Il mattino seguente, la madre di Loris si presentò a casa del figlio come prestabilito. Aveva lasciato casa sua, che risiedeva fuori città, alle prime ore fresche del giorno, non sapendo ancora la vera ragione per cui il figlio l'avesse chiamata a tarda ora. Poteva trattarsi di qualsiasi cosa, ma era insolito chiamare da parte sua, egli dopo la morte del padre non si faceva sentire spesso, anzi, quasi mai.
Quando arrivò a casa, il figlio l'accolse e la fece accomodare in soggiorno dove c'era il figlio addormentato sul divano. La povera donna si presentò in pigiama e cappotto, ai piedi portava un paio di infradito caramello, i capelli eran frettolosamente stati legati in un codino basso e alla spalla reggeva la propria borsetta a tracolla. Non aveva fatto in tempo nemmeno di bersi una tazzetta di caffè, dopo quella improvvisa chiamata, non era stata in grado di dormire.
«Che cosa succede? Lui sta bene? Loris, figlio mio, come stai?»
Pensò che il nipote fosse ammalato, o che gli fosse successo qualcosa di sgradevole, ma Loris le assicurò che stavano entrambi bene.
«È per lui che ti ho fatto venire, spero che per te non sia un problema portartelo a casa tua» confessò l'uomo, la madre si mostrò piuttosto confusa, non solo il figlio si era fatto vivo, ma ora le chiedeva di portarsi con sé il nipote. Era titubante, non ne comprendeva il senso, tuttavia sarebbe stata disposta a tutto pur di riallacciare i rapporti con il suo bambino. Egli stava crescendo senza di lei, era come se l'avesse tagliata dalla propria vita, aveva sempre preferito il padre a lei e la sua morte aveva provocato uno strappo nella famiglia.
«E perché dovrebbe essere un problema? È mio nipote, casa mia è casa sua. Ma dimmi, perché? Solitamente non gli permetti di stare da me, ora perché all'improvviso vuoi che me lo porto a casa? Che cosa è successo?» domandò.
Loris non si contenne e le narrò liberamente quanto successo la sera prima, e dei fatti avvenuti negli ultimi giorni. Le raccontò delle bugie, della condotta a scuola e di come era sgattaiolato fuori di casa per unirsi a una festa. Non tralasciò nemmeno il nuovo vizio di indossare gli abiti della madre, anche se ne era assai in imbarazzo, sentiva che la donna doveva essere al corrente.
La madre rimase sconcertata, ascoltò tutto con dispiacere, crebbe molto dolore nel suo cuore ma cercò di trattenersi e lasciare il figlio di finire il discorso.
Nel frattempo, mentre il genitore proseguiva, William cominciò a risvegliarsi, attirato dalla voce familiare presente nella stanza.
«Nonna?» farfugliò appena sveglio.
Si rallegrò molto nel vedere la nonna a casa, era da tempo che non la vedeva.
La donna si avvicinò al nipote e lo abbracciò gioiosa di poterlo finalmente riabbracciare.
«Nipotino mio, mi sei mancato tanto, come stai?» domandò guardando con avvilimento quelle guance arrossate.
Il ragazzo si lasciò baciare e accarezzare, le gentili mani della donna riuscirono a medicarlo e fargli dimenticare tutte quelle percosse.
«Nonna! Sono felice che tu sia qui, mi sei mancata un sacco» William non riuscì a trattenersi e cominciò a piangere sulla spalla della donna, quest'ultima gli pulì il volto con il lembo della vestaglia da notte e lo rassicurò.
La sua voce tiepida, il suo dolce tocco e il suo amabile sguardo benevolo, consolarono l'animo ferito del nipote. Quanto gli erano mancate quelle coccole, quei baci, e quei occhi celesti.
Suo padre aveva preservato quel colore da lei, eppure i suoi non erano così caldi, non offrivano alcun riparo e nessuna pacatezza. William invece aveva gli occhi della mamma, i quali andavano gravemente in contrasto con quelli di sua nonna, ciononostante, sembravano fatti per guardarsi.
«William, tuo papà mi ha raccontato tutto. Dimmi, è vero?» sospirò amareggiata, il ragazzo si vergognò e ammise tutto quanto.
«Perché ti sei comportato così? Lo sai che è sbagliato, porti solo dolore a tuo papà. Non sai che è da solo? Non è facile per lui, non complicare le cose»
William ansimò frustrato, non approvava le parole della nonna e pensò che suo padre l'avesse indotta a dire ciò.
«Signorino, prepara la borsa e vai assieme la nonna» s'inpose il padre, e proseguì dicendo.
«Verrò a riprenderti solo quando sarò pronto a rivedere questa tua faccia»
William non si mostrò né sorpreso, né contento. Certo, gli faceva piacere sentire di doversene allontanare.
«Va bene» rispose, dopodiché si avviò in camera e raccolse tutto il necessario per una o due settimane.
Nel mentre, madre e figlio rimasero ad attendere in salotto. La nonna colse l'occasione di potersi esprimere con l'uomo e dirgli quello che pensava riguardo il nipote, anche se non era stata testimone di tutta la baldoria, era certa che si trattasse solo di un malinteso.
«Sii paziente, è ancora un bambino, si tratta di certo di una fase. Ti rammento che anche tu hai avuto la tua, ricordi quando te e Clara vi univate a quei fumatori strampalati? O a quando andavate ai concerti di musica metallara?» disse la donna.
«Quelli erano movimenti, periodi. Non fasi, mamma. William non si trova affatto in una fase, sta solo permettendo al diavolo di usarlo» ribatté l'uomo.
«Sai che cosa intendo dire, non essere così severo, piuttosto, cerca di capire perché l'abbia fatto. Tu e Loren me ne avete combinate parecchie nei vostri sedici anni, e anche diciassette. Però alla fine c'erano delle ragioni dietro alle vostre birichinate. Volevate sentirvi grandi, volevate assaggiare la vita e viverla come gli altri» ma Loris s'irritò delle parole della madre.
«Ha detto che gli piace, ha detto che vuole piacere a sé stesso e agli altri. Mamma, per favore, non ti ho fatto venire qui per fare da avvocato a mio figlio»
La donna sospirò e si sedette accanto a suo figlio. Era sconfortante che a ogni loro incontro doveva nascere una contesa, non era così ch'ella voleva. Dunque lo accarezzò e gli promise che ci sarebbe stata sempre per lui e il nipote. Loris colse la sua esile mano e la baciò, dopotutto, gli mancava stare con sua madre.
«Mi sei mancata un sacco, mamma. Scusa, sono un po' nervoso» confessò quasi trattenendo le parole, detestava sia ammetterlo che pensarlo, ma era la verità.
«Le porte di casa mia saranno sempre aperte per te e Loren, lo sai benissimo. Vi voglio una infinità di bene» rispose la donna, compiacente di sentire quelle parole dal figlio. Ma lo stomaco di Loris si alterò quando sentí pronunciare il nome del fratello, suo nemico dalla nascitura e spina nel fianco nella gioventù. Non erano mai stati veri gemelli, l'unico elemento che li rendeva tali oltre l'aspetto, era il grembo della madre condiviso e il cognome del padre. Tutto ciò che condividevano era l'odio reciproco, non scorreva alcun amore tra i due, tuttavia la madre continuava ad amare entrambi nonostante la gran bile nel triangolo.
«Ti senti ancora con Loren?»
domandò.
Era alquanto sorpreso, non immaginava che anche dopo quello che gli aveva fatto, la madre lo continuava a considerare proprio genero. Per il fratello maggiore, Loren era sempre stato un allocco fariseo, un perfetto esempio di capitombolo, la vergogna della famiglia. Non poteva meritare né amore né favori, quelli tali a lui dovevano raccogliere quanto seminato.
Ma la madre non ragionava come il figlio, ella era buona e perdonava con agio. Loris aveva ereditato la sua freddezza e intolleranza dal padre, rigido come marmo e impaziente come un bimbo. Era più facile ottenere il cielo che il loro perdono, affilati d'orgoglio fino il collo come prodi, l'amore loro doveva esser meritato piuttosto che meritato. Helia Anderson se n'era andato senza mai cedere perdono ai propri nemici, i pochi amici che possedeva, erano visti come degni del suo affetto.
«Lo ospiti a casa tua? Parlate al telefono? Perché? Dopo ciò che mi ha fatto?» chiese irrequieto.
«Certo, anche lui è mio figlio» disse la donna, e prima che potesse proseguire per giustificarsi, il nipote scese dalle scale e annunciò di essere pronto.
Sulla schiena aveva lo zaino che usava durante le gite scolastiche e in mano reggeva la sacca di educazione fisica. Loris lo guardò, ardeva ancora dal desiderio di sapere quanto sua madre e Loren fossero tutt'ora legati, ma dovette tralasciare.
«Hai preso lo sciroppo?» domandò al figlio, consapevole che lo avrebbe lasciato dietro appositamente per non assumerlo.
Il ragazzo corse di sopra per prenderlo, e quando tornò si fece guardare dal genitore mentre lo metteva nella tasca dello zaino.
«Deve prenderlo tre volte a settimana, sempre a stomaco pieno, prima di andare a letto» disse l'uomo alla donna.
«Se dovesse rifiutarsi non esitare a chiamarmi» aggiunse.
«Che cos'è?» chiese la nonna.
«Sono vitamine, aiutano a fortificarlo» rispose Loris alzandosi dal divano, camminò verso il ragazzo e lo guardò per accertarsi che si fosse vestito per bene.
«Starai dalla nonna per un po', io e te abbiamo bisogno di prenderci una pausa, io soprattutto. Voglio che durante questi giorni tu rifletta profondamente sul tuo comportamento e sulle atrocità che mi hai detto, quando verrò a riprenderti, voglio il figlio di prima, intesi? E guai se vengo a sentire che ti sei comportato male con mia madre, osa anche solo alzare la voce con lei, e giuro che mi precipiterò lì e ti farò viola»
Il giovane annuì e promise che si sarebbe comportato bene, inoltre non avrebbe mai e poi mai osato alzare la voce alla nonna.
«Ora andate, ciao mamma»
La donna aiutò il ragazzo con la sacca e salutò il figlio, insieme poi raggiunsero l'ingresso e uscirono di casa.
Loris li sbirciò da dietro la tenda, non era sorpresa della reazione del figlio, non si aspettava domande e confusione. Quando la piccola auto bianca della madre abbandonò la via, Loris si ritrovò completamente solo, in compagnia dei suoi pensieri.
Ora che non c'era nessuno nei paraggi, nessun testimone e ombra presso di lui, poteva finalmente sfociare nel pianto, dare libero sfogo a tutto quanto il dolore accumulato e sfogarsi senza vergogna e timore. Ribaltò sedie, scaraventò cuscini e si arrese al pavimento avvilito in un bagno di disperazione.
Sentì il cuore assente eppure pesante, l'anima sua ardeva in doglie e il suo volto si fece rosso di dispiacere.
Tutte quelle orribili parole del figlio lo avevano ferito molto, non immaginava che fossero quelli i suoi pensieri, che vivere con lui era il vero inferno. Il desiderio di morire lo assalì, desiderava solo poter porre fine a quel terribile dolore. Era troppo da sopportare, quelle frasi sarebbero rimaste sepolte in lui in eterno, né scuse né consolazioni le avrebbero alleviate.
Gridava addolorato, sembrava voler rimettere l'anima dalla bocca, si sforzò così tanto che la voce gli si spezzò e il grido si sbriciolò in un pesante lamento.
Mise il soggiorno a soqquadro, ma nulla sembrava soddisfarlo appieno, niente portava via quella tristezza.
Quel bacio arava sulla sua pelle come carbone, gli occhi suoi sembravano non vedere altro.
L'immagine puerile, candida e angelica del suo bambino venne uccisa da quella figura giovanile danzante, osannata da poveri depravati come un idolo nel giorno dell'offerta sull'altare. Era come un rito in cui il giovane vergine era stato sacrificato per evocare una nuova creatura sconosciuta al padre, in quel grazioso abito corto, Loris non aveva più riconosciuto il proprio bambino.
Traboccavano fiumi dai suoi occhi, la testa venne pervasa e assalita di voci e ricordi. Aveva fallito come padre, se suo figlio era stato sedotto dal demonio anche dopo l'aiuto del pastore, egli non valeva più nulla come genitore e uomo.
Colse dal bagno l'abito rosa e il paio di tacchi, la repulsione che aveva verso questi capi era così accesa che avrebbero preso a fumare tra le sue mani. Accese il camino, e quando le fiamme si fecero alte e vive, gettò entrambi lì dentro.
«Che hai compiuto?» domandò la donna, quello era l'abito della sua gioventù, lo aveva conservato per una futura figlia.
Ma l'uomo non rispose, anche se ciò che aveva appena fatto non era sufficiente per placarlo, l'idea che quel pezzo di pelle stesse bruciando lo sollevò da ogni timore. Suo figlio non sarebbe stato più in grado di metterselo, quel vestito stava per diventare niente meno che polvere.
Guardò con meraviglia le fiamme divorare lentamente, centimetro per centimetro quel rosa pastello. Si faceva sempre più scuro, più consumato e squaglio agli occhi suoi. Le scarpe fecero la stessa fine, persero il loro colore allegro e divennero simili alla cera di una candela.
Il fuoco con il suo scoppiettio sembrava gradire il bocconcino, dopo pochi attimi ridusse il vestito in un velo sciolto e colante.
Malgrado ciò, anche se l'abito non esisteva più, quel bacio avrebbe continuato a vivere fresco nei ricordi dell'uomo. Non poteva gettare nel fuoco l'intangibile, anche se si fosse battuto il capo sul cemento o sopra un mobile in calce, il ricordo sarebbe rimasto vivido. Era arduo d'accettare per un uomo di scarsa tolleranza, impossibile da digerire e accogliere nella propria vita. Ora tra le giornate al parco, al primo giorno di scuola, il primo dente caduto e i compleanni, di aggiungeva quel tragico bacio.
Mentre restava ad assistere con fascino alla condanna posta ai due indumenti, ecco che il telefono prese a squillare nella tasca.
Esitò a lungo, se avesse risposto la sua voce sarebbe stata sottile e anche alterata dal pianto di prima.
Ma la chiamata persisteva, la suoneria si fece petulante, e disturbato da quel suono, l'uomo guardò il nome del contatto e decise di rispondere.
Schiarì la voce, issò gli occhi al cielo e contenne la fragilità del tono a parte.
«Pronto?» farfugliò pulendosi il volto.
Era il signor Heinrich, aveva chiamato diverse volte dopo la cena, ma ogni sua chiamata era stata sempre appositamente ignorata. Loris non voleva più avere a che fare con lui, ma pensò che l'unica maniera di farglielo intendere, fosse dirglielo educatamente di persona.
Si scusò per il silenzio, si giustificò dicendo di essere stato occupato e preso con altre faccende. Ma Gavriel non era affatto arrabbiato, anzi, era felice che finalmente l'uomo dei suoi sogni avesse risposto al telefono. Non serbava alcun rancore e accettò le scuse di Loris.
Lo invitò a casa sua, dove avrebbero potuto parlare, dopo quel che era successo dovevano chiarirsi. Loris anche se un po' restio, accettò l'invito e promise che si sarebbe fatto vedere appena possibile.
Che gioia fu per Gavriel, anche se era stato rigettato, sentiva di avere a disposizione ancora un'altra possibilità, riconosceva che solo i cuori più gelidi erano tardi a sciogliersi.
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