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Ti Ho Riconosciuta Cantando

Voci che non si sentono

Anne sedeva sempre nello stesso bamco: terza fila vicino allafinestra, abbastanza lontano dal centro dell'aula da non essere notata, ma non così in fondo da sembrare disinteressata. Guardava fuori mentre la luce del mattino si rifletteva sul vetro, disegnando ombre sottili sul suo quaderno ordinato. Ascoltava. Sempre.

I compagni parlavano, ridevano, si lamentavano dei compiti di matematica.

Qualcuno la definiva "noiosa", altri semplicemente si dimenticavano che fosse lì. A lei non importava. Anne aveva imparato presto che il silenzio era uno spazio sicuro, un posto dove custodire ciò che amava di più.

La frangetta le cadeva morbida sulla fronte, coprendo quella piccola voglia che quasi nessuno aveva mai notato. Gli occhi verde militare seguivano i movimenti dell'aula con calma, come se stesse osservando una scena già vista mille volte.

-Buongiornoooo, mondo!-

La porta dell'aula si aprì con entusiasmo, accompagnata da una voce allegra. Evelyn fece il suo ingresso come una folata d'aria fresca, lo zaino mezzo aperto e un sorriso che sembrava non spegnersi mai. Salutò almeno cinque persone prima ancora di raggiungere il suo banco.

-Eve, sei sempre la stessa- rise qualcuno.

-E menomale- rispose lei, lasciandosi cadere sulla sedia accanto ad Anne.

Anne alzò leggermente lo sguardo. Evelyn parlava molto, ma non in modo fastidioso.

Era come una radio accesa a basso volume: presente, ma curiosamente rassicurante.

-Hai studiato per il compito?- chiese Evelyn, appoggiando il mento sulla mano, il neo ben visibile che si muove a con il suo sorriso.

Anne annuì piano. -Sì.-

Una parola sola. Evelyn sorrise ancora di più.

-Come fai sempre ad essere così tranquilla? Io ho letto gli appunti tre volte e ho comunque paura.-

Anne non rispose subito. Scrisse una riga sul quaderno, poi disse: -Se ascolti bene, è più facile.-

Evelyn la guardò per un attimo, sorpresa. Poi scoppiò a ridere. -Sai che dici cose profonde senza nemmeno accorgertene?-

Anne abbassò lo sguardo, nascondendo un sorriso appena accennato.

Quel pomeriggio, Anne tornò a casa prima del solito. La casa era silenziosa; i familiari sarebbero rientrati più tardi. Si tolse le scarpe, lasciandole ordinate vicino alla porta, e andò dritta in camera. Chiuse la porta, come faceva sempre.

Lì, nel suo spazio sicuro, il silenzio cambiava forma.

Anne si sedette sul letto, respiro a fondo... e iniziò a cantare.

La sua voce riempì la stanza, limpida e potente, ma allo stesso tempo dolce, come se raccontasse una storia segreta solo alle pareti. Non c'era paura lì dentro. Solo libertà.

Non sapeva che, dall'altra parte della strada, una finestra era aperta.

Evelyn, appoggiata al davanzale di casa sua, smise improvvisamente di parlare al telefono.

-Aspetta un attimo...- mormorò.

Una voce arriva chiara, portata dall'aria del pomeriggio. Non era una canzone alla radio. Era reale. Vicina. Profonda.

Evelyn trattenne il respiro, ascoltando. Sentì qualcosa stringerle il petto, una sensazione strana e bella allo stesso tempo. Quella voce non chiedeva di essere notata, e forse proprio per questo era impossibile ignorarla.

Quando il canto finì, Evelyn rimase immobile per qualche secondo.

-Chiunque tu sia...- sussurrò -Grazie.-

Il giorno dopo, entrando in classe, Evelyn guardò Anne con occhi diversi.

E per la prima volta, Anne sentì di essere stata ascoltata davvero.

La stanza delle note segrete

La campanella suonò con il suo solito sorriso metallico, annunciando la fine delle lezioni. In aula scoppiò il caos ordinato di ogni pomeriggio: sedie che strisciavano, zaini che si chiudevano di fretta, voci sovrapposte che parlavano di autobus, compiti e fame improvvisa.

Evelyn infilò il quaderno nello zaino con u. gesto teatrale. -Sono sopravvissuta anche oggi- dichiarò a voce alta, guadagnandosi qualche risata. Poi si voltò istintivamente verso il banco accanto.

Vuoto.

Corrugò la fronte. -Strano...- mormorò.

Anne era sempre la prima a preparare le sue cose, in modo preciso e silenzioso. Non sapriva mai senza motivo. Evelyn guardò intorno all'aula, sperando di vederla vicino alla porta o intenta a parlare con qualcuno. Niente.

Un piccolo senso di inquietudine le solleticò lo stomaco.

-Ragazzi, avete visto Anne?- chiese a un paio di compagni.

Qualcuno scrollò le spalle. -No. Forse è già andata.-

Evelyn non ne fu convinta. Anne non "andava" via senza salutare, nemmeno con un cenno. Chiuse lo zaino e uscì dall'aula, lasciandosi guidare più dall'istinto che da un vero piano.

I corridoi della scuola, ormai quasi vuoti, avevano un'eco diversa. I passi rimbombavano leggeri, le luci al neon tremolavano appena. Passò davanti alla biblioteca, ai bagni, all'aula di scienze. Poi si fermò.

Una porta, in fondo al corridoio, era socchiusa.

Aula di musica.

Sa dentro proveniva un suono. Non uno strumento. Una voce.

Evelyn trattenne il respiro.

Si avvicinò lentamente, come se anche il rumore dei suoi pensieri potesse disturbare quel momento. La voce si fece più chiara, più intensa. Ogni nota sembrava posarsi nell'aria con delicatezza, ma anche con una sicurezza sorprendente. Era una voce che non chiedeva il permesso di esistere. Era semplicemente... perfetta.

Il cuore di Evelyn iniziò a batterle più forte.

La riconobbe.

Era la stessa voce del giorno prima, quella che l'aveva fermata al davanzale, quella che le aveva fatto dimenticare per un attimo tutte le sue paure. E ora era lì, a pochi metri da lei.

Si sporse appena oltre la porta.

Anne era al centro dell'aula, gli occhi chiusi, le mani strette davanti al petto. La luce del pomeriggio entrava dalle finestre alte, disegnando riflessi dorati sui suoi capelli castano scuro. La frangetta le sfiorava la fronte mentre cantava, completamente persa nella melodia.

In quel momento, Anne non era invisibile. Era luminosa.

Evelyn sentì un nodo formarsi in gola. Voleva dirle qualcosa. Voleva applaudire, ringraziarla, dirle quanto fosse incredibile. Fece un passo avanti, cercando di essere il più silenziosa possibile.

Crack.

Il pavimento tradì ogni sua buona intenzione.

Il suono secco truppe l'incantesimo.

Anne aprì gli occhi di scatto. Il canto si interruppe bruscamente. Per un secondo, i loro sguardi si incorciarono. Quello di Anne era spalancato, colmo di sorpresa e... paura.

Senza dire una parola, Anne indietreggiò. Poi afferrò lo zaino appoggiato sulla sedia più vicina e corse via, passando accanto a Evelyn senza nemmeno guardarla.

-Anne, aspetta-- provò a dire Evelyn.

Ma la porta si richiuse alle sue spalle.

L'aula di musica tornò silenziosa.

Evelyn rimase immobile, il cuore cuore in subbuglio, le note della canzone che continuavano a risuonarle dentro come un' eco testarda. Si portò una mano al petto e sorrise piano, con un misto di stupore e tenerezza.

-Era davvero lei...- sussurrò.

Non aveva potuto fare i complimenti. Non aveva potuto dire nulla.

Ma una cosa era certa: quella melodia non l'avrebbe dimenticare mai.

Sguardi durante l'intervallo

L'intervallo era il momento preferito di molti, ma non molto per Evelyn.

Intorno a lei c'era il solito cerchio di persone: risate, commenti, qualcuno che le raccontava una storia a metà, qualcun altro che le chiedeva un parere. Evelyn rispondeva, annuiva, sorrideva. Era brava in quello. Così brava che nessuno si accorgeva mai quando la sua attenzione era altrove.

E il suo sguardo, quel giorno, era fisso su Anne.

Anne stava vicino alle finestre dell corridoio, con il quaderno stretto al petto. Ascoltava due ragazze parlare senza intervenire, come se fosse lì solo per osservare. Poi, all'improvviso, si allontanò. Non verso il cortile, non verso il bar interno. Andò dalla parte opposta.

Evelyn lo notò subito.

Il suo sorriso si spense appena, quasi impercettibilmente. -Scusate un secondo- disse al gruppo, già muovendosi. Nessuno fece domande. Evelyn era fatta così: andava e veniva, sempre piena di energia.

Seguì Anne a distanza, cercando di non attirare l'attenzione. I corridoi laterali erano più silenziosi, meno affolati. Anne camminava con dopo deciso, ma leggero, come se stesse cercando un posto per sparire.

-Anne.-

La chiamò piano.

Anne si fermò di colpo. Le spalle si irrigidirono appena. Si voltò lentamente, gli occhi verde militare fermi su Evelyn, il viso impassibile come sempre. Se era sorpresa, non lo mostrava.

-Perché mi segui?- chiese, con voce calma. -Non eri occupata nell'essere circondata da persone?-

La frase non era pungente, ma nemmeno gentile. Era diretta. Evelyn rimase spiazzata per un attimo, poi fece un mezzo sorriso, meno sicuro del solito.

-Sì... lo ero- rispose. -Ma ti ho seguita perché volevo parlarti.-

Anne non disse nulla. Aspettò.

Evelyn inspira a fondo. -Volevo chiederti scusa per ieri. Non volevo metterti a disagio. Ti ho sorpresa, e...- esitò, cercando le parole giuste. -Ti ho messa in imbarazzo.-

Anne abbassò leggermente lo sguardo.

-Io non dovevo essere lì- continuò Evelyn. -Ma quando ho sentito la tua voce...- si fermò un istante, poi aggiunse con sincerità: -Hai una voce bellissima. Davvero.-

Il silenzio cadde tra loro come una coperta leggera.

Anne sentì il calore sapore fino alle guance. Stringeva il quaderno più forte, come se potesse proteggerla. Non voleva che si vedesse. Non voleva che Evelyn capisse quanto quelle parole l'avessero colpita.

-Non è niente,- disse infine, con tono controllato. -È solo una cosa che faccio per conto mio.-

Evelyn la guardò con attenzione, come se stesse cercando di leggere tra le righe.

-Non è "niente"- rispose piano. -Almeno... non per me.-

Anne sollevò lo sguardo per un attimo, poi lo distolse subito. Fece un passo indietro.

-Devo andare.- disse semplicemente.

E senza aggiungere altro, si girò e si allontanò lungo il corridoio, il passo un po' più veloce di prima.

Evelyn rimase ferma dov'era, osservando mentre diventava sempre più piccola, inghiottita dal movimento dell' intervallo. Non provò frustrazione. Né rabbia.

Solo una strana, dolce sensazione.

-Allora...- mormorò tra sé, sorridendo piano. -non mi hai detto, però, di smettere di ascoltare.-

E, per qualche motivo, quello le sembrò un buon inizio.

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