3.

Danzava allegra e scoppiettava animata, una flebile fiamma di una corta candela. Essa e le altre profumavano la stanza di calla, soffocando l'odore di pioggia e terreno.

Calda come sotto una coperta, c'era troppo da udire e osservare, ogni senso veniva sollazzato dagli elementi presenti in quella piccola cameretta.

Un giovane Loris, nel fiore dei suoi tredici anni freschi, osservava l'espressione pentita sul viso gonfio del fratello.

Se gli fosse stato concesso dal padre, gli avrebbe sputato addosso, avrebbe proseguito lui la punizione, e sempre sotto l'ordine del genitore, lo avrebbe fatto uscire dalla villa per fargli prendere la pioggia.

Quella graziosa villetta che, se vista dall'occhio di un passante, l'avrebbe confusa per dipinto.

Vivevano in un quadro, in un'immagine falsa.

Così era cresciuto quel fanciullo, tra gli schiocchi della verga, sotto le rigide regole e le sacre letture.

«Perché non sei come tuo fratello?»

Era una frase che sentiva dire spesso, la voce che la cantava era quella del suo adorato padre, venuto a mancare improvvisamente nel suo letto di morte poco tempo fa. Rigoroso e forte nell'animo, ma debole contro la malattia con cui stava lottato da tempo. La sua assenza era persistente, non abbandonava le memorie del figlio favorito, il quale pregava ancora per lui.

Ma dietro il pensiero susseguiva l'amaro e la tristezza, e fu costretto a svegliarsi.

Il cuore traboccò nel dolore e il calore di esso gli fece aprire gli occhi.

Aveva la camicia sbottonata, il petto che stillava sudore e dalla finestra non soffiava un briciolo di aria.

Con la cognizione del tempo scivolata dal palmo della mano, smarrita da qualche parte, Loris si strofinò gli occhi e guardò le dune delle lenzuola.

Per poco non riconobbe la propria stanza, il sonno gli aveva annebbiato la memoria.

Guardò l'orologio, l'ora di cena era già passata, di certo suo figlio si era arrangiato con ciò che si trovava già presente in casa.

Era abituato ai lunghi riposi del padre, era solito a prender sonno spesso.

Si appisolava in studio, in stanza o in soggiorno sulla poltrona. Dopodiché cadeva in un sonno profondo e si risvegliava dopo un'oretta o due. Non osava svegliarlo, poiché sapeva che faticava a prendere sonno.

Il sole si era coricato fin sotto il ventre dell'orizzonte, le vie del quartiere si erano fatte deserte e i vicini si stavano preparando per andare a letto.

Scoccarono le ventuno, Loris si trovava alle spalle del figlio, entrambi dinanzi allo specchio della stanza matrimoniale. In mano reggeva un pettine con cui passava i capelli del giovane, una ciocca dopo l'altra, li separava e li scioglieva da qualsiasi nodo.

Ma essi, ribelli e liberi, non si sottomettevano ai denti del pettine.

«Uno di questi giorni ti porto dal parrucchiere, non ne posso più di sti capelli» brontolò.

Ma il ragazzo, che tanto amava i suoi capelli, suggerì una nuova acconciatura piuttosto che un taglio.

«Posso farmi le treccine come Adric?»

Adric era un ragazzo moretto, aveva capelli lunghi e ricciolini, ma qualche volta se li faceva intrecciare.

«Non sono sicuro che ti doneranno» rispose il padre.

«Tu stai bene con i tuoi, e a me piacciono di più così»

Ma il figlio non concordò con l'idea del genitore, guardandosi allo specchio, immaginava già di avere in testa quelle complesse e meravigliose treccine stese lungo il capo. Ad Adric donavano molto ed era convinto che sarebbero donate pure a lui.

Loris nel mentre, raccolse i capelli del figlio all'indietro, sperando che sarebbero rimasti così. Ma dopo qualche secondo, essi tornarono subito dov'erano prima.

«Domani sera andrò dal signor Heinrich, festeggia il suo compleanno» disse con voce poco entusiasta.

«Posso venire con te?» chiese il ragazzo.

«Non mi tratterrò a lungo, giusto il tempo per fargli gli auguri di persona. Non mi piacciono le feste» rispose l'uomo, poi proseguì dicendo.

«Ho aperto il registro prima, devi imparare a memoria il proemio iliade per la prossima settimana. La ripeterai in mia assenza, quando ne avrò il tempo poi, ti ascolterò recitarla»

Disse l'uomo.

Non gli sfuggiva mai nulla, nemmeno una piccola notazione dei docenti passava inosservata agli occhi suoi. Sempre a scrutare e scavare nel registro elettronico, badava a tutto e si preoccupava sempre di rammentare al figlio ciò che doveva fare.

William era tentato di soffiare e issare gli occhi, ma quel gesto gli sarebbe costato molto caro, dunque si limitò a grattarsi le gambe, a rigarle con le unghie e pizzicarsi la pelle.

Torceva le dita dei piedi e irrigidì le spalle, il cuor suo palpitava di collera e lo stomaco si alterò.

Il padre questo non poteva vederlo, conosceva suo figlio esteriormente, ma era estraneo a ciò che accadeva dentro di lui.

L'odio che veniva miserabilmente prevalso dall'amore, Il fastidio, l'urto, il ribrezzo e la rabbia.

William barcollava tra un odio profondo e un affetto genuino verso il genitore. Una lettera o una smorfia, non erano in grado di poter esprimere ciò che sentiva.

Quando l'ardore si placò, il ragazzo rilassò le spalle e smise di tormentare la pelle.

Il padre, oramai finito con i capelli, aprì il cassetto in basso e porse al figlio lo sciroppo che a volte tendeva a dargli prima di coricarsi.

Il ragazzo aprì la scatola e consumò il solito quantitativo di liquido che beveva, il padre lo guardò assumere lo sciroppo e quando ebbe finito gli ordinò di mostrare la lingua.

Era un sciroppo molto amaro, pesante sul palato, aspro per la gola e rivoltante per lo stomaco. Donava un alito pungente, quasi come se l'intera farmacia si trovasse nella bocca del ragazzo.

«Quando smetterò di prendere questa medicina?» chiese.

«Di nuovo, non è una medicina, sono vitamine»

«Ma a cosa mi servono? Il dottore ha già detto che sto bene» disse perplesso, ma il padre, pienamente convinto di sé, gli rispose così.

«Sono io il tuo primo dottore, nessuno può conoscerti meglio di me. Sei fragile e minuto, il tuo corpo ha bisogno di vitamine per crescere. Vuoi restare basso così?»

William non ebbe nulla da dire al riguardo, lo specchio davanti a loro sosteneva le parole del padre, tuttavia non riteneva di essere fisicamente debole, e nemmeno basso.

«Io non sono debole...» disse.

«William, sono tuo padre, ti conosco, e so di che cosa hai bisogno. Se vuoi te ne prendo una meno amara, ma prima devi finire questa. Fallo per me»

Accarezzò il figlio e cercò di consolarlo con un sorriso, ma William era stufo di quel volto, stufo di quello sguardo fiero e sempre convinto.

Magari in un altro universo, gli avrebbe percosso una guancia o urlato addosso.

Ma si trattenne, conservò quella furia dentro di sé e ricambiò il sorriso.

«Vai a letto adesso, è tardi» disse, ma il ragazzo alzò gli occhi alla parete e guardò l'orologio.

«Posso stare ancora un po' sveglio? Ho sentito che questa sera manderanno in onda un bel film sul canale ventitré, ne stavano parlando tutti a scuola e io vorrei poterlo vedere»

Gli occhi teneri e scuri del ragazzo non intenerirono affatto l'uomo, era già abituato a quello sguardo, dunque sapeva come non farsi sedurre.

«Will, ne abbiamo già parlato» sospirò «Non voglio che tu ti metta a guardare quelle cavolate secolari. Lascia che gli altri parlino, tu non sei come loro, sei meglio. Non lasciarti affascinare dai loro vizi, che cosa dice Giovanni capitolo due versetto quindici?»

William gonfiò leggermente il petto è recitò il versetto al genitore.

«Non amate il mondo, né le cose che sono nel mondo. Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui. Perché tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e l'orgoglio della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo"»

Loris sorrise fiero, ignaro della collera che stava bollendo sotto la pelle del ragazzo.

«Adesso vai a dormire, buonanotte» lo baciò in fronte e si allontanò per dirigersi verso lo studio.

William ringhiò frustrato e fu tentato di afferrare il primo oggetto e scaraventarlo, ma considerò le conseguenze e si ricompose.

Temeva il castigo e il rimprovero, non voleva che suo padre scoprisse quello che veramente pensava di lui.

Era cresciuto sapendo che le regole sono regole, egli è l'adulto, il genitore. Non poteva andare in contro alla sua legge, non ne aveva fegato, diritto e capacità.

Sospirò, in un unico soffio, scacciò via la rabbia e il rancore.

Andò nella sua stanza, si coricò sotto le lenzuola e prese da sotto il materasso il telefono che Adric gli aveva regalato.

Con quello egli lo chiamava e insieme si parlavano a bassa voce fino a che li era permesso.

Si scambiavano parole d'amore, promesse e racconti.

«Mio padre non mi permette di guardare quel film, Adric sono stufo, non lo sopporto» confessò trattenendo le lacrime

Allora il ragazzo, dispiaciuto per l'amato, decise di porre il telefono accanto il proprio televisore affinché potesse udire le voci dei personaggi.

William chiuse gli occhi e si godette il sottofondo, anche se non poteva vedere, riusciva a immaginare quanto si stava svolgendo dall'altra parte.

Gli spari, le grida, gli scalpiti, i ruggiti dei motori e i boati delle esplosioni, zuccheravano di meraviglia le sue orecchie.

Era lì, tra le strade del deserto nel mezzo di un inseguimento. Il sole picchiava, la sabbia schizzava dalle ruote e le dune del deserto si ergevano man mano che l'inseguimento continuava.

Ma sapeva che tutto quello sarebbe poi sfumato via tale a un miraggio, suo padre sarebbe giunto da un momento all'altro per controllarlo. Non poteva rischiare di farsi cogliere in flagrante, quel telefono era molto prezioso per lui e non voleva perderlo.

Dunque chiamò l'amato e lo ringraziò per avergli fatto sentire parte di quel mondo.

«Domani te lo racconto tutto, promesso» promise Adric.

«Grazie, buonanotte» rispose William, e con malavoglia, chiuse la chiamata e ripose il telefono sotto il materasso.

Loris in tutto ciò, era chiuso in quella scatola di polvere e giornale, a dipingere volti incompleti e paesaggi vuoti. Era privo d'immaginazione, la sua ispirazione lo aveva abbandonato.

Un peso di nullità si abbatté su di lui, soffocò in una fossa e per l'ennesima volta si arrese.

«Perché non riesco a disegnare?»

Lasciò la tavola cadere a terra, irritato di sé, scaraventò anche il barattolo di pennelli.

«Forse non ne sei capace» rispose la donna, ammirando perplessa il bozzetto.

L'uomo la guardò e la rimproverò.

«Cosa ne può sapere una come te di arte?» chiese.

La compagna si adirò del termine e soffiò frustrata, dopotutto, voleva solo aiutarlo.

«Molto più di te. Non sai disegnare perché sei schiavo di un blocco, l'unico modo per uscirne è quello di non pensarci. Smetti di disegnare, disegna solo per quell'uomo. L'unica persona che sembra genuinamente amare la tua arte»

«Mi sento disperato, usare il mio talento per il suo piacere, quando dovrebbe essere una cosa mia» disse.

E la donna, con sorriso sfuggente e voce salata di disprezzo, guardò negli occhi l'uomo e pronunciò queste medesime parole.

«Sai perché non sai disegnare? Perché non dormi abbastanza, non hai riposo. E sai perché non hai riposo? Perché il Signore dice: non c'è pace per i malvagi»

Infuriato da tale oltraggio, l'uomo gettò addosso alla donna la tela, causandone così la scomparsa. Di lei non rimase che una sfumatura, un puntino in quella stanza vuota.

«Bastarda!» ringhiò furibondo, cedette sulle ginocchia e con le mani tra i capelli scoppiò a piangere.

Il figlio, allertato dal lamento del genitore, si avvicinò alla porta ma non osò entrare.

Bussò leggermente e chiese se fosse tutto apposto.

Solo allora Loris si rese conto del danno provocato, la tela che aveva gettato era cascata sopra i barattoli di acrilici e ora, un fiume di colori erano sparsi per il pavimento.

«Certo, tutto bene. Ora torna a dormire» rispose. Il ragazzo annuì e tornò a dormire.

Loris guardò nuovamente la stanza, il sol pensiero di dover ripulire tutto lo stancò, ma si fece forza e cominciò a ripulire il contrasto di colori.

Scarica

Ti piace questa storia? Scarica l'app per mantenere la tua cronologia di lettura.
Scarica

Bonus

I nuovi utenti che scaricano l'APP possono leggere gratuitamente 10 episodi

Ricevi
NovelToon
Entra in un MONDO Diverso!
Scarica l'app MangaToon su App Store e Google Play