Poteva udire il ronzio della lampadina, mentre si trovava disteso lungo il tavolo tanto temuto.
Esauato e privo di ogni forza, era tale a una stoffa strizzata e gettata, ogni respiro che compieva era uno sforzo per tutto il corpo, un sacrificio.
Aveva i polsi e le caviglie strozzate attorno alle cinghie del tavolo, poteva muoversi ma non fuggire, tuttavia, i suoi pensieri erano ancora liberi e correvano verso sua madre.
Fremeva e masticava preghiere, sperando ancora di uscire da quella terribile situazione.
Era ricoperto di intense lividure, tagli superficiali e graffi.
Rouzee aveva gradito giocare con il suo nuovo topo da laboratorio, considerava davvero di tenere Giglio vivo e presso di sé. Insieme a lui pianificava grandi progetti, ogni sua perversione avrebbe finalmente potuto sfogarsi su qualcuno.
Maneggiava il suo amato cacciavite, responsabile della gran parte delle ferite presenti sul corpo di Giglio. Aveva inciso su di lui la propria lettera iniziale per dichiararlo come suo e gratificare il proprio ingordo ego, sempre affamato di esercitare potere sui più deboli, come i roditori e gl'insetti.
«Se non intendi lasciarmi andare, allora uccidimi e basta...» balbettò stremato, guardando con orrore com'era ridotto il suo corpo.
Non poteva credere di trovarsi in quello stato, anzi, era sorpreso di essere riuscito a sopravvivere a tutte quelle torture.
Rouzee oltre a lesionarlo, lo aveva sottoposto a diversi supplizi, tra cui la forzata assunzione di sostanze amare di cui non conosceva nome e origine.
«Voglio morire, non ne posso più...» piagnucolò disperato, esausto di dover sopportare tutto quel dolore.
La pelle gli ardeva come non mai, ciascun respiro gli costava tutte le ultime forze nel corpo.
Rouzee tuttavia non lo badò, poiché troppo impegnato a conversare con il suo cacciavite e a condividere con il fratello ciò che era riuscito a fare.
Giglio a quel punto si rassegnò, non c'era modo di far ragionare uno squilibrato come Rouzee.
"È più instabile del mio compagno di stanza, anche lui dovrebbe parlare con il mio dottore, potrebbe aiutarlo, potrebbe guarirlo e farlo diventare normale".
Mentre ci pensava, qualcuno al piano di sopra suonò al campanello.
Rouzee dovette abbandonare la stanza, ma prima di farlo, si assicurò di serrare la bocca a Giglio.
«Potrebbe essere il corriere» disse passando sulle labbra del ragazzo un nastro adesivo, ma non tanto perché temeva che avrebbe potuto chiedere aiuto, bensì, per aiutarlo a conservare la voce.
Voleva che la usasse per strillare quando sottoposto alle torture.
Giglio singhiozzò e cercò di urlare prima che fosse troppo tardi, ma Rouzee prevenì colpendolo alla guancia e gli ordinò di tacere.
«Sarò subito da te, non temere» lasciò il garage e percorse le scale che conducevano di sopra.
Giglio attese di sentire i suoi passi dilagarsi prima di tentare la fuga, aveva i polsi esili, così cercò di sfilarli dalle cinghie.
Sopportò il dolore, tirò con tutta la forza che gli era rimasta nel braccio, e anche se misera, con la sua determinazione e la voce incoraggiante della madre, riuscì nel suo intento e si trovò con un braccio libero.
Sospirò allegro, proseguì a sciogliere anche le altre cinghie, infine si strappò il nastro dalla bocca.
Era finalmente libero, ma quando poggiò i piedi a terra, si accorse di non possedere più forza necessaria per reggersi.
«Ce la devi fare, avanti alzati» ringhiò frustrato.
Si strisciò verso la porta, si sostenne alla maniglia per alzarsi, dopodiché l'aprì e prese a salire lungo le scale.
Poteva udire la voce di Rouzee conversare con qualcun altro, non dovette nemmeno fermarsi e riflettere per riconoscere quella voce.
Sussultò sollevato, il cielo sembrava avergli inviato un angelo.
Si aggrappò allo scorrimano e si condusse fino alla fine della scalinata, e quando fu finalmente baciato dalla luce dell'alba che sprigionava dalle finestre presenti in cucina, il ragazzo si accasciò a terra e boccheggiò svigorito.
Si trovava in cucina, esattamente tra la lavastoviglie e il frigorifero. Le due voci giungevano dal soggiorno, così si cinse i fianchi di forza e spolmò tutta l'aria che aveva nel petto.
«Walter! Walter ti prego aiutami!» evocò il suo nome con disperazione, sperando che lo avrebbe soccorso subito.
È così fu, Walter udì il suo nome e riconobbe la voce di Giglio, così si precipitò in cucina, solo per trovarsi di fronte a quello che sembrava un giovane abbattuto dall'ira di un pazzo.
Giglio lo guardò pietoso tendendo le braccia verso di lui, convinto che lo avrebbe condotto in salvo come un principe azzurro di lì a breve.
Ma Walter aveva troppa paura di avvicinarsi a quel corpo, sentiva che avrebbe potuto romperlo anche solo con lo sguardo.
Rouzee sopraggiunse abbastanza rilassato, ma quando vide la situazione si irritò.
Walter pretese subito delle spiegazioni ma Rouzee si giustificò.
«Insomma perché avrei dovuto ucciderlo? Posso divertirmi con lui quando voglio e posso»
«Sei un idiota, mi ero fidato di te! Ti avevo detto di non farla soffrire, ma guardala, sembra stata pestata da un'intera nazione! Che diamine le hai fatto?» sbraitò portando le mani tra i capelli, ordunque l'amico gli si avvicinò e portò il braccio attorno il suo collo.
«Ma non l'ho fatto soffrire, anzi al contrario, ci siamo divertiti un sacco io e questo topo, lui soprattutto dal momento che è stato quello che ha sentito di più. Ora però suppongo che tu voglia che lo uccida sotto i tuoi occhi, ed è un peccato perché sinceramente mi ci ero affezionato. Posso tenerlo?»
Giglio non sapeva che dire, Walter non sembrava volenteroso di aiutarlo.
«Walter ti supplico, ti scongiuro, non dirò niente, non lasciarmi con questo!» promise, e lo avrebbe davvero fatto.
Non avrebbe parlato a nessuno, non avrebbe fatto alcun nome, se solo avessero potuto vedere il suo cuore per capirlo.
Walter sembrava essere giunto a una conclusione, acquistò un portamento più rilassato e contenuto, ponendo in disparte il timore.
Domandò a Rouzee di prestargli la pistola, e quest'ultimo, anche se un po' scocciato all'idea di perdere il suo nuovo mezzo d'intrattenimento, accontentò l'amico. Dunque aprì il microonde e tirò fuori da esso la sua rivoltella.
«Che c'è?» chiese ponendo l'arma nel palmo di Walter, ormai abituato alle stranezze del ragazzo.
Giglio vide la pistola e si spaventò, sentiva che era giunta la sua ora.
«No! Walter non farlo ti prego!» cercò di distanziarsi e levarsi dalla traiettoria dell'arma, ma ovviamente fu inutile, a Walter bastò semplicemente spostare leggermente il braccio per mirare al bersaglio.
«Causagli un nel trauma balistico» suggerì Rouzee, alquanto eccitato dal terrore dipinto sul volto di Giglio.
«Farò tutto quello che volete, ve lo giuro, farò assolutamente tutto!» giurò il ragazzo.
Walter guardò gli occhi di cui era innamorato, e non poté negarlo, erano davvero molto belli, proprio come Giglio.
Dimenticare di averlo incontrato, era come rinnegare al suo cognome. Eppure, nel più profondo del suo cuore, sotto cumuli e strati di membra, nutriva il desiderio di poter tornare indietro nel tempo a quella notte di Maggio.
Se gli fosse stato concesso un ritorno al passato, avrebbe avuto la possibilità di compiere una decisione differente, ma così facendo, forse non avrebbe mai incontrato Giglio.
Chi era Giglio nella sua vita? Che cosa ci era venuto a fare? Per sconvolgerla? Per rovinarla?
Non lo sapeva, non era un amico intimo del fato, perciò quest'ultimo non li rivelava mai i propri piani e segreti. Poteva solamente appendersi alla propria coscenza, coscenza che desiderava tenere distante dal sangue.
«Scusa» pronunciò.
Dopodiché volse l'arma contro Rouzee e premette il grilletto.
Il colpo da fuoco falciò in due il cuore di Giglio, che si trovò con il viso macchiato del sangue di Rouzee, ormai a terra e privo di vita.
Zanzara era morta, il suo corpo magro era riverso a terra in una pozza di sangue e cervella. Era morto sul colpo, dentro un sottile lasso di tempo, nel margine di un secondo. Accompagnato dal pianto di Giglio ma seguito dal silenzio, il sangue defluiva dalla tempia come una fonte tra le rocce, il proiettile lo aveva trapassato ed era finito incastrato alla parete.
Giglio non poteva credere di essere vivo, né di aver appena assistito alla morte di Rouzee, nonché amico di Walter.
Guardò difatti quest'ultimo con meraviglia, chiedendosi la ragione di questa improvvisa scelta.
Il braccio di Walter restò ancora teso, il suo dito non si allontanò dal grilletto e la sua espressione era scavata di orrore.
Sembrava un uomo la cui vita gli era passata davanti, impedito e smarrito nella propria mente.
Fu la voce di Giglio a risvegliarlo, e quando tornò in sé, vide quanto aveva fatto.
«Hai visto che cosa mi hai fatto fare? Sei felice adesso?» gridò contro Giglio, spaesato quanto grato.
«E smettila di guardarmi con quegli occhi!» ordinò sconfortato.
«Ti ringrazio, grazie Walter, davvero» disse avvicinandosi a gattoni verso di lui.
Era davvero ridotto male, Rouzee lo aveva sottoposto alle torture più contorte e malvagie, tutte sgravate dalla sua mente fragile e manomessa.
«Sul serio, ti ringrazio» ripeté Giglio, profondamente grato a Walter per averlo risparmiato, e ignorò completamente il fatto che fosse idea sua quello di farlo uccidere.
Quel gesto era stato sufficiente per redimerlo e farlo perdonare, riconobbe che in fondo non era malvagio come Rouzee e forse era per questa grande differenza che lo aveva ucciso.
L'abitazione di Rouzee si trovava in un ambiente forestiero, perciò lo sparo non venne udito da anima viva.
Tuttavia, Walter si apprestò ad abbandonare il posto il prima possibile.
Non poteva medicare le ferite di Giglio, così si limitò a coprirlo con la propria giacchetta.
«Avanti, svelto cammina» gli disse mentre insieme si avviavano verso l'auto, quando salirono a bordo del mezzo, Giglio si sistemò sui sedili del passeggero e ci si distese.
Era esausto, non percepiva più le gambe e gli pesava il cuore a ogni respiro. Desiderava solamente dormire e riprendersi, Walter non lo rimproverò e lo lasciò riposare per un po'.
"Che cosa faccio ora?" si chiese.
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