Dal leggero profumo delle lenzuola, a quello della saponetta del bagno, e a quello soave della colazione.
William adorava i pancakes che gli preparava suo padre il mattino, li faceva esattamente come a lui piacevano.
«Pronto?»
Chiese per l'ennesima volta, Loris impiattò la colazione, la decorò con un filo di sciroppo e una pioggia di frutti di bosco.
Gli faceva piacere vedere il sorriso sul volto del figlio una volta servitogli il piatto davanti, quest'ultimo non esitò, e afferrò subito le posate per annegare in quello che era il suo pasto preferito della giornata.
Nel frattempo l'uomo accese la televisione per aggiornarsi sulle ultime notizie, e senza perdere d'occhio le lancette dell'orologio anche, finiva di prepararsi.
«Un giorno me li fai fare anche a me? Così magari li faccio assaggiare anche ad Adric» chiese il ragazzo.
L'uomo si voltò e si sorprese di vedere il piatto già mezzo vuoto.
«Quando sarai capace di usare bene i fornelli, ti farò vedere come prepararli»
Rispose sistemando l'orologio al polso.
Quando il figlio ebbe finito di gustarsi la deliziosa colazione, entrambi uscirono di casa e salirono in auto. La vicina ammirava con fascino come il signor Anderson fosse sempre puntuale, sapeva che a quell'ora esatta padre e figlio uscivano di casa per andare a scuola.
"Che padre magnifico, che uomo responsabile" pensava infatuata, mentre la teiera del tè fischiava fumante. Ella non era affatto fiera del proprio marito, sempre assente e poco amorevole, anelava per un uomo tale al signor Anderson, e la mente sua quando rivolta a lui, si faceva turpida come il fondo della tazza di caffè posata a tavola. Scriveva di lui sulle pagine del suo diario, raccontava di quanto fosse bello e giovane alle amiche più care, e pregava al cielo che un giorno glielo avrebbe ceduto come sposo.
E lui, completamente ignaro di dimorare nelle fantasie della vicina, guidò sereno verso la scuola del figlio.
Serbava odio per le lunghe code e il gran frastuono dei motori, di conseguenza per evitarli, portava William dinanzi il cancello della struttura sempre in anticipo.
Quando giunsero nel parcheggio, il ragazzo si apprestò a slacciarsi la cintura, e come al solito il padre gli recitò la solita frase.
«Ascolta i professori, non distrarti, non litigare con nessuno, per qualsiasi cosa rivolgiti a un professore o prega. Poi, oggi che hai la verifica, leggi bene le domande e concentrati. Mi sono spiegato?»
E come sempre, prima di chiudere la portiera, il ragazzo si tese verso l'uomo e lo baciò sulla guancia.
«Sì, ciao papà» disse.
L'uomo ricambiò il bacio e augurò al figlio una buona giornata.
Se l'augurò anche a sé stesso, una volta tornato a casa si sarebbe trovato di fronte una lista sazia di doveri. Soffiò solo a pensarci e invidiò il ragazzo per doversi solo concentrare sulla scuola, lo riteneva estraneo alle cose degli adulti, non aveva pensieri e preoccupazioni. Avrebbe ceduto i suoi beni pur di tornare a sedersi tra quei banchi, ma a casa sua i pavimenti non si sarebbero spazzati da soli, le vesti nella cesta in bagno non erano autonomi da gettarsi in lavatrice e lavarsi. Le finestre si macchiavano solo se guardate, le superfici dei mobili erano vestiti di polvere, il tappeto non si sarebbe sbattuto in terrazza di sua spontanea volontà, e Dio non sarebbe disceso in terra per preparare il pranzo e la cena.
Nulla si sarebbe arrangianto senza di lui, e per quanto amasse l'ordine e la pulizia, trovava stancante svolgere tutte le faccende di casa completamente da solo.
Ma dovette rassegnarsi e farsi forza, giunto a casa si rimboccò le maniche e iniziò dal pavimento. Non risparmiò alcun angolo, non ebbe pietà per nessuna macchia e granulo di polvere. Sbatté i tappeti, spolverò le superfici, lucidò le decorazioni in soggiorno e tutte quante le finestre. Riempì la lavatrice, gettò l'immondizia, ordinò gli scaffali, pulì l'intero bagno, e infine cambiò sia le lenzuola dei letti che le tende.
Con tutto quel gran da fare, avrebbe trovato facilmente il secondo telefono di suo figlio mentre ne puliva la stanza, ma quest'ultimo pur di non rischiare, era solito a portarselo a scuola quando assente da casa. Quel telefono era la finestra del suo mondo, il ponte che lo teneva connesso al suo amato quando distanti. Non poteva rischiare di perderlo.
La signora Redshank ammirava il gran via vai del vicino, impressionata di come fosse capace di svolgere tutte le faccende casalinghe da solo. Rimembrava come anni fa erano in due a sbrigarle. Di certo, pensava, che una mano gli avrebbe fatto comodo.
Creò con la propria fantasia, uno scenario erotico che vedeva lei come la protagonista e lui come il suo cavaliere. Tra bolle di sapone e profumo di lavanda e cedro, i due si sarebbero uniti sopra quel lucido pavimento.
«Magari...» sospirò, prima che suo marito giungesse per ricordarle di stirargli le camice e le cravatte.
Dopo ore di pulizia, la stanchezza si fece presto sentire, Loris si distese esausto lungo il divano e soffiò stremato.
Era un mese caldo, non soffiava aria e il sole picchiava violento. L'uomo si sentiva tale uno straccio bagnato, gli occhiali si fecero scomodi e la pelle si attaccava ai palmi delle mani.
Ritenne di meritarsi un buon riposo, dopodiché, prima dell'arrivo del figlio, si sarebbe fatto una bella doccia fredda.
Dunque chiuse gli occhi, le palpebre erano pesanti e gli arti così esausti che non rispondevano ai comandi della mente.
Si rilassò e pregò di riuscire a riposare almeno per un paio di orette, giusto il tempo necessario per recuperare tutte le forze.
Intanto la lavatrice brontolava in bagno, i pavimenti profumavano di lavanda, le superfici di limone e i suoi panni di candeggina e polvere. Ma ciò non lo disturbò e riuscì facilmente a prendere sonno.
Purtroppo però, le lancette dell'orologio erano come l'acqua in pentola, come un fagiolo sotto il terreno fertile. Benché timide agivano all'ombra, cambiavano aspetto solo quando ignorate.
Loris chiuse gli occhi a mezzogiorno, sotto il flebile ronzio delle eliche del ventilatore, quando la sua spalla venne leggermente scossa dal figlio.
«Papà? Papà?»
William era tornato da scuola un paio di minuti fa, e dacchè colto dalla fame, si era recato in cucina per mangiare, ma non trovando nulla di cui cibarsi, decise di svegliare il padre.
Loris riconobbe la voce del figlio, quando aprì gli occhi però, non fu in grado di riconoscerne i tratti.
Questo perché aveva gli occhiali sulla fronte, e senza di questi non vedeva nulla da vicino.
«Non hai cucinato nulla, che cosa mangio?»
Chiese il giovanotto.
Loris mugugnò qualche parola e si sistemò gli occhiali sul viso, si alzò da un bagno di sudore e cercò di scuotersi di dosso quella pesante stanchezza.
Era confuso, guardando l'orologio alla parete e sul polso, si chiese se il tempo si fosse alterato.
«Sono le quindici e trenta» disse il ragazzo.
Loris si ricordò immediatamente che tra qualche ora si sarebbe dovuto presentare al compleanno di Gavriel. Ma l'idea di doversi trovare in quell'ambiente lo tormentava già, e considerò l'idea di fingersi malato.
«Perché sei così sudato? Puzzi di candeggina, hai pulito la casa? Ti sei dimenticato di cucinare però, non ti avrei svegliato ma avevo fame e non ho trovato nulla» disse il giovane.
«Mi sono dimenticato, scusa» ribattè l'uomo strofinandosi il viso.
Si riguardò e si disgustò di quanto fosse effettivamente accaldato. Il ragazzo, desolato, si ritirò nuovamente in cucina e cominciò a scrutare tra i cassetti e gli armadi.
Si arrangiò con qualche merendina, nel frattempo Loris si alzò dal divano e annunciò che si sarebbe recato sotto la doccia.
Quando si mise sotto l'acqua, si sentì subito inebriato e non potè non sussultare per il brivido che gli salì lungo la schiena. La pelle s'innevò di brividi e l'aroma di candeggina lo abbandonò.
Era una sensazione piacevole e istantanea, purtroppo il tempo non era dalla sua parte e dopo una manciata di minuti dovette uscire da quella coccola.
Chiuse il rubinetto, aprì la cabina e si trovò dinanzi a suo figlio.
«Posso venire?» gli domandò.
Tra le mani reggeva una barretta e se la godeva spezzandola strato per strato. L'uomo deviò il proprio sguardo dal giovane e issò gli occhi. Era ancora frastornato, anelava di dormire ed era tentato di assentarsi.
Ma non sarebbe stato corretto nei confronti del festeggiato, dopotutto lavorava per lui, non poteva permettersi il lusso di non andarci. Inoltre i suoi dipinti sarebbero stati mostrati, come poteva non guadagnarsi tutti quei crediti.
«Will, è una festa tra adulti, ti annoierai. Inoltre te l'ho detto, non mi tratterrò molto perciò non ha senso portarti»
La sua parola non ebbe risposta, il figlio non insistette ulteriormente, gli sarebbe piaciuto accompagnare il padre, ma pensò che stando a casa in compagnia di sé stesso si sarebbe divertito ancora di più.
Tuttavia, erano quelle le ore più preziose, i momenti di gioia e spensieratezza.
«Allora farai gli auguri a Gavriel da parte mia?» chiese.
«Va bene» disse Loris uscendo dal bagno, e mentre si avviava verso la propria stanza, il figlio lo seguì.
«Non gli compri un regalo?» domandò.
«È capace di farsene uno da solo, inoltre se dovessi farglielo, userei i soldi che mi ha dato lui, che senso ha?» rispose l'uomo cominciando a prepararsi.
«È il pensiero ciò che conta» disse William sedendosi ai piedi del letto, e guardò con piacere la sequela di abiti che possedeva il padre nel proprio guardaroba. Non si era disfatto di quelli della moglie, i quali stavano appesi affianco i suoi.
«Io non ho pensieri verso di lui»
Loris finì di vestirsi, si asciugò i capelli e mentre se ne prendeva cura guardò il figlio dal riflesso dello specchio.
«Imparati a memoria il proemio dell'Iliade» disse.
«Va bene» rispose William, dopodiché il padre gli porse una domanda riguardo la verifica svolta in giornata.
Il ragazzo titubò e fuggì dagli occhi del padre riflessi allo specchio, non era sicuro di ciò che aveva fatto, riconosceva dentro di sé di non essere stato in grado di rispondere a tutte le domande. Ma pur di tranquillizzare il padre, gli mentì e si mostrò fiero.
«Solo una facciata, vero e falso con risposta giustificata, nulla di che»
Ma Loris era un uomo attento, a un artista i dettagli non potevano fuggire, e il volto di William era un quadro scoperto.
«Secondo te com'è andata?» chiese.
La cioccolata si sciolse tra le dita del ragazzo e la gamba sua cominciò a fremere.
«Io spero bene» disse.
«Auguratelo, la tua media non deve vacillare»
Era teso e sperava in cuor suo che il docente sarebbe stato clemente nei suoi confronti, anche se non aveva dato il massimo.
La faccia si dipinse di sconforto, il pensiero di Loris tuttavia non sfiorò quello del ragazzo, piuttosto pensò che il figlio fosse solo un po' scocciato dello studio.
«Vuoi rendermi fiero?» gli domandò, dopodiché si voltò e sorrise.
«Ti voglio bene, Will»
Non c'era alcuna lama posta dietro la sua schiena, eppure si sentì così costretto a ricambiare quel sorriso.
«Bene, si è fatta ora, devo andare»
Dichiarò il padre lasciando la stanza, e lungo le scale cominciò a recitare uno dei soliti ritornelli che facevano tirare le palpebre al figlio.
«Non toccare i fornelli, se hai fame preparati un panino»
«I coltelli di plastica sono finiti» rispose William.
«Allora scaldati del latte o quello che trovi in frigo. Magari tornando se mi ricordo passerò in pizzeria»
Questa volta il sorriso del ragazzo era genuino, gli piaceva tanto la pizza e il pensiero che il padre gliene avrebbe presa una lo rallegrò molto.
L'uomo si avvicinò alla porta d'ingresso, ma prima di varcare la soglia e lasciare il corridoio, si pose davanti lo specchio per accertarsi di essere presentabile.
Il figlio susseguì e masticando la sua barretta ammirò l'immagine del padre allo specchio.
«Stai bene» gli disse, ma l'uomo non ne era molto convinto, trovò il proprio aspetto estraneo al tema. Il signor Gavriel era un uomo di classe, sfoggiava capi dalle suture prestigiose e firmate. La gente che sarebbe giunta alla festa poi, avrebbe indossato abbigliamenti eleganti e raffinati.
«Dovrei mettere una cravatta?» si chiese, ma il ragazzo scosse il capo. Non conosceva nulla sulla moda ma aveva buon gusto.
«Mi fido di te, ora vado» concluse l'uomo. Prese le chiavi, scoprì la fronte del figlio e la baciò. William venne invaso dal profumo che il padre si era messo addosso, ricambiò quel bacio e salutò alla soglia d'ingresso l'uomo.
Man mano che si distava dalla dimora, il peso di pressione attorno al collo del ragazzo si fece sempre più leggero. Si allentò il nodo e il cuor suo si sollevò, ma solo quando chiuse la porta con tutte le serratura, che trovò finalmente la pace.
Era una sensazione che non comprendeva molto, non meditava alcun male verso l'uomo che lo aveva accudito, eppure quando lasciava la casa si sentiva sereno.
Ora poteva indossare i propri panni, cantare versi di canzoni immonde e muoversi come il corpo suo voleva.
Suo padre non avrebbe potuto rimproverarlo, la madre neppure. Il senso di libertà era più dolce della cioccolata che aveva in mano e poiché presto si sarebbe sciolta, se la sarebbe dovuta godere finché poteva.
Abituato a una vicina curiosa e lesta a gettarsi negli affari altrui, il ragazzo tirò le tende delle finestre di casa.
Infine si recò nella stanza del genitore, si avvicinò ai cassetti della madre e annegò le mani tra i suoi capi intimi.
Colse uno dei suoi reggiseni neri e lo guardò con fascino, solo e senza veglia in quella casa, il ragazzo si sollevò la maglia e lo indossò.
Calzava perfettamente sul suo petto liscio, ciò che separava la pelle sua dalle coppe era solo un gramo d'arco d'aria, ma l'imbottitura lo rendeva morbido al tatto.
Si massaggiò con tenerezza imitando le movenze che avrebbero compiuto le mani dell'amato, anch'egli ammaliato da quel lato raffinato di William.
Infine si calò i pantaloncini assieme alla biancheria e si mise addosso quelli della donna.
Sorrise dinanzi a quel giovanotto allo specchio, la cui pelle chiara risaltava dentro quell'intimo nero.
Si venerò e si lasciò indebolire dal proprio fascino. Proprio come Narciso, non riusciva a togliersi gli occhi di dosso e non sopportava l'idea di non potersi vedere sempre come desiderava.
Quando ai piedi mise anche un paio di stiletti, il ragazzo si distese lungo il letto e preda di un momento di ebbrezza e letizia, si abbandonò alla fornicazione. Il nome dell'amato pendeva smaniosamente dalle sue labbra, le sue mani correvano lungo il corpo e le lenzuola si disfarono assieme i suoi tetri capelli mossi.
Gemeva gaio e infervorato, il mese regalava già una temperatura alta ma nulla poteva sfiorare l'ardore presente in quella stanza. La mente di William prese a viaggiare distante e perse possesso del proprio corpo, quest'ultimo si muoveva seguendo piacevoli impulsi provocati dall'opera delle mani e del pensiero. La bocca, incapace di chiudersi, evocò il nome di colui per cui anelava ogni notte.
Con la fantasia che possedeva, gli era facile poter immaginare di trovarsi tra quelle toniche braccia, sopra quel corpo atletico da giocatore. E non ci volle molto prima che evocò a stento il suo nome.
Quel piacere fu simile a una carezza, a un bacio di addio. Breve, intenso e indimenticabile.
Ma come un confetto, la dolcezza sul palato presto svanì e sopraggiunse improvviso il pentimento, il vuoto e l'amaro.
Il fatto di essersi fatto nuovamente domare da una forza maggiore lo preoccupò, il timore che prima o poi il padre lo avrebbe sorpreso compiere lo stesso atto, lo tormentò profondamente.
Ma il ragazzo in fondo riconosceva di non essere abbastanza forte, anche volendo, non sarebbe riuscito a non appagare i famelici desideri della carne e le fantasie della mente.
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