Erano trascorsi già due giorni dall'accaduto, eppure parevano essere passati minuti. Poiché la vergogna, la tristezza e la rabbia, prevalevano ancora.
Padre e figlio si erano evitati come le coste del mare, nessuno dei due aveva osato rivolgere parola all'altro.
Per paura e svogliatezza, William non riusciva a lasciare la propria stanza,
Loris invece, trascorreva gran parte del tempo in soggiorno.
Con un libro aperto sul ventre e gli occhi persi laddove anni fa, sedeva la sua sposa. Nei momenti di tregua e pace, amavano leggere insieme, ella trovava piacere nel mostrargli le pagine che più l'avevano colpita.
Udiva il pesante ticchettio dell'orologio, rimembrando a mente frammenti di giorni vissuti e quasi dimenticati.
All'ennesimo rintocco, il campanello di casa venne premuto, in seguito al suono vibrante e metallico, giunse una voce a lui familiare.
Si alzò dalla poltrona, posò giù il libro e si avviò all'ingresso.
Aprì la porta senza il timore di dover accogliere un estraneo, e di fronte a lui si presentò Adric in compagnia di alcuni suoi amici. Erano giunti per fare visita a William, preoccupati che la sua assenza da scuola fosse dovuta a quanto accaduto.
«Buongiorno, signor Anderson» salutò cordialmente il ragazzo.
«Buongiorno, Adric»
«William è in casa? Io e alcuni amici siamo venuti per fargli visita, vogliamo che torni a scuola» disse il ragazzo.
Loris guardò gli altri ragazzi presenti, ognuno di loro aveva in mano un pensiero e parevano fidati. Non li conosceva, ma poiché si fidava molto di Adric, acconsentì a tutti di entrare.
«Di sopra, terza porta a sinistra» indicò tornando verso la poltrona.
I giovani scolari avanzarono lentamente per la stanza, lasciandosi affascinare dall'arredamento di quel grazioso soggiorno, i cui colori erano tenui e leggeri. C'erano diversi simboli religiosi appesi, dipinti realizzati dal proprietario stesso e cornici che racchiudevano anni di spensieratezza.
Si respirava profumo di calla e freschezza, dentro quella stanza ci si scordava che là fuori fosse estate.
Adric era già stato numerose volte a casa Anderson, nondimeno, ogni volta ne restava sempre sorpreso.
I ragazzi salirono per le scale, giunti al piano di sopra, seguirono la via indicata dal padre e si presentarono alla porta di William.
Adric, siccome più a suo agio del resto, entrò per primo in quella stanzetta miserabilmente illuminata.
Le tende erano tirate e nessuna luce irrompova troppo, William si fece trovare disteso sul letto in posizione fetale, con il cuscino tra le ginocchia e lo sguardo rivolto alla lampadina sul comodino a cui tirava ripetutamente la catinella.
«Hey, Will»
Il ragazzo si voltò e si sorprese di vedere nella propria stanza così tanta gente, non era abituato a ricevere visite, soprattutto da coloro che non conosceva.
«Will, come stai? Ci manchi, sappi che nessuno parla di te a scuola» disse una delle amiche di Adric.
Il gruppetto da cinque si sedette sul letto del giovane e ognuno cominciò a consegnargli il proprio pensierino.
«Ti ho portato dei dolci» disse la bionda, porgendo verso il giovanotto una piccola scatoletta firmata dalla pasticceria da cui era passata. William aprì la scatola, e al suo interno vi ci trovò sei macaron.
«Grazie» disse mangiandosene uno, e posò la scatola sul comodino.
Mentre si guastata il dolcetto, la seconda ragazza gli mostrò ciò che lei gli aveva comprato.
«Io so che ti piace disegnare, perciò ti ho preso un paio di pastelli»
William gradì il dono, prese la custodia dalle sue mani e la sistemò sempre sul comodino.
«Adric mi ha detto che ti piacciono anche i puzzles, questo era mio ma non lo uso più da parecchio» disse il ragazzo, appoggiando la grande scatola sopra il cuscino.
William ringraziò e guardò l'immagine raffigurata sulla copertina.
«Io invece avevo in mente di offrirti del gelato più tardi, mio papà lavora in gelateria» disse infine il quarto ragazzo.
«Grazie» sussurrò William facendo cenno con la testa. Sebbene avesse gradito tutti quei doni, si sentiva alquanto allibito da quelle particolari attenzioni. Non conosceva quei ragazzi, li aveva solo visti in compagnia di Adric, ma prima di allora non avevano mai osato a conoscerlo o tantomeno salutarlo.
«Questa sera ci sarà la festa di Huan, vieni anche tu» propose Adric.
«No, non posso» ribatté William, consapevole che orami suo padre non glielo avrebbe concesso, anzi, non avrebbe mai più potuto mettere piede fuori casa se non solo per andare a scuola e in Chiesa.
«E dai, senza di te come faremo a divertirci?» disse una delle due ragazze. Ma quelle parole ersero una polvere di sospetto sotto il naso di William, respirava menzogna dalle labbra tinte di rosa della giovane. Quel sorriso d'argento non poteva essere veritiero, la ragazza fino a ieri era ignara della sua esistenza, e come lei anche gli altri tre.
Si sentì un completo idiota circondato da farisei, il loro interesse era falso quanto un mito. Se si trovavano lì era perché Adric li aveva convinti a venire, loro erano come servi suoi, ascoltavano e seguivano il loro padrone ma senza mai farsi gli affari suoi.
Chi era William per loro, se non un semplice ragazzo la cui esistenza era stata resa nota solo dopo un imbarazzante incidente?
«Maledetti ipocriti»
Sbofonchiò irritato. Li guardò con gran sdegno e gettò a terra la scatola del puzzle, i ragazzi assistirono confusi, guardarono Adric e pretendendo spiegazioni, ma neppure lui riusciva a capire quel che stava accadendo.
Il ragazzo si erse dal letto e cominciò a lanciare oggetti e i regali addosso i cinque.
«Siete dei falsi, dannati falsi! Da quando vi è mai importato di me? Vi siete accorti oggi che io esisto?» sbraitò.
La sua voce suonava amareggiata, stretta come chi aveva un nodo stretto alla gola. Serbava molta tristezza nel petto, e l'unico suo desiderio era poter vedere quelle facce fuori dalla sua stanza.
Adric si pose davanti ai suoi quattro amici per poterli proteggere dall'ira del suo compagno, inoltre, credeva che con lui di mezzo, William non avrebbe lanciato più nulla.
«William, ma che stai dicendo? Li conosci da un anno ormai, sono Mark, Tiana, Jessica e Steven. Girano sempre con me, come puoi dire che non sanno chi sei?» disse cercando di avvicinarsi all'amato, ma purtroppo quest'ultimo, dipinse il compagno come loro complice e si mostrò aggressivo a qualsiasi tentativo di avvicinamento.
«No Adric, loro conoscono te, seguono te perché sei alto, bello e giochi nella squadra di football! Non sono amici miei, siete tutti quanti dei fottuti bugiardi!» issò al di sopra del capo un libro di scuola e senza esitare o riflettere sulle conseguenze, lo scagliò addosso al suo ragazzo, incurante del dispiacere che gli avrebbe provocato.
«Fuori! Uscite tutti quanti!»
I ragazzi non se lo fecero ripetere, si avviarono spaventati verso la porta, dove vennero poi bloccati dall'arrivo del padre, attirato dal gran frastuono e le grida isteriche del figlio.
«Che succede qui?» chiese.
«Noi non abbiamo fatto nulla, è impazzito!» rispose Tiana cercando di passare oltre la soglia, Loris guardò Adric e gli chiese cosa mai avesse provocato il figlio.
Ma Adric affermò di non saperlo.
«Papà, falli uscire! Falli uscire tutti! Andatevene via! Via, uscite!» gridava in lacrime, e cercò subito conforto nell'angolo della stanza.
Quantunque confuso e all'oscuro di quello che era successo, Loris accontentò la disperata richiesta del ragazzo e ordinò a tutti quanti di uscire immediatamente dalla sua proprietà.
I quattro amici uscirono con desiderio, non sarebbero mai più tornati là dentro.
Ma Adric si rifiutò di seguirli, non poteva accettare di essere trattato in tal maniera dal suo amato. Così pregò al padre di fare un altro tentativo e cercò di riavvicinarsi a William con un approccio cauto e sereno.
«Will, amico mio, che cosa succede? Perché sei così arrabbiato? Io e i miei amici vogliamo solo che tu faccia ritorno a scuola, tutto qui»
Ma gli occhi di William erano annebbiati di rabbia, non distingueva la realtà dai ricordi di giorni trascorsi in totale neutralità. A nessuno importava veramente di lui, hanno preteso per compiacere all'amico e apparire come gente di buon cuore. Ma in realtà, sotto quelle pelli umane, essi non erano nient'altro che serpi.
«Non mi toccare! Dov'eri tu quando quel bastardo mi ha insultato? Che cosa hai fatto per difendermi?» ringhiò respingendo con uno schiaffo la mano gentile dell'amato. Quest'ultimo peraltro non poteva sentirsi in colpa, poiché al momento del fatto non era nemmeno presente.
«Siete tutti dei falsi! Non vi voglio più vedere, schifosi vermi!»
Loris intervenne e intimò ad Adric di lasciare il figlio in pace.
«Dagli un po' di tempo» disse.
Il ragazzo si lasciò condurre fuori dalla stanza, sperando che di lì a poco, William si sarebbe fiondato su di lui chiedendogli perdono e implorandogli di restare.
Ma giunti alla porta d'ingresso, quella speranza svanì.
«La prego signor Anderson, lo costringa a venire a scuola» disse, ignaro del fatto che fosse stata idea del padre stesso quella di far restare il ragazzo a casa. Tutti sapevano che William era suo figlio, e questo attributo lo esponeva nudo a una grande berlina. Anch'egli doveva riprendersi, acquisire coraggio dimenticare.
«Non ti preoccupare, gli parlerò» promise, e quando chiuse la porta in faccia al giovane moretto, rievocò la promessa.
Non era intenzionato a parlare con il figlio, questa volta un rimprovero non sarebbe stato sufficiente.
"Dio, che cosa devo fare?" pensava.
Desiderava poter piangere fiumi di lacrime, lamentarsi e basta, sperando che il suo pianto avrebbe lavato la vergogna e i fatti accaduti. Ma la verità, era che non importava quanti mari avrebbe pianto, le lacrime non avrebbero mai alterato la realtà. Le cose erano così come stavano, come le vedeva. Proprio come un dipinto, non poteva interferire con ciò che era raffigurato. Doveva accontentarsi di guardare e decidere se interpretare il tutto con positività o meno. Ma per l'uomo realista che era, gli era impossibile vedere il lato positivo in quella situazione.
Lui era uomo di Dio con un figlio ribelle, non c'era nulla di benefico in questo. Magari si trattava di una fase, ma chi glielo avrebbe garantito? Forse a distanza di qualche anno, suo figlio si sarebbe fatto chiamare con un nome da donna. Che incubo, che orrore.
Se doveva agire, doveva farlo adesso.
Infilò la mano in tasca e tirò fuori il telefono, se c'era qualcuno che poteva aiutarlo, quello poteva essere soltanto il suo stimabile maestro.
Quando quest'ultimo rispose alla chiamata, Loris schiarì la voce e lo invitò gentilmente presso casa sua. Daniel dacché libero da ogni suo impegno, decise di tendere la mano a un fratello in difficoltà e diede la sua parola che si sarebbe presentato nel giro di qualche minuto.
Loris respirò sollevato, si pulì il viso dalle tracce di lacrime e ordinò vari oggetti disposti per il soggiorno.
Infine, proprio quanto promesso, l'uomo di fede si presentò alla casa del suo discepolo in compagnia di uno degli insegnanti della scuola domenicana, erano amici molto legati e si definivano fratelli di sangue.
Loris li accolse entrambi con enorme onore, era una gioia per lui far accomodare nel proprio soggiorno due figure come le loro. Si sentì come Loth nel giorno in cui accolse i due angeli di Dio a Sodoma, come Marta e Maria quando ebbero Gesù come loro ospite a casa.
I due uomini si accomodarono sul divano, il proprietario offrì loro una bevanda fresca e l'invitò a togliersi addirittura le scarpe.
«Non siamo mica angeli, trattaci come tuoi amici» disse il signor Olsson, amico del pastore.
«Ma certo, fate tutto quello che volete, questa è anche casa vostra» rispose Loris, sedendosi sulla poltrona. Il suo entusiasmo fece gonfiare il petto di entrambi i signori, lieti del trattamento e degli omaggi.
Se gli avessero domandato di ammazzare un agnello, egli lo avrebbe senz'altro fatto, in seguito, lo avrebbe addirittura bruciato sull'altare.
«Dunque, fratello, a cosa dobbiamo questo incontro?» chiese il pastore.
Loris sospirò, ora doveva giungere alla parte più amara.
«Vorrei che fosse solo per trascorrere una piacevole giornata con voi, ma purtroppo non è così. Vedete, si tratta ancora di mio figlio»
«Sempre per la stessa questione sull'omosessulità?» domandò Daniel.
E l'uomo, a cuor pesante, iniziò a narrare con titubanza il fatto accaduto due giorni scorsi.
«... Pastore, se questo non è il diavolo, allora io non so che cos'è»
I due amici si guardarono, e insieme meditarono e coltivarono un sol pensiero. E se solo Loris avesse dato retta al suo istinto paterno, avrebbe colto quel disegno con maggior curanza. Ma dacché accecato dalla lealtà che nutriva per quei due uomini, non riuscì a cogliere nessuno dei loro cenni.
«Ho bisogno che voi mi aiutiate a pregare per lui, riconosco che siete uomini molti vicini a Dio e saldi nella fede. Io invece sono da solo e non sono sicuro che la mia preghiera di uomo affranto funzionerà, temo che la mia fede potrebbe vacillare» confessò il genitore.
«Non credo che suo figlio sia indemoniato, ma di certo non lasceremo che un membro della nostra Chiesa venga risucchiato dalle immoralità di questa terra» disse il pastore, il quale aveva a cuore ogni sua piccola pecora, specialmente quelle abituate a scavalcare spesso dal recinto per addentrarsi nell'ignota foresta, era compito suo recuperarle e salvarle dai predatori come i lupi.
«Dov'è il ragazzo?» domandò Olsson.
«Si trova nella sua stanza, terza porta a sinistra» indicò Loris.
«Scambieremo due chiacchiere con lui, tu nel frattempo fatti due passi, cerca di liberare la mente da ogni pensiero, comunica con Dio e metti nelle sue mani tuo figlio. Quando avremo finito, ti chiameremo» istruì l'uomo celeste, Loris si portò sulle ginocchia e rese grazie al suo idolo.
«Oh pastore, grazie per il tuo sostegno. Cosa farei senza di te? Che Dio benedica te e la tua famiglia»
Daniel, gratificato da quel gesto tanto remissivo, intimò a Loris di ricomporsi, sostenendo con un ghigno compiaciuto di non meritarsi tale elogio.
Loris si rimise in piedi e si scusò.
«Non ti preoccupare, soddisfatto sarà l'uomo che crede. Tuo figlio è nelle mani del Signore, ora va e rivela a lui ogni tuo pensiero. Salmeggia, recita i versetti e piangi»
Il genitore obbedì alle parole del pastore, uscì dall'abitazione e si recò nel giardino sul retro, dove cominciò a pregare e chieder favore al Padre.
Daniel e Olsson, vedendo che Loris si era già immerso nella preghiera, camminarono uno dietro l'altro verso la cameretta del ragazzo.
Ammoniti di Bibbia e rosari, avanzavano come vescovi lungo le scale.
William udì i loro passi, ma pensò trattarsi del padre. Ma quando i due si presentarono alla sua porta, si meravigliò.
«William caro, come stai?» chiese il pastore.
«Pastore? Signor Olsson? Perché siete qui?» domandò confuso, tuttavia gradiva la loro presenza, li conosceva come persone gentili. Non erano serpi con addosso pelli umane, non erano farisei e tanto meno degli ipocriti.
Erano giunti senza alcun dono, ma solo con testi sacri e sorrisi.
«Tuo papà ci ha raccontato quello che ti è successo a scuola» confessò il pastore, sedendosi alla destra del ragazzo. Quest'ultimo, un po' imbarazzato, ammise quanto successo ma negò la propria colpa.
«No, certo che non è colpa tua. A volte persino i figli di Dio si lasciano trasportare dalle cattive emozioni, è normale, siamo umani» rispose.
«Papà ha detto che finirò all'inferno, ma io non ci voglio andare, non sto facendo nulla di male» continuò William.
Daniel lo rassicurò, avrebbe fatto tutto purché non ci sarebbe andato, non glielo avrebbe assolutamente permesso.
«Non ci andrai se ci permetterai di guarirti» disse.
Poi si rivolse verso il proprio amico, e con un cenno della testa e della mano, gli ordinò queste medesime parole.
«Signor Olsson, chiuda la porta per favore»
Olsson fece quanto chiesto, chiuse la porta e vi ci posò sopra con la schiena.
Ora che nella stanza erano presenti soltanto loro, con un'ottenuta custodia del giovane ragazzo, i due potevano finalmente sciogliere i nodi delle cravatte e sfilarsi i guanti dalle mani.
Daniel cominciò dolcemente ad accarezzare il viso del ragazzo.
«Sei a tuo agio, William?» gli chiese, ma il giovane dichiarò di sentirsi abbastanza teso.
«Devi stare sereno, altrimenti la preghiera non funzionerà» disse Daniel, e la sua mano si condusse lentamente sopra la magra coscia del giovane.
«Ma io non sono malato, da cosa devo guarire?» chiese William.
Allora Olsson si fece avanti e recitò le seguenti parole.
«Ma con la tentazione vi darà anche la via di uscirne, affinché la possiate sopportare»
Il ragazzo non comprese il suo dire, Sebbene conoscesse il versetto, non era capace di capire che cosa l'uomo volesse veramente dire. Ma percepì l'atmosfera cambiare, sentiva che qualcosa era incline ad avvenire.
«Papà può stare qui?» domandò preoccupato.
Nel frattempo le carezze del pastore si erano fatte molto più azzardanti e generose, i suoi occhi s'incupirono di bramosia e la carne sua fervette a causa del giovane.
Così fresco e nuovo, nessun uomo lo aveva ancora toccato.
«Tuo papà ti ha affidato a noi perché si fida, tu perché non vuoi fare lo stesso? Ti ho visto nascere e crescere, ti conosco da quando ancora poppavi il latte...»
William prestò accortezza ai movimenti che la mano di Daniel compieva su di lui, non erano movenze amichevoli e minacciavano di esplicarsi in altro.
Tant'è vero che l'uomo si avventurò tra le gambe del giovane, esponendo a nudo le sue vere intenzioni.
«Dio ti ha benedetto con una bellezza raffinata, sarai così avido da tenertela tutta per te? Ogni cosa che possediamo è un dono da condividere» sussurrò premendo sul corpo del ragazzo, quest'ultimo si allontanò e cercò di formulare quanto stava per avvenire.
«N-no... lo dico a mio padre» confessò.
L'uomo pur di calmarlo e impedirgli di compiere azioni che lo avrebbero esposto, lo afferrò per un polso e intimò all'amico di assicurarsi che nessuno stesse per giungere.
«Ma William, sarai così malvagio da voler rovinare la mia reputazione con questa accusa infondata? William caro, perché mai vorresti fare del male a me? All'uomo di Dio?»
La risposta di Daniel lo fece riflettere, non poteva essere responsabile della sua rovina, la sua famiglia ne avrebbe patito le conseguenze.
L'uomo colse quel momento di conflitto e fragilità del ragazzo per baciarlo sul collo, provò molto piacere nel farlo e sognò di poterlo spogliare da ogni suo indumento.
«Tuo padre vuole che io ti purifichi da ogni peccato. Cristo è morto in croce per noi, il suo sangue ci ha lavato dall'iniquità, ora io salverò te dall'empio» annunciò con tono solenne, poi guardò negli occhi il povero ragazzo e gli ordinò l'impensato.
«Ora mettiti in ginocchio, così potrai ricevere bene la mia preghiera»
William singhiozzò, voleva strillare ma temeva del pastore e il suo amico. Entrambi figure così autorevoli, alte e importanti.
Nel frattempo, Loris si trovava in giardino presso la serra, mentre irrigava le pianticelle meditava in cuor suo le parole del pastore.
"Sono certo che le preghiere di quell'uomo faranno effetto, Dio lo ha diretto nella mia vita affinché trovassi un ancora" pensava.
Ignaro dell'orrore che si stava svolgendo in quella stanza.
Ma dopo due ore di lunga attesa, i due uomini uscirono dalla proprietà, entrambi si ripulirono i baffi, sollevarono i testi sacri e si atteggiarono con umiltà di chi non si era mai macchiato le suole delle scarpe.
«Nulla di cui preoccuparsi, abbiamo parlato con tuo figlio e insieme a lui abbiamo pregato. Lo Spirito Santo è disceso e lui è stato purificato» disse il pastore.
«Io non so che cosa fare senza di lei» rispose il padre, grato al cielo di avere alla sua destra degli uomini come loro.
«Una sincera preghiera è più che sufficiente» rispose Daniel, e come il leoncello e la serpe, i due si avviarono per l'auto su cui erano giunti.
Loris fece rientro a casa e cercò il figlio nella sua stanza.
«William?» ma con sua sorpresa non lo trovò lì dentro, all'opposto, udì giungere dal bagno il gorgoglio strozzato dell'acqua, seguito da un intenso lamento.
Curioso, camminò lungo il corridoio e aprì la porta della stanza.
«William, come mai ti lavi i denti?»
Il ragazzo sanguinava dalle gengive e sputava abbondanti fiotti di schiuma dalla bocca, si sgolava bicchieri di coluttorio per poi rigettarli nel lavandino.
Sciacquava la bocca con acqua, tossiva e gemeva.
«Stai bene?» chiese il padre, stranito dal comportamento bizzarro del figlio. Ma questo non rispose e proseguì con la sua profonda igiene orale, consapevole del tremendo fatto che non sarebbe servito a nulla.
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