deciso di essere un maschio?» domandò.
Giglio aprì gli occhi e rifletté sulla domanda, era la prima volta che qualcuno glielo chiedeva.
«Perché non... non l'ho deciso io» rispose, e guardò il proprio confuso riflesso sulla superficie scura del tè.
«Sono semplicemente nato nel corpo sbagliato, l'unica scelta che avevo era quella di scegliere se restarci o meno. E io ho scelto di essere chi sono realmente»
«E dimmi, stai bene così?» chiese Walter.
«Sì, io sto bene...» rispose Giglio, ma non c'era sicurezza nella sua voce, la risposta era uscita dalle sue labbra quasi con sforzo.
«Non mi sembri convinto» marcò Walter, cercando certezza negli occhi scuri del ragazzo. Aveva un opinione molto chiara e quadrata su coloro, gli umani, che sceglievano di cambiare il proprio aspetto esteriore.
«Per me non ha senso cambiare l'immagine esteriore, alla fine voi umani vi consumate, invecchiate e perite tornando cenere» pronunciò.
Le sue parole fecero ragionare Giglio, lui stesso era consapevole del fatto che prima o poi sarebbe tornato un cumulo cenere, ciononostante, desiderava vivere e morire nel corpo di un maschio, genere in cui si sentiva accolto.
«Ti manca Gigliola?» chiese Walter.
«Non se ne è mai andata, Gigliola è sempre rimasta con me» rispose Giglio.
«Dico, non ti manca essere una femmina?» riformulò Walter.
«Posso ancora indossare una gonna se volessi, o camminare sui tacchi e farmi i bigodini. L'unica cosa che mi manca di essere femmina, è l'amore che ricevevo da mio padre, tutto qui»
Walter si pentì di aver posto quella domanda, non era sua intenzione arrivare a toccare quell'argomento, così si scusò e cercò di giustificare la sua curiosità con la scusa dell'ignoranza.
«Va tutto bene, non fa niente»
Sollevò poi la tazza e finì tutto il tè.
«Grazie, ora sto meglio» disse.
I due tornarono in camera, che non profumava per niente di cenere e aglio.
Si misero sotto le coperte, ma prima di coricarsi, Giglio porse a Walter il proprio polso, pronto per farselo legare. Ma Walter lo guardò e scosse il capo.
«No, non ce ne bisogno. Mi hai promesso che non saresti fuggito, la tua parola è sufficiente» disse.
Giglio lo guardò con stupore e sorrise.
«Grazie» poteva ora sperare per una notte comoda e tranquilla.
«Buonanotte, Walter» disse voltandosi.
Walter lo guardò e pensò di soffiargli un bacio, ma era troppo tardi e fuori atmosfera per fare il romantico, non poteva più ricoprire il ruolo del Walter al bar.
«Notte, Giglio»
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