«Mi piacciono le pecore che mentre si fanno tosare restano mute... Sei un ragazzo così carino, William»
La voce tetra e cullante di veleno del pastore, solcava nella mente fragile e lesa del ragazzo. Abbandonato a sé stesso, in quelle acque profonde dove i piedi suoi fallivano. Era come remare un pezzo di relitto in mezzo a uno scuro oceano di disperazione, la cui via di ritorno era stata spezzata e resa invisibile dall'assenza di luce.
Lacrime e sfregi, condanne e verità, spezzando punte di matite e sfregando con violenza la gomma sugli errori, il ragazzo colmò le pagine del suo diario con odio e disagio.
«Mi sei sempre piaciuto. Moro, occhi grandi e dolci come un cerbiatto...»
Scarabocchi, linee caricate, punti e croci dai tratti decisi e fermi. Tra gli schizzi e le lettere, eran seminate chiazze di bava e lacrime, che venivan poi passate, causando piccoli buchi e strappi sulle paginette.
«É futile che io te lo dica, sei un ragazzo intelligente. Tuo papà non deve sapere quello che abbiamo fatto, o l'ira del Signore cadrà su di te»
Per quanto si fosse lavato, grattato e morsicato, le sue membra rimanevano putride. Il palato gustava di un amaro salato pungente, lo stomaco emetteva gorgogli e seppure ci fosse stato un gran via vai dal bagno alla stanza, questo restava contaminato.
Percepiva formarsi un tumore dentro di sé, una malattia letale che lo avrebbe condotto dritto alla tomba. Era come se fosse stato ingravidato del demonio, portava in grembo l'embrione di un empio malvagio le cui mani erano sporche d'iniquità e frode.
Quei suoi occhi che ispiravano simpatia al prossimo, erano in realtà gli occhi di un perverso. Le sue maniere gentili e caute, celavano i suoi veri voleri che aspiravano solo al male; la sua voce accogliente e il suo aspetto benevolo da simpatico gnomo delle favole, erano un manto di pecora cucito su sua misura. Ma sotto i boccoli candidi dell'ovino, vi ci celava la scura pelliccia di un grosso lupo.
«Questo è un segreto che deve rimanere tra di noi, ormai siamo una cosa sola, e ciò che Dio ha unito niente e nessuno può dividerlo»
Reputò suo padre simile a un feticcio, aveva occhi ma non vedeva, aveva orecchie ma non sentiva.
Colui che considerava suo salvatore, era solo un impostore.
Il Giuda a tavola, la serpe sull'albero.
«Non è vero, io non sono debole! Smettila!» gridò verso l'immagine di sé stesso allo specchio.
Se la sua bocca si fosse lasciata sgorgare la verità, sarebbe diventato nemico della chiesa, l'intera comunità sarebbe stata contro di lui e suo padre.
Ma se sarebbe rimasto come la pecora muta durante il tesaggio, allora il pastore avrebbe condotto impunito la propria vita. Un fariseo, un uomo dal doppio volto, infame, privo di cuore e pudore.
Si era giovato del corpo giovane e sconosciuto alla pubertà del ragazzo come pane e marmellata, ogni suo atto era naturale, il suo dire quasi recitato.
William ebbe il sospetto di non essere l'unica pecora muta della chiesa, dovevano essercene altre in mezzo a quelle panche durante le sante domeniche.
Ma le loro voci contro un uomo potente come lui, erano flebili e quasi simili a un ronzio.
Suo padre come tutti gli altri, era accecato dal pastore, lo stimava e omaggiava come una creatura celeste discesa tra i mortali per consegnare benedizioni e doni. Ma quel che in realtà donava, erano solo malanni, leggi e ferite.
William non avrebbe né perdonato, né dimenticato, nonostante gli fosse stato insegnato di perdonare il prossimo.
Se lo era già cinto al dito e al cuore, lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. I sogni ne sarebbero stati influenzati, i ricordi pure e l'immagine di una chiesa sarebbe stata sufficiente per turbarlo.
Gli girava la testa, conversava con le voci che lo esortavano ad agire secondo i desideri del cuore.
«Perché non ho reagito? Perché ho avuto paura? Che cosa dovevo fare? Dov'era papà?»
Si picchiò il capo, si morse la lingua e cercò nuovamente di rimettere.
Avrebbe vomitato persino l'anima se necessario, si sarebbe staccato la lingua e cavato ogni dente. A quel punto si sarebbe idratato di sola acqua santa, ma non avendola con sé, pensò di cibarsi con le pagine della Bibbia.
Ne strappò una, l'accartocciò tutta quanta nei palmi fino a farla diventare piccola.
Infine se la mise in bocca e la ingoiò tutta in un sol boccone. L'atto venne conseguito da tosse e forti conati, rischiò si soffocare ma fu cauto.
«Non funziona, devo ingoiarne altre»
Strappò un'altra pagina, la ridusse in una pallina e la deglutì.
Questa volta fece meno fatica, il pezzo di carta gli si sciolse un po' sulla lingua prima di calare giù per la gola. La sentiva farsi spazio dentro di lui fino allo stomaco, ma quando l'effetto svanì, ecco che subentrò il senso d'incompletezza e pateticità.
«Perché non funziona? Perché?»
Si chiedeva, era convinto che ingerendo la parola di Dio, ogni sporco lo avrebbe abbandonato.
«Non è giusto, non è giusto...»
Si rifugiò sotto il proprio letto, luogo di polvere e ombra dove si ritirava quando in necessità di riflettere profondamente e calmarsi.
Il profumo dei polverini e delle lenzuola lo placavano e gli concedevano piacevoli minuti di riflessione e pace.
«Dovrei dirlo a papà, dovrebbe sapere che la pecora è in realtà un lupo» disse, ma la sua ragione lo rimproverò.
«Sei matto? Vuoi demolire l'intera chiesa? E con quali prove poi? La tua voce e le pagine del tuo diario?»
William annuì, aveva ragione.
Si accorse poi della presenza di una scatola vicino a lui, essa doveva trattarsi di quella speciale scatola.
Se n'era completamente dimenticato, non immaginava che fosse ancora lì.
Avvicinò a sé la scatola e l'aprì.
Era un vestito di mamma, egli se lo era conservato vicino perché gli piaceva un sacco, ma non gli si era mai presentata la giusta occasione per indossarlo. O magari c'era, doveva solo avere fede e coraggio.
Il danno era stato fatto, né angelo, né santo, né suora, né rinato e né prete avrebbero potuto ridargli indietro la sua dignità. L'unica maniera per coprire la muffa sulla parete, era ridipingerla e pretendere che non ci fosse mai stata. Solo in quel modo avrebbe provato leggera soddisfazione, adempimento e senso di vendetta.
"Caro Diario, non sei buono a mantenere i segreti. In passato ti confessai una delle mie paure, anziché conservarla, tu l'hai detta fuori, hai cantato. Doppiogiochista, ingrato e infedele. Ma a te perdono, perché sei ancora giovane e immaturo, non comprendi la gravità delle cose e non ti curi delle conseguenze. Lui invece è grande e sa quel che compie e pensa, è un uomo che si atteggia da demonio. Non possiede né cuore né pudore. Papà invece è incurante, sordo e cieco a tutto, estraneo a ogni cosa che lo circonda. Sarà facile ingannarlo, prendersi gioco di lui"
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